I
E quindi corremmo a chiamare Alfredo.
Viveva con la madre e i nonni in una casetta bianca circondata dalla buganvillea. La chiamavamo “la casa rossa” perché d’estate era di quel colore e anche di un viola intenso quando scemava la luce solare. Il padre non s’era più visto da dopo che era nato perché, almeno così diceva Alfredo, al padre piaceva viaggiare. Ci aspettava fuori dal giardino, con quel sorriso intenso e gioviale, nel fondo del quale ci trovavi una sorta di tristezza. Non a caso Alfredo lo chiamavamo “piangi e ridi”. Era attraversato da scosse di ilarità che diventavano, di lì a poco, febbrili tristezze, durante le quali non gli si poteva rivolgere la parola. Ma era un ineguagliabile compagno di giochi. Lucido di sudore con le sue improbabili magliette a fiori sapeva piroettare con la palla come pochi. Distaccato dalle cose mondane, portato alla contemplazione, con lui si poteva parlare per ore di stelle e pianeti perché, almeno così diceva Alfredo, anche a lui come al padre piaceva viaggiare.
“Io quando sarò grande non vorrò un figlio se poi devo viaggiare! Che senso ha avere un figlio, ma anche una moglie, se poi devi viaggiare? E’ stupido!”
Alfredo era alto alto e magro, nervoso come un tronco di vite, abbronzato tutto l’anno. Lo avevo conosciuto un giorno su al convento alto dei Salesiani, quello tutto giallo che ha le porte bucherellate. Eravamo seduti sotto l’ombra dei pini e contavamo i pinoli. Quando lo vidi arrivare mi colpirono i suoi piedi, vivaci e irrequieti: prendeva a calci una pigna e i pezzi ci schizzavano in faccia. Lui, incurante, rideva.
“E finiscila!” qualcuno gli disse. Ma lui aumentava, schizzando schegge da tutte le parti e ridendo. Divertì anche me questo menefreghismo ilare.
“Ti andrebbe di contare i pinoli?” gli chiesi.
“E a che serve contare i pinoli?” rispose.
“Serve a che poi li dividiamo e ce li mangiamo!”
”Mangiateveli assieme, senza dividerli!”
E così facemmo, perché ci sembrò un consiglio giusto.
Qualcuno disse:
“Ma qualcuno ne mangerà di più e altri meno!”
”E che fa?” rispose lui facendo spallucce e menando un gran calcio ad un pigna e riempiendoci di schegge. Si fece una grassa risata.
“Ma finiscila!” gridò qualcuno.
Alfredo era così, eccessivo e saggio. Sono due caratteristiche che possono sembrare diverse, ma in realtà l’una non esclude l’altra, credo.
Ci aspettava fuori di casa con il suo pallone sotto il braccio. Era un pallone arancione con i rombi neri. Era il suo pallone ed era impossibile anche solo chiedergli di giocare con un altro.
“Questo ha delle traiettorie strane. Se riesci e governare questo pallone significa che sei bravo a giocare. Questo” e faceva la faccia intensa “disorienta i portieri”.
Quindi poggiava il pallone in terra e colpiva forte. La sfera seguiva dapprima un itinerario logico, poi d’improvviso ad una folata di brezza piegava in alto e subito dopo ricadeva in basso, più simile ad una foglia secca.
“Avete visto? Disorienta i portieri!”
Quel giorno scendemmo dalla calata che conduce all’imbarco turistico, che ancora era chiuso. A qualche decina di metri di distanza dondolavano pigre le barche dei pescatori. Il cielo era azzurro scuro. C’era il Grecale.
Eravamo dieci: un numero perfetto per giocare al calcio.
C’era Gnafetto, quello grasso, Armandino, Marco e Salsiccia e tanti altri che adesso non ricordo. Forse anche qualcuno che s’era aggiunto così, per strada. Raggiunto che fu lo spiazzo dove d’estate si mettevano ad asciugare le reti, ci mettemmo in circolo. Alfredo parlò:
“Allora, le regole sono queste: cinque contro cinque e il capitano lo decido io. La palla esce quando va in mare e i rigori, chi li tira lo decido io…”
Ci guardò a tutti, non aspettando minimamente una protesta.
“Tu vieni da me!” mi disse. Ebbi un tonfo di felicità al cuore.
“Anche Gnafetto, che sta in porta, Marco e Aldino. Gli altri stanno di là!” e fece un cenno con la faccia, alzando il mento, indicando un di là.
Quindi cominciammo a giocare sotto il sole cocente delle dieci. La grande spianata si stendeva dalle prime case salnitrose fino al molo, che correva per un centinaio di metri fino all’entrata del piccolo golfo. Come linea laterale avevamo da una parte il muro che separava la spianata dall’abitato, dall’altra null’altro che la distesa verde delle acque placide del porticciolo. Molte volte la palla cadde in acqua e molte volte ci tuffammo subito appresso per riprenderla, sbuffando come foche felici. Correvamo bagnati e provavamo un gusto immenso dal fresco che ci scorreva sulla pelle che ci s’asciugava addosso come una guaina salata. Si può dire che il gioco ad un certo punto consisteva nel gettare di proposito la palla in acqua per tuffarsi a riprenderla, uno alla volta oppure uno dietro l’altro, gridando e ridendo come impazziti.
Alfredo si tuffò come tutti noi e a lungo aspettammo di vederlo risalire tirando indietro la testa sprizzante acqua e sbuffando come un folletto. A lungo aspettammo.
II
Il muro di cinta della casa di Alfredino era bianco di calce. Dava sollievo sedersi all’ombra di quel muro quando l’afa del pomeriggio ti angustiava la vita. La fitta buganvillea a quell’ora era rossa in modo stupefacente: pareva che volesse incendiare la casa. Eravamo tristi si, ma ogni tanto ci pigliavamo a spinte, ci davamo dei gran pestoni sulla testa. Qualcuno diceva parolacce. Poi tornavamo tristi.
La mamma di Alfredo uscì dalla casa e ci venne incontro con un piatto di crispeddi dolci che prendemmo uno alla volta, senza affannarci o spingerci. La mamma di Alfredo aveva un abito neto, le calze nere e la faccia pallida. Ci guardò ad uno ad uno e ci carezzò una guancia dicendoci “Belli”, oppure “Cari”. Poi vidi che una lacrima le saliva agli occhi. Lei parve destarsi: corse in casa, chiuse la porta.
Era ora di tornare.