Le solite vecchie storie

17 07 2009

A smentire quello che avevo scritto qualche giorno fa.

Atmosfera di vetro fuso l’avrebbe chiamata Marquez. Girano in continuazione le pale dei ventilatori e il ritmo dei motori che si inceppano punteggia il pomeriggio. Tutto è fermo, dormiente, disteso. Le stoppie gialle della campagna romana si allargano fino ai confini dei giardini curati, dell’erba verde, dei rosai. Il metallo rovente cinge le coltri intorpidite, rimanda il suo riverbero sulle mura, sotto i pergolati, nelle stanze con le persiane chiuse, addosso alle mura bianche delle camere da letto.
Con questo clima è facile che la mia mente vada ai ricordi, grazie anche a Pina e al suo pensiero di ieri. Mia nonna trovava refoli d’aria sotto gli oleandri, presso le gerbere, al riparo della boungavillea che cresceva rosa sulla facciata esposta a sud. Si sedeva come un monumento enorme e placido sulla sua sedia preferita e respirava piano, dopo aver dato da mangiare a dieci, dodici cristiani in quelle giornate d’afa atroce che si trascorrevano al mare. Gli uomini andavano a riposare nei letti ariosi e in penombra. Le donne, una volta finito di rassettare, trovavano il tempo per stare un po’ assieme a chiacchierare o magari per prendere un po’ di sole. Lei no: lei aveva superato queste fasi. La vanità, la bellezza del corpo, l’armonia lei non l’aveva mai perseguite perché era stata sempre bella di natura. S’abbronzava in campagna: era donna di terra, ben piantata. Mal sopportava il mare e i suoi venti salati. Ma di buon grado s’era sottoposta al sacrificio perché suo marito aveva sempre avuto il sogno di una casa vicina alla spiaggia; lui che il mare lo aveva visto da giovinetto, arrivando in bicicletta, dopo una pedalata di venticinque chilometri e che aveva sempre conservato nel cuore la visione di quella vastità punteggiata di liquide stelle presso l’ora del tramonto.

Salvo Caramagno_due contadini

Salvo Caramagno

Il pomeriggio dunque. Per ogni ora la nonna aveva un angolo della casa propizio agli spifferi, alle correnti d’aria. Alle tre sapeva che il vento si levava da terra, da nord. Allora trascinava la sedia e la accostava all’angolo, vicino al gazebo. Alle quattro era ancora lì, con gli occhi socchiusi e la pancia prominente e morbida come un caldo giaciglio. Alle cinque riprendeva la brezza e quindi si metteva di faccia al tramontare, verso ovest e infine, verso le sei, quando s’appiattiva su tutto una sorta di bonaccia, entrava dentro casa e s’adattava nello stanzino a piano terra, quello che stava in ombra tutto il giorno. Cominciava a rivivere decentemente soltanto dopo cena, quando tutti ci si disponeva a trascorrere la giornata in chiacchiere, arrampicati sulle sedie a dondolo, sotto l’ombrellone con le frange che al nonno serviva da barometro. Le frange erano immobili? L’indomani sarebbe stato un giorno torrido. Erano vibrate dalla brezza di terra? Una giornata sopportabile. Venivano scosse da un certo ventarello di mare? Niente barca e giornata ventosa.
A quell’ora era persino facile che si mettesse l’abito carino di tessuto stampato, tutto decorato a fiori e le scarpe eleganti, beige, con la fibietta dorata da una parte e quell’orologio che tanto amavo, d’argento, con il quadrante tempetato di diamantini. Non aveva impegni mondani, ma l’eleganza, a quel tempo era prerogativa di tutti, poveri e ricchi. Il nonno indossava i pantaloni e la camicia, che lasciava un po’ aperta sul petto, l’orologio d’oro e le scarpe a mocassino di tela intrecciata. Gli piaceva mettersi sul cancello a sentire i passanti che tessevano elogi per quelle rose così gonfie, quelle margherite così carnose, quei gerani tanto vellutati.
Non sapevano loro che non esiste miglior concime dello stallatico di cavallo mischiato alla terra! Non sapevano mica il profumo di secco che si alza dopo che, alla sera, si getta l’acqua tra le cannucce dei pomodori e sugli zucchini! Loro avevano impianti automatici. Per loro, diceva il nonno, “la terra stava troppo in basso”. Li chiamava “sti damerini del cavolo!” ed erano gli avvocati, i dottori, gli imprenditori cui si erano fatti la villa dove mio nonno, dieci anni prima, costruì la sua. Piano piano colonizzarono tutti i dintorni. I nonni ai loro occhi conservarono sempre un’aura di mistero e di rispetto. Erano quelli “che ci sono sempre stati!”. Un po’ come nei miei ricordi, riflettevo. Quale che sia il mio gesto quotidiano, quale che sia la mia preoccupazione di apparire, di non dispiacere, mi viene alla mente la loro schietta regalità, la loro signorilità contadina per nulla ostentata, ma presente nei gesti, nelle abitudini, nell’educazione, nel rispetto che davano e che ricevevano.Questo mondo di calzoncini corti, di infradito e di girocollo Dolce e Gabbana non li avrebbe sedotti. Lo avrebbero guardato sogghignando come facevano loro, dandosi di gomito.

Roma, 17/07/2009


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