Com’è semplice la vita di taluni!
Ho da qualche mese un nuovo collega, vittima delle ristrutturazioni che le aziende definiscono con un non meglio identificato aggettivo quale “tecnica”. Quindi, in virtù di questa fantomatica “ristrutturazione tecnica” un poveraccio è stato trasferito da Aprilia a Roma, senza battere ciglio.
Non sarebbe molta la distanza se costui non avesse comperato la casa ad Aprilia proprio perché vi era stato trasferito da Roma illo tempore.
Comunque, di buon grado si alza ogni mattina alle 6, si lava, indossa la cravattuzza e la giacchettuzza di prassi (era un camionista e gli è di gran sacrificio indossarle, ma tant’è, si deve adattare allo stile della Direzione) e si fa i suoi bravi 40 chilometri ad andare e 40 a tornare. La mattina, per evitare il traffico arriva in ufficio alle 7.30 e per compensare quello che ha perduto in termini di stipendio (in fabbrica guadagnava meglio) tutte le sere si trattiene fino alle 19.00.
Io sotto questi strali del destino sarei morto schiacciato! Egli no; egli beatamente si desta, si sbarba, prepara i suoi bravi mandarini (ne mangia in quantità industriale) e parte per la città, dopo aver salutato la moglie che giust’allora comincia a destarsi.
Sulla Pontina ogni giorno incontra il morto. Mai una volta che qualcuno non si sia spiaccicato ad un palo o contro qualche suo simile. Si fa la sua bella fila, guarda avidamente il lenzuolo intriso di sangue, soppesa i danni alle macchine intruppate e infine fila verso il luogo di lavoro.
Qui si piazza davanti al suo PC (la sua Workstation) per scaricare da internet i wallpaper della sua amata Roma, del suo amato Totti o della culona di borgata, la Ferilli. Si guarda la posta, qualche filmatuccio pornografico e intanto si stuzzica i denti, che gli è rimasto un rimasuglio di cornetto di tra i molari.
Io quando arrivo la mattina ho sempre un diavolo per capello. Lo saluto di sfuggita e ripiego il giaccone, accendo il PC, mi palpo per sapere se ho dimenticato qualcosa a casa. Lui non si distoglie dallo schermo luminescente; lo guarda come il beone guarda una buona bottiglia di rosso: con avidità bambina. E quando gli capita di aprire un file che lui reputa divertente (la lupa della Roma che piscia sull’aquila della Lazio, qualche sfondone del Piotta) ride avidamente e in modo tanto sonoro da imbarazzarmi. Non ho mai conosciuto un uomo più volgare e pacchiano, ma nel contempo lo sogguardo affascinato. La casa che ha comprato ad Aprilia è in mano alla banca, lavora solo lui, ha la macchina sfondata eppure gode di ogni piccola cosa con una innocenza che disarma. Nessun doppio senso lo ferisce, nessuna battuta acida lo scompone. Guarda intorno a sé come farebbe un bambino alla scoperta di Disneyland… è spaventoso!
Io sto seduto composto, ogni due minuti tiro i lembi della giacca e sistemo i polsini, che odio stropicciati. Lui allarga il nodo della cravatta, sbottona il primo bottone della camicia e beve attaccato alla bottiglia emettendo gorgoglii tipici delle fontane di paese, seguiti poi da “Ahhhhhhh” di beatitudine. Si asciuga la bocca gocciolante con il dorso della mano e riprende a digitare, tenendo il labbro inferiore davanti a quello superiore (la tal cosa lo fa sembrare un primate).
Il bello si è che non so se provare pena per lui o per me stesso. Io a volte vorrei essere così, come dire, sbracato. Ma la mia educazione me lo vieta, rifuggo la platealità, le piazzate, le pacche sulle spalle, le flautolenze, che lui chiama sonoramente “scorregge”, posandosi sulla erre con gusto e crudeltà. Fin da bambino avevo in me stesso la mia misura: ero cavaliere con le amichette, educato, mai eccessivo nella gestualità… ma poi, io mi son ritrovato la gastrite; quest’essere invece mangia mane e sera salsicce e lenticchie, polenta e spuntature, cicoria e filetto… (mortacci sua… come direbbe lui).