Una di queste sere

30 06 2009

Stasera è una luna di latte. Leggermente sfilacciata nella foschia estiva, guarda dall’alto dilavando i tetti sui quali, nel pomeriggio, è piovuto.01 Starry Night over the Rhone by van Gogh
Lontane luce vibrano, dorate. Qualcuna si riflette sulle acque; qualche altra, sibillina, si nasconde nelle macchie. Davanti al paese che dorme qui di fronte, un cipresso fa la veglia immobile, nonostante la brezza si sollevi.
Lumi accosti ai muri sorvegliano mute case. Finestre socchiuse dalle quali s’intravede un orlo di tenda di broccato annunciano la vita. Per altro sono solo, accoccolato nella mia dolce sedia, a ricavar parole. Passeranno le ore e il freddo salirà da sotto le magnolie, seccherà l’umidità nascosta e pur le felci, intirizzite un poco, le foglie serreranno. Abbaieranno i cani, soli, ai cigli delle strade gialle e la mia finestra comunque sarà accesa. Il tutto in cerca di una parla vera, di una parola definitiva che altrimenti, nella gabbia delle cose umane, non si trova e che però dalle umane cose deriva. Rifuggire cioè quello che si ama, per guardarlo non con gli occhi appassionati, ma con il giusto distacco.

Quando lo avrò fatto mi diranno che non ho amato abbastanza. A tutti serve che questo amore che sento sia svelato eppure io non lo svelo. Rimane qui, osserva, scruta, spia e adora, ma non si manifesta.
Questa sera così bella, acquosa e stinta, odorosa di falso gelsomino che si sfa, non saprà mai quanto l’adoro. Molti non sapranno nemmeno che esisto e in questo anonimato mi è assi più facile amar le cose e le persone.
Non vorrei nemmeno esere umano, per sfiorare le cose con decenza; per non avere desideri tristi, volgari intendimenti.
Voglio amare da lontano.

E tutti mi diranno che non sono stato capace di amare.





La sera di San Valentino

27 06 2009
kokoschka

kokoschka

Accompagnandoti a casa vivevo in una sorta di trance. Un albero un vuoto un albero un vuoto un albero un vuoto una panchina un palo

Luce

Luce

Luce

Un albero

Un vuoto

Un albero

Un vuoto

E la strada che si apriva davanti a noi come la bocca sdentata di un cane vecchio, malilluminata dai fari, contavo i chilometri, le centinaia di metri, le decine, i passi che ci separavano da casa tua. E lì, per la prima volta sperimentai il dolore al petto che pare mordere; una sorta di cupo ingorgo che si forma alla bocca dello stomaco e si sfoga nel pianto. Ma ancora non piangevo, perché volevo sfruttare fino all’ultimo il fatto di stare con te, di essere con te. Le tue gambe lunghe, che intravedevo nel balugino della luce intermittente, il tuo collo ambrato nella semi oscurità, gli orecchini a cerchio che brillavano ondulanti e la testa fitta di capelli profumati.
Si: ero ancora con te.
Quando fummo sotto casa tua tu ti girasti. Avevi sul volto l’espressione soddisfatta dell’amante sazia che aveva avuto soltanto un antipasto. Ancora ricordo le curve morbide delle tue guance, gli occhi neri e penetranti, la bocca disegnata come una nuvola d’alba. Le dita lunghe mi accarezzarono il volto, proprio come si fa con un amico. Mi guardasti piena di comprensione; colma di compassione mi desti un rapido bacio sulle labbra girandoti subito dopo e uscendo dalla macchina, non prima di aver lasciato che la coscia bianca svettasse dall’abitino corto, alla luce della luna.
Non farmi andare via così! Fammi un sorriso!
M M…” dissi io, piegando leggermente le labbra.

Era la sera di San Valentino.
Rifeci la strada a ritroso maledicendo ogni sasso, ogni siepe, ogni cane che incontravo. Erano i sassi, le siepi e i cani del ritorno. Di quando di te c’era solo il profumato ricordo; il sapore rimasto in bocca della tua bocca, i lampi della tua carne nel tritacarne del rammentare, che mischiava ansimi a silenzi, baci a carezze, fughe con il pensiero e cose taciute, vigliaccherie…
Vigliaccherie si… il fatto che ora tu non fossi con me ma stessi già baciando il tuo caro e fedele fidanzato, che come tutti i cari e fedeli fidanzati non sapeva nulla, nulla immaginava.
Lui era un ragazzo dai mille interessi. Pacato, riflessivo, amante dei viaggi e della libertà. Più bello di me cento volte; molto più interessante. Ma non aveva dentro sé quel tarlo, quel fugace lampo imprevedibile, lo sguardo rabbuiato ed i dolori che avevo io dentro lo spirito. Un uomo certo da sposare lui, questo si; una sorta di assicurazione per la vecchiaia. Sapeva riparare le cose rotte: tubature, infissi e per tutti aveva un saggio consiglio. Sapeva quel che fare se ti scadeva l’assicurazione e già si era iscritto ad una cooperativa per l’assegnazione della casa. Io? Io scrivevo poesie e libricini senza senso. Io passavo intere giornate a guardar piovere, quando a novembre pioveva per giorni e ad ascoltar musica. Quello io ero. Ma sapevo stringerti fino a farti perdere il fiato; sapevo dirti quanto ti desideravo con parole che ti facevano battere forte il cuore (tu me lo dicesti). Io ero il volo, la perdizione, il tormento, il rosso, la cenere che cova la fiamma, un abito scuro, il battere dei colpi sulla porta, il telefono che suona di notte.
Ero l’ora blu, l’effetto notte… non ero nulla.
Lui un buon ragioniere; la macchina come nuova, con tanto di accessori pagati assai. Mi facesti vedere anche le foto: le foto che si fanno tutti i fidanzatini. Sulla scogliera, davanti ad una ruota panoramica con tanto di zucchero filato. Io risi compiaciuto ma avrei desiderato che da quella ruota egli fosse caduto giù tutto ridotto a polpette. Mi desti anche una foto, che la tenessi, dove con il tuo solito sguardo scuro, in un costume castigato, prendevi il sole su una spiaggia della Corsica.
Un amico vedendola sulla scrivania mi disse “Si vede che ti ama da come ti guarda mentre la fotografi”.
Che cretino: la foto l’aveva scattata l’altro, non io.
Tutto quello che avevo di te era di seconda mano. I baci, le parole e la pelle… tutto già usato. E qualunque cosa io facessi, non avresti mai preferito me a lui, perché io ti avrei imprigionato. Avresti perso la libertà che lui ti concedeva.
Perciò da allora la festa di San Valentino per me è soltanto la ricorrenza di una strage.





Alfredo (piccola elegia di un figlio di pescatori)

24 06 2009

Schizzi_ScugnizziI

E quindi corremmo a chiamare Alfredo.
Viveva con la madre e i nonni in una casetta bianca circondata dalla buganvillea. La chiamavamo “la casa rossa” perché d’estate era di quel colore e anche di un viola intenso quando scemava la luce solare. Il padre non s’era più visto da dopo che era nato perché, almeno così diceva Alfredo, al padre piaceva viaggiare. Ci aspettava fuori dal giardino, con quel sorriso intenso e gioviale, nel fondo del quale ci trovavi una sorta di tristezza. Non a caso Alfredo lo chiamavamo “piangi e ridi”. Era attraversato da scosse di ilarità che diventavano, di lì a poco, febbrili tristezze, durante le quali non gli si poteva rivolgere la parola. Ma era un ineguagliabile compagno di giochi. Lucido di sudore con le sue improbabili magliette a fiori sapeva piroettare con la palla come pochi. Distaccato dalle cose mondane, portato alla contemplazione, con lui si poteva parlare per ore di stelle e pianeti perché, almeno così diceva Alfredo, anche a lui come al padre piaceva viaggiare.
“Io quando sarò grande non vorrò un figlio se poi devo viaggiare! Che senso ha avere un figlio, ma anche una moglie, se poi devi viaggiare? E’ stupido!”
Alfredo era alto alto e magro, nervoso come un tronco di vite, abbronzato tutto l’anno. Lo avevo conosciuto un giorno su al convento alto dei Salesiani, quello tutto giallo che ha le porte bucherellate. Eravamo seduti sotto l’ombra dei pini e contavamo i pinoli. Quando lo vidi arrivare mi colpirono i suoi piedi, vivaci e irrequieti: prendeva a calci una pigna e i pezzi ci schizzavano in faccia. Lui, incurante, rideva.
“E finiscila!” qualcuno gli disse. Ma lui aumentava, schizzando schegge da tutte le parti e ridendo. Divertì anche me questo menefreghismo ilare.
“Ti andrebbe di contare i pinoli?” gli chiesi.
“E a che serve contare i pinoli?” rispose.
“Serve a che poi li dividiamo e ce li mangiamo!”
”Mangiateveli assieme, senza dividerli!”
E così facemmo, perché ci sembrò un consiglio giusto.
Qualcuno disse:
“Ma qualcuno ne mangerà di più e altri meno!”
”E che fa?” rispose lui facendo spallucce e menando un gran calcio ad un pigna e riempiendoci di schegge. Si fece una grassa risata.
“Ma finiscila!” gridò qualcuno.
Alfredo era così, eccessivo e saggio. Sono due caratteristiche che possono sembrare diverse, ma in realtà l’una non esclude l’altra, credo.
Ci aspettava fuori di casa con il suo pallone sotto il braccio. Era un pallone arancione con i rombi neri. Era il suo pallone ed era impossibile anche solo chiedergli di giocare con un altro.
“Questo ha delle traiettorie strane. Se riesci e governare questo pallone significa che sei bravo a giocare. Questo” e faceva la faccia intensa “disorienta i portieri”.
Quindi poggiava il pallone in terra e colpiva forte. La sfera seguiva dapprima un itinerario logico, poi d’improvviso ad una folata di brezza piegava in alto e subito dopo ricadeva in basso, più simile ad una foglia secca.
“Avete visto? Disorienta i portieri!”

Quel giorno scendemmo dalla calata che conduce all’imbarco turistico, che ancora era chiuso. A qualche decina di metri di distanza dondolavano pigre le barche dei pescatori. Il cielo era azzurro scuro. C’era il Grecale.
Eravamo dieci: un numero perfetto per giocare al calcio.
C’era Gnafetto, quello grasso, Armandino, Marco e Salsiccia e tanti altri che adesso non ricordo. Forse anche qualcuno che s’era aggiunto così, per strada. Raggiunto che fu lo spiazzo dove d’estate si mettevano ad asciugare le reti, ci mettemmo in circolo. Alfredo parlò:
“Allora, le regole sono queste: cinque contro cinque e il capitano lo decido io. La palla esce quando va in mare e i rigori, chi li tira lo decido io…”
Ci guardò a tutti, non aspettando minimamente una protesta.
“Tu vieni da me!” mi disse. Ebbi un tonfo di felicità al cuore.
“Anche Gnafetto, che sta in porta, Marco e Aldino. Gli altri stanno di là!” e fece un cenno con la faccia, alzando il mento, indicando un di là.
Quindi cominciammo a giocare sotto il sole cocente delle dieci. La grande spianata si stendeva dalle prime case salnitrose fino al molo, che correva per un centinaio di metri fino all’entrata del piccolo golfo. Come linea laterale avevamo da una parte il muro che separava la spianata dall’abitato, dall’altra null’altro che la distesa verde delle acque placide del porticciolo. Molte volte la palla cadde in acqua e molte volte ci tuffammo subito appresso per riprenderla, sbuffando come foche felici. Correvamo bagnati e provavamo un gusto immenso dal fresco che ci scorreva sulla pelle che ci s’asciugava addosso come una guaina salata. Si può dire che il gioco ad un certo punto consisteva nel gettare di proposito la palla in acqua per tuffarsi a riprenderla, uno alla volta oppure uno dietro l’altro, gridando e ridendo come impazziti.
Alfredo si tuffò come tutti noi e a lungo aspettammo di vederlo risalire tirando indietro la testa sprizzante acqua e sbuffando come un folletto. A lungo aspettammo.

II

Il muro di cinta della casa di Alfredino era bianco di calce. Dava sollievo sedersi all’ombra di quel muro quando l’afa del pomeriggio ti angustiava la vita. La fitta buganvillea a quell’ora era rossa in modo stupefacente: pareva che volesse incendiare la casa. Eravamo tristi si, ma ogni tanto ci pigliavamo a spinte, ci davamo dei gran pestoni sulla testa. Qualcuno diceva parolacce. Poi tornavamo tristi.
La mamma di Alfredo uscì dalla casa e ci venne incontro con un piatto di crispeddi dolci che prendemmo uno alla volta, senza affannarci o spingerci. La mamma di Alfredo aveva un abito neto, le calze nere e la faccia pallida. Ci guardò ad uno ad uno e ci carezzò una guancia dicendoci “Belli”, oppure “Cari”. Poi vidi che una lacrima le saliva agli occhi. Lei parve destarsi: corse in casa, chiuse la porta.
Era ora di tornare.