Quand’era piccolo non stava mai fermo. Se mi affacciavo alla finestra non faceva altro che girare in tondo intorno alla casa come un forsennato, tanto che la lingua ad un certo punto cominciava a pendergli dalle labbra umide. Non staccava mai il suo sguardo su di me; uno sguardo che a volte mi coglieva impreparato e mi metteva in imbarazzo. Mi sembrava il modo di guardare che hanno gli innamorati. Io provavo dentro di me un’angoscia colpevole perché mi pareva di non ricambiare quel suo amore: di non esserne proprio capace.
Sono un uomo fortunato, perché mi sento molto amato; e il bello è che non debbo nemmeno ricambiare, perché chi mi ama lo fa non ostante la mia freddezza.
Era così anche il mio Duke, un bel pastore tedesco che mi era stato regalato da un istruttore di tennis rumeno.
Quando me lo portò al circolo, non era che un tozzo batuffolo di carne e pelo che spuntava con la testa da una sacca di quelle con le ruote che adoperano le vecchine per fare la spesa. Provai un moto di ripulsa: non sarei stato in grado di badargli. Ma quando, uscito dalla sacca venne diretto verso di me, non potei fare altro che portarlo a casa, ben sapendo della furia che avrei scatenato in mia moglie. Poi invece, come un ligio soldatino addestrato, imparò tutto e subito. Da quando lo prendemmo non fece mai la pipì dove gli capitava: bastò che una sera lo portassimo sul prato e gli dicessimo “Fai la pipì” che lui si accovacciò e la fece. Allora imparò che oltre all pipì anche gli altri bisogni si fanno sull’erba.
Non amò mai gli altri cani, poiché i pochi che avvicinò non si dimostrarono molto magnanimi con lui. Se se stette sempre alla larga: li osservava puntando il muso e drizzando le orecchie; facendomi capire chiaramente che alla loro preferiva la compagnia degli umani.
A volte (e colpevolmente) lo giudicavo addirittura eccessivo: io facevo due passi e lui era al mio fianco che mi batteva la punta del muso sulle cosce e sull’inguine. Io andavo in giardino a sbrogliare l’edera e a potare le piante e lui era lì sotto di me, incurante dei rami e delle foglie cadenti, che mordicchiava la sua palla preferita. Soffrì di molte malattie: la pelle gli si piagava e lo dovevamo rasare e coprire di pomate. Un giorno lo facemmo castrare perché come i cristiani di mezza età cominciava ad avere problemi alla prostata. Allora ingrassò e il suo muso divenne ancora più bonario e bello, specialmente quando se ne stava sdraiato a prendere aria sul patio.
Con l’età il caldo lo infastidiva parecchio e andava girando per il giardino cercando di trovare gli angoli dove spirasse un refolo di vento. Io avevo fatto scoperchiare la veranda e sedevo spesso per leggere un giornale o un libro, coperto dall’ombra delle magnolie. Quand’era estate e si era verso sera, Duke se ne stava sovente sotto le magnolie che vibravano al ponentino. Dondolava piano la testa mentre respirava e con l’età il fiatone era aumentato, pure se fondamentalmente era rimasto un giocherellone. Al primo accenno che gli facevo di prendere la palla, lui schizzava in piedi e ZAC! Prendeva la palla al volo tra le mascelle, riportandomela godurioso e ponendomela ai piedi.
Si può dire che non vivesse che per questo, Duke. Per quei pochi attimi che gli dedicavo ogni giorno.
Una sera, saranno state le sette, lo vidi che stava in piedi sotto le sue amate magnolie davanti al muro di recinzione del giardino, dalla parte che guarda verso ponente. Stava con la testa in alto, come se avesse visto qualcosa sopra di lui. Lo chiamai, gli dissi che cosa avesse visto di così tanto attraente.
Non si girava dalla mia parte: evidentemente qualcosa lo colpiva ancor più del mio richiamo. Poi fu come se tendesse le zampe per spiccare un salto: s’irrigidì e cadde immobile. Corsi verso di lui sentendo in petto un peso insopportabile. Non poteva essere! Ne avevamo passate così tante insieme che forse, anche questa volta, dopo la prima paura, si sarebbe rimesso in piedi, avrebbe agitato il codone nero e rossastro e sarebbe andato a cercare la sua palla sbavata. Mi accucciai: lo chiamai e lo scossi.Adesso a distanza di un anno, adesso che è estate, Duke mi manca immensamente. Volgendomi in giro per il giardino mi pare sempre che possa sbucare da un angolo trottando, con la sua palla in bocca, gocciolando saliva sul cotto. A volte quando scendo in giardino, sento il suo muso addosso ed è una sensazione così reale e forte che provo addirittura ad allungare la mano, in cerca del suo manto morbido e caldo.
Poi mi trovo nel punto dove è morto, sotto le magnolie. Da qualche parte arriva il fresco vento marino, che lui amava tanto. Guardo intorno, sopra di me e ad un tratto capisco. Nel loro lento movimento i rami e le scure foglie si separano un attimo le une dalle altre e avvampa ai miei occhi il fuoco del sole che sta tramontando. E capisco.
Il caro vecchio Duke era stato attratto dal sole che tramontava. E forse aveva capito che come per il sole, anche per lui quella sera sarebbe stato il tramonto. Per un’ultimo atto d’amore volle risparmiarmi la pena di vederlo morire davanti ai miei occhi e per questo mi aveva dato le spalle, senza rispondere ai miei richiami.
Quando un uomo si rifiiuta di prendere di nuovo un cane per amico non è per egoismo. E’ perché sa che quell’amore speciale non lo riavrà più uguale. E se accetterà di prendere un altro cane è consapevole che riceverà altro ed altro amore in forme diverse dal precedente e però ugualmente forte e incondizionato. E quando quell’amore verrà meno sarà una ennesima sofferenza da impazzire.
Noi umani non siamo fatti per ricevere tanto amore.

commovente,notevole.