
kokoschka
Accompagnandoti a casa vivevo in una sorta di trance. Un albero un vuoto un albero un vuoto un albero un vuoto una panchina un palo
Luce
Luce
Luce
Un albero
Un vuoto
Un albero
Un vuoto
E la strada che si apriva davanti a noi come la bocca sdentata di un cane vecchio, malilluminata dai fari, contavo i chilometri, le centinaia di metri, le decine, i passi che ci separavano da casa tua. E lì, per la prima volta sperimentai il dolore al petto che pare mordere; una sorta di cupo ingorgo che si forma alla bocca dello stomaco e si sfoga nel pianto. Ma ancora non piangevo, perché volevo sfruttare fino all’ultimo il fatto di stare con te, di essere con te. Le tue gambe lunghe, che intravedevo nel balugino della luce intermittente, il tuo collo ambrato nella semi oscurità, gli orecchini a cerchio che brillavano ondulanti e la testa fitta di capelli profumati.
Si: ero ancora con te.
Quando fummo sotto casa tua tu ti girasti. Avevi sul volto l’espressione soddisfatta dell’amante sazia che aveva avuto soltanto un antipasto. Ancora ricordo le curve morbide delle tue guance, gli occhi neri e penetranti, la bocca disegnata come una nuvola d’alba. Le dita lunghe mi accarezzarono il volto, proprio come si fa con un amico. Mi guardasti piena di comprensione; colma di compassione mi desti un rapido bacio sulle labbra girandoti subito dopo e uscendo dalla macchina, non prima di aver lasciato che la coscia bianca svettasse dall’abitino corto, alla luce della luna.
“Non farmi andare via così! Fammi un sorriso!”
“M M…” dissi io, piegando leggermente le labbra.
Era la sera di San Valentino.
Rifeci la strada a ritroso maledicendo ogni sasso, ogni siepe, ogni cane che incontravo. Erano i sassi, le siepi e i cani del ritorno. Di quando di te c’era solo il profumato ricordo; il sapore rimasto in bocca della tua bocca, i lampi della tua carne nel tritacarne del rammentare, che mischiava ansimi a silenzi, baci a carezze, fughe con il pensiero e cose taciute, vigliaccherie…
Vigliaccherie si… il fatto che ora tu non fossi con me ma stessi già baciando il tuo caro e fedele fidanzato, che come tutti i cari e fedeli fidanzati non sapeva nulla, nulla immaginava.
Lui era un ragazzo dai mille interessi. Pacato, riflessivo, amante dei viaggi e della libertà. Più bello di me cento volte; molto più interessante. Ma non aveva dentro sé quel tarlo, quel fugace lampo imprevedibile, lo sguardo rabbuiato ed i dolori che avevo io dentro lo spirito. Un uomo certo da sposare lui, questo si; una sorta di assicurazione per la vecchiaia. Sapeva riparare le cose rotte: tubature, infissi e per tutti aveva un saggio consiglio. Sapeva quel che fare se ti scadeva l’assicurazione e già si era iscritto ad una cooperativa per l’assegnazione della casa. Io? Io scrivevo poesie e libricini senza senso. Io passavo intere giornate a guardar piovere, quando a novembre pioveva per giorni e ad ascoltar musica. Quello io ero. Ma sapevo stringerti fino a farti perdere il fiato; sapevo dirti quanto ti desideravo con parole che ti facevano battere forte il cuore (tu me lo dicesti). Io ero il volo, la perdizione, il tormento, il rosso, la cenere che cova la fiamma, un abito scuro, il battere dei colpi sulla porta, il telefono che suona di notte.
Ero l’ora blu, l’effetto notte… non ero nulla.
Lui un buon ragioniere; la macchina come nuova, con tanto di accessori pagati assai. Mi facesti vedere anche le foto: le foto che si fanno tutti i fidanzatini. Sulla scogliera, davanti ad una ruota panoramica con tanto di zucchero filato. Io risi compiaciuto ma avrei desiderato che da quella ruota egli fosse caduto giù tutto ridotto a polpette. Mi desti anche una foto, che la tenessi, dove con il tuo solito sguardo scuro, in un costume castigato, prendevi il sole su una spiaggia della Corsica.
Un amico vedendola sulla scrivania mi disse “Si vede che ti ama da come ti guarda mentre la fotografi”.
Che cretino: la foto l’aveva scattata l’altro, non io.
Tutto quello che avevo di te era di seconda mano. I baci, le parole e la pelle… tutto già usato. E qualunque cosa io facessi, non avresti mai preferito me a lui, perché io ti avrei imprigionato. Avresti perso la libertà che lui ti concedeva.
Perciò da allora la festa di San Valentino per me è soltanto la ricorrenza di una strage.
