Emidio, mio cugino, ha detto che farà i casting per i reality perché gli danno modo di mettersi in evidenza. Di più: dice che nello scarso panorama di possibilità che la società ci palesa, il fatto che un ragazzo possa emergere dalla massa grazie ad un reality gli pare un fatto molto positivo; una chance in più.
Io gli ho fatto notare che queste trasmissioni, lungi dal mostrare la realtà, come il titolo vorrebbe, sono costruite con tanto di copione per far apparire le cose proprio l’esatto contrario di come sarebbero in realtà. Gli ho fatto notare che nella realtà non ci sono ragazze bellocce che lo vengono a corteggiare (casomai è il contrario) né avviene mai che dieci persone estranee si vengano a trovare a vivere per qualche mese tutte nella stessa casa nell’impossibilità di uscire. Ma lui ha detto che in definitiva oggi l’importante è “risultare”. Si, proprio risultare ha usato come definizione. Quindi, per converso, se non appari non risulti e sei come inesistente.
Un po’ come succede alle popolazioni tibetane in questi anni. Molti giovani preferiscono vivere ai margini della società nelle periferie delle grandi città, dormendo sotto i ponti, piuttosto che restare nel loro villaggetto ai piedi dell’Everest dove il pasto quotidiano è assicurato. Questo perché presentono che nel loro paesino sono al di fuori di dove accadono le cose. Sono lontani dal luogo dove accade tutto, il bello e il brutto e quindi si riversano nelle periferie di Kathmandu, tra i topi e le pozzanghere. Preferiscono, come dice Edoardo Lombardi Vallauri, alla loro conosciuta sicurezza una sconosciuta insicurezza. Molto probabilmente a loro non accadrà mai quello di cui sentono parlare. Non saranno mai al centro di un accadimento importante. A loro basta di sapere che si trovano lì dove quelle cose succedono.
Quindi il fatto di partecipare a qualcosa che guardano tutti, di cui tutti parlano e non importa se si tratta di una cosa positiva o negativa, da la possibilità di sentirsi al centro di un mondo nel quale altrimenti ci sentiremmo anonimi, non risultanti.
Questo perché si è teso negli ultimi anni a privilegiare le cose irreali a quelle concrete: in tutti i campi.

Oscar Wilde
“Ho un disperato bisogno del superfluo”. Quando pronunciò questa frase Oscar Wilde affermava qualcosa di estremamente blasfemo, fuori dell’ordinario. Nella società vittoriana e bacchettona nella quale si trovava a vivere Wilde fu uno dei geni più sregolati e che fece della sregolatezza e dell’estremo una regola di vita.
Oggi questa affermazione non farebbe più scalpore perché, anche se molti affermerebbero il contrario, l’effimero, l’inutile, il superfluo sono diventati quotidiani nella nostra vita. Ci circondiamo di oggetti che in pratica non sono altro che gadget, trovate di marketing, e le eleggiamo a compagne di vita: oggetti indispensabili, come il telefonino ad esempio. Tanto che oggi è considerato snob chi afferma di non utilizzarlo.
Tutto questo allo scopo di sentirsi parte di qualcosa. L’adoperare oggetti che tutti usano ci fa in qualche modo appartenenti a quel mondo, non più isolati. Il sapere che una massa di persone adotta quello stile di vita, quegli stessi oggetti, ancorché inutili, fa si che noi li si accetti come indispensabili e come tali li si adotti.
Com’è semplice la vita di taluni!