Decider per il Decoder

6 07 2009

Gnarella tutte i martedi si prepara la cena presto. Si prepara una cenetta veloce, tutta in ambage, perché alla TV danno “Alla ricerca di”. “Alla ricerca di” è una trasmissione inquietante, dalla sigla inquietante e che è condotta da una giornalista inquietante che tratta delle persone che sono svanite nel nulla.
Gnarella mangia con avidità mesta il suo piatto di fagiolini, mastichicchia la sua razione di frittata con le zucchine, spolvera le poche briciole che ha lasciato sul tavolo, poggia il bicchieruccio, le posatine e il piatterello nel lavabo e si precipita brandendo nella mano il prezioso telecomando, verso il televisore.
Quando si accomoda nel divanello cremisi si ricorda che adesso i telecomandi sono due: Gabrielino le ha spiegato tutto. Glielo ha anche scritto!

ACCENDERE IL TELEVIS CON IL PRIMO TELECOMANDO

Eh, ma qual è, dei due, il primo?

METTERE SU AV2 CON IL PRIMO TELECOMANDO

E i suoi occhietti vanno in su e in giù tra l’un telecomando e l’altro alla ricerca del tasto AV
Ore 21:05!

Tasto AV: trovato. Sente nel petto il cuore che galoppa un po’. Non è abituata a tutta questa tecnologia. Non sa perché hanno deciso di imporre il decoder ma se l’hanno fatto “sicuramente c’è una ragione”.
Gnarella è cresciuta in una famiglia che ha sempre votato Democrazia Cristiana. Si tratta di gente che va a messa la domenica, che non lascia minimamente indizi della propria esistenza terrena e che vanta amicizie in alto loco in ambito clericale (pare che un cugino della zia di Gnarella sia alto prelato nientemeno che al Vaticano). Trovando un vuoto nelle cartelle elettorali ad un certo punto della storia, decisero di dare le loro preferenze a chi li rappresentava meglio. Poco importava alla fine se costui, facendosi da solo aveva commesso anche reati che d’altra parte andavano tutti dimostrati. Si consegnarono a lui anima e corpo e diedero a lui la loro completa fiducia.
Gnarella è rimasta zitella. Era destinata allo zitellaggio fin dalla più tenera età, essendo circondata da comunisti (nel suo paese c’era la maggioranza assoluta di rossi). Aveva anche provato, Dio mio, a mettersi con un ragazzetto, Adelmo, conosciuto in oratorio, ma costui era talmente costumato che non le mise le mani addosso nemmeno una volta. Si parlava di tante cose… ma ci sono delle volte che è meglio non parlare. Questo lui non lo capiva; non pareva proprio pensarci! E giù a lodare l’operato di Don Gnocchi, a considerare gli scritti di San Tommaso, mentre lei sentiva salire alla gola un impeto ogni volta che lui le si avvicinava, zuppo di lozione. Si consolò quando seppe che s’era fatto frate francescano.
Poi la mamma morì di un brutto male, i fratelli si sposarono e si allontanarono e lei eccola lì, davanti al televisore.

ACCENDERE IL DECODER CON IL TASTO CON IL TONDO CON IL PUNTINO IN MEZZO.

… il decoder… il puntino in mezzo…
Ore 21:08!
Ma premi e premi, il decoder non si accende. O meglio: lei si trova davanti allo schermo nero, leggermente brilluccicante. Intuisce delle figure, delle ombre, ma non sente né le voci né capisce che canale sia. Un avvilimento profondo la coglie.
Vorrebbe dire qualche contumelia. Ma non sta bene.
Chiama il nipote, Gabrieluccio al cellulare. Nessuno risponde.

Ore 21:11.
Il programma è bell’e iniziato.
Si sente orfana, si sente avvilita. Si sente tradita.
Una rabbia sorda si impossessa della sua piccola figura imbacuccata nella vestaglia di pile a cuoricini rossi.
Allora ricompie tutte le operazioni al contrario, ma lì addirittura il televisore rimane come morto. Immobile.

Ore 21:16

Gnarella si alza dal divano e si appoggia sul fianco del lettuccio dopo aver fatto le sue cosucce al bagno.
Gnarella dice le preghiere prima di distendersi, ma stasera nelle sue preci il nome del capo del governo non ci sarà e le duole il cuore per questo.





Come farsi schifo a causa di una passione

5 07 2009
Sandro Amici

Sandro Amici

Vorrei in qualche modo raccontare come è avvenuto lo scatto di questa fotografia. Nella piazza più rappresentativa di Trastevere, (quartiere che mia moglie ama particolarmente nonostante non sia più il quartiere che ci narrava mia suocera, affabile e paesano, umano e caloroso), si radunano alla sera giocolieri e saltimbanchi, nonché una nutrita schiera di nullafacenti e di turisti (invero sempre meno e sempre più diffidenti). Hanno ragione: lì non si cucina più la tipica, raffazzonata e calorica cucina romana, ma qualcosa che sta tra la tradizione mediterranea e il medio oriente (i cuochi sono o indiani o pachistani). TI capita quindi di mangiare improbabili pizze Napoli con le acciughe fresche o fettuccine che navigano in un sugo rosato che fa ribrezzo ai nativi ma che si intona con il lambrusco che viene venduto ai tedeschi come “tipico vino romano”.
Fermarsi a mangiare è impossibile. Si viene dirottati quasi sempre in angoli di vicolo lontani anche quaranta, cinquanta menti dal ristorante e serviti da camerieri marchigiani o indiani che hanno la maledetta fretta di cacciarti perché sono in attesa decine di altri avventori.

Ma mi sono perso: parlavamo della foto e di Piazza Santa Maria in Trastevere. Mia moglie, che non ha la durezza caratteriale di mandarmi al diavolo quando mi metto a scattar foto ad ogni angolo, ha preso quella sera la decisione di andare a visitare la libreria d’angolo mentre io mi sbizzarrivo con la compattina.
“Quando hai finito io sono là!” mi ha liquidato, al limite della scocciatura.
Io ho cominciato a scattare e a scattare senza soluzione di continuità, pur non avendo la possibilità di avere foto decenti (si era di notte, con illuminazione scarsa e con la gente in movimento). Allora appoggiavo la fotocamera alle colonnine alte un metro che punteggiano la piazza e cercavo di fermare l’impressione di maestà che mi dava l’oro dei mosaici della cattedrale.
Io non fotografo mai i cristiani. Non li trovo fotogenici. Ma ad un punto, ecco che vengo distolto da un blaterare incomprensibile; mi giro e trovo alle mie spalle un uomo sporco, vestito di stracci, seduto su una carrozzina chissà come rimediata.Forse si trattava di un barbone, forse di un grande invalido di cui nessuno si prendeva cura o se ne occupava solo in quanto fonte di reddito.
Chiedeva l’elemosina vicino ad un cassonetto dell’immondizia e la cosa particolare era che tutti evitavano di guardarlo perché aveva il piede sinistro enorme, enfiato, rosso di sangue stagnante. Aveva certo bisogno di cure ma il cinismo del fotografo arriva solo alla fredda documentazione. In quel momento, ahimé, non ho pensato affatto al dolore di quella situazione, al fatto che lo avrei potuto aiutare in qualche modo: chiamare un medico, chiamare la Caritas… non so nemmeno. Quello che mi terrorizza è che invece, freddamente, ho pensato solo a quale potessero essere le condizioni tecniche adatte allo scatto. ISO alti, avvicinarmi al soggetto e aspettare il momento che tutti gli girassero le spalle, per enfatizzare la sua solitudine.
Poi ho girato le spalle anche io e me ne sono andato.
E un po’, al pari degli altri,  faccio schifo.





Una di queste sere

30 06 2009

Stasera è una luna di latte. Leggermente sfilacciata nella foschia estiva, guarda dall’alto dilavando i tetti sui quali, nel pomeriggio, è piovuto.01 Starry Night over the Rhone by van Gogh
Lontane luce vibrano, dorate. Qualcuna si riflette sulle acque; qualche altra, sibillina, si nasconde nelle macchie. Davanti al paese che dorme qui di fronte, un cipresso fa la veglia immobile, nonostante la brezza si sollevi.
Lumi accosti ai muri sorvegliano mute case. Finestre socchiuse dalle quali s’intravede un orlo di tenda di broccato annunciano la vita. Per altro sono solo, accoccolato nella mia dolce sedia, a ricavar parole. Passeranno le ore e il freddo salirà da sotto le magnolie, seccherà l’umidità nascosta e pur le felci, intirizzite un poco, le foglie serreranno. Abbaieranno i cani, soli, ai cigli delle strade gialle e la mia finestra comunque sarà accesa. Il tutto in cerca di una parla vera, di una parola definitiva che altrimenti, nella gabbia delle cose umane, non si trova e che però dalle umane cose deriva. Rifuggire cioè quello che si ama, per guardarlo non con gli occhi appassionati, ma con il giusto distacco.

Quando lo avrò fatto mi diranno che non ho amato abbastanza. A tutti serve che questo amore che sento sia svelato eppure io non lo svelo. Rimane qui, osserva, scruta, spia e adora, ma non si manifesta.
Questa sera così bella, acquosa e stinta, odorosa di falso gelsomino che si sfa, non saprà mai quanto l’adoro. Molti non sapranno nemmeno che esisto e in questo anonimato mi è assi più facile amar le cose e le persone.
Non vorrei nemmeno esere umano, per sfiorare le cose con decenza; per non avere desideri tristi, volgari intendimenti.
Voglio amare da lontano.

E tutti mi diranno che non sono stato capace di amare.