Essere o risultare

7 10 2009

Emidio, mio cugino, ha detto che farà i casting per i reality perché gli danno modo di mettersi in evidenza. Di più: dice che nello scarso panorama di possibilità che la società ci palesa, il fatto che un ragazzo possa emergere dalla massa grazie ad un reality gli pare un fatto molto positivo; una chance in più.
Io gli ho fatto notare che queste trasmissioni, lungi dal mostrare la realtà, come il titolo vorrebbe, sono costruite con tanto di copione per far apparire le cose proprio l’esatto contrario di come sarebbero in realtà. Gli ho fatto notare che nella realtà non ci sono ragazze bellocce che lo vengono a corteggiare (casomai è il contrario) né avviene mai che dieci persone estranee si vengano a trovare a vivere per qualche mese tutte nella stessa casa nell’impossibilità di uscire. Ma lui ha detto che in definitiva oggi l’importante è “risultare”. Si, proprio risultare ha usato come definizione. Quindi, per converso, se non appari non risulti e sei come inesistente.
Un po’ come succede alle popolazioni tibetane in questi anni. Molti giovani preferiscono vivere ai margini della società nelle periferie delle grandi città, dormendo sotto i ponti, piuttosto che restare nel loro villaggetto ai piedi dell’Everest dove il pasto quotidiano è assicurato. Questo perché presentono che nel loro paesino sono al di fuori di dove accadono le cose. Sono lontani dal luogo dove accade tutto, il bello e il brutto e quindi si riversano nelle periferie di Kathmandu, tra i topi e le pozzanghere. Preferiscono, come dice Edoardo Lombardi Vallauri, alla loro conosciuta sicurezza una sconosciuta insicurezza. Molto probabilmente a loro non accadrà mai quello di cui sentono parlare. Non saranno mai al centro di un accadimento importante. A loro basta di sapere che si trovano lì dove quelle cose succedono.
Quindi il fatto di partecipare a qualcosa che guardano tutti, di cui tutti parlano e non importa se si tratta di una cosa positiva o negativa, da la possibilità di sentirsi al centro di un mondo nel quale altrimenti ci sentiremmo anonimi, non risultanti.
Questo perché si è teso negli ultimi anni a privilegiare le cose irreali a quelle concrete: in tutti i campi.

Oscar Wilde

Oscar Wilde

“Ho un disperato bisogno del superfluo”. Quando pronunciò questa frase Oscar Wilde affermava qualcosa di estremamente blasfemo, fuori dell’ordinario. Nella società vittoriana e bacchettona nella quale si trovava a vivere Wilde fu uno dei geni più sregolati e che fece della sregolatezza e dell’estremo una regola di vita.
Oggi questa affermazione non farebbe più scalpore perché, anche se molti affermerebbero il contrario, l’effimero, l’inutile, il superfluo sono diventati quotidiani nella nostra vita. Ci circondiamo di oggetti che in pratica non sono altro che gadget, trovate di marketing, e le eleggiamo a compagne di vita: oggetti indispensabili, come il telefonino ad esempio. Tanto che oggi è considerato snob chi afferma di non utilizzarlo.
Tutto questo allo scopo di sentirsi parte di qualcosa. L’adoperare oggetti che tutti usano ci fa in qualche modo appartenenti a quel mondo, non più isolati. Il sapere che una massa di persone adotta quello stile di vita, quegli stessi oggetti, ancorché inutili, fa si che noi li si accetti come indispensabili e come tali li si adotti.





Elogio del primate

10 12 2008

Com’è semplice la vita di taluni!
Ho da qualche mese un nuovo collega, vittima delle ristrutturazioni che le aziende definiscono con un non meglio identificato aggettivo quale “tecnica”. Quindi, in virtù di questa fantomatica “ristrutturazione tecnica” un poveraccio è stato trasferito da Aprilia a Roma, senza battere ciglio.
Non sarebbe molta la distanza se costui non avesse comperato la casa ad Aprilia proprio perché vi era stato trasferito da Roma illo tempore.
Comunque, di buon grado si alza ogni mattina alle 6, si lava, indossa la cravattuzza e la giacchettuzza di prassi (era un camionista e gli è di gran sacrificio indossarle, ma tant’è, si deve adattare allo stile della Direzione) e si fa i suoi bravi 40 chilometri ad andare e 40 a tornare. La mattina, per evitare il traffico arriva in ufficio alle 7.30 e per compensare quello che ha perduto in termini di stipendio (in fabbrica guadagnava meglio) tutte le sere si trattiene fino alle 19.00.
Io sotto questi strali del destino sarei morto schiacciato! Egli no; egli beatamente si desta, si sbarba, prepara i suoi bravi mandarini (ne mangia in quantità industriale) e parte per la città, dopo aver salutato la moglie che giust’allora comincia a destarsi.
Sulla Pontina ogni giorno incontra il morto. Mai una volta che qualcuno non si sia spiaccicato ad un palo o contro qualche suo simile. Si fa la sua bella fila, guarda avidamente il lenzuolo intriso di sangue, soppesa i danni alle macchine intruppate e infine fila verso il luogo di lavoro.
Qui si piazza davanti al suo PC (la sua Workstation) per scaricare da internet i wallpaper della sua amata Roma, del suo amato Totti o della culona di borgata, la Ferilli. Si guarda la posta, qualche filmatuccio pornografico e intanto si stuzzica i denti, che gli è rimasto un rimasuglio di cornetto di tra i molari.
Io quando arrivo la mattina ho sempre un diavolo per capello. Lo saluto di sfuggita e ripiego il giaccone, accendo il PC, mi palpo per sapere se ho dimenticato qualcosa a casa. Lui non si distoglie dallo schermo luminescente; lo guarda come il beone guarda una buona bottiglia di rosso: con avidità bambina. E quando gli capita di aprire un file che lui reputa divertente (la lupa della Roma che piscia sull’aquila della Lazio, qualche sfondone del Piotta) ride avidamente e in modo tanto sonoro da imbarazzarmi. Non ho mai conosciuto un uomo più volgare e pacchiano, ma nel contempo lo sogguardo affascinato. La casa che ha comprato ad Aprilia è in mano alla banca, lavora solo lui, ha la macchina sfondata eppure gode di ogni piccola cosa con una innocenza che disarma. Nessun doppio senso lo ferisce, nessuna battuta acida lo scompone. Guarda intorno a sé come farebbe un bambino alla scoperta di Disneyland… è spaventoso!
Io sto seduto composto, ogni due minuti tiro i lembi della giacca e sistemo i polsini, che odio stropicciati. Lui allarga il nodo della cravatta, sbottona il primo bottone della camicia e beve attaccato alla bottiglia emettendo gorgoglii tipici delle fontane di paese, seguiti poi da “Ahhhhhhh” di beatitudine. Si asciuga la bocca gocciolante con il dorso della mano e riprende a digitare, tenendo il labbro inferiore davanti a quello superiore (la tal cosa lo fa sembrare un primate).
Il bello si è che non so se provare pena per lui o per me stesso. Io a volte vorrei essere così, come dire, sbracato. Ma la mia educazione me lo vieta, rifuggo la platealità, le piazzate, le pacche sulle spalle, le flautolenze, che lui chiama sonoramente “scorregge”, posandosi sulla erre con gusto e crudeltà. Fin da bambino avevo in me stesso la mia misura: ero cavaliere con le amichette, educato, mai eccessivo nella gestualità… ma poi, io mi son ritrovato la gastrite; quest’essere invece mangia mane e sera salsicce e lenticchie, polenta e spuntature, cicoria e filetto… (mortacci sua… come direbbe lui).