
Foto: Sandro Amici
Salendo verso gli altipiani il cielo si fa basso. Sembra come scendere per i dirupi e le conche, dilavare verso i crinali, aspergendosi in nubi gonfie, qui e là accese di azzurro, ma per la maggior parte grigie ed intrise d’acqua. Si parte dalle colline che cingono Roma a sud est; quelle stesse mitiche colline che, dicono, videro avvicendarsi personaggi del mito e della leggenda; nei cui boschi vi furono lotte tra principi dei boschi e vennero edificati templi immensi, paragonabili per grandezza a quelli d’Ellade o di Tebe. La strada, dapprima piana, si svolge in curve avanzandosi in salita, attraverso le vigne e le distese di erba medica o granturco. Quà e là case contadine, ocra la facciata, che quasi sempre portano su una parete il giallo verde intenso dei limoni o il lilla acceso del glicine in fiore, a maggio e giugno. Pochi uomini e donne per i campi, chinati a lavorar la terra che lì è negra e di vulcano. Vi piantano gli ortaggi per la casa e qualcuno s’azzarda a far mercato per la strada, esponendo un paio di casse di pesche, di fave in estate, di fichi a settembre; quei bei fichi neri che s’aprono schioccando e mostrano il succo rosso vivo nelle mani. Piano piano la strada s’inerpica, poi riscende di nuovo, s’insinua tenendosi a destra di un crinale, il Tuscolo, che è un lascito dell’antico vulcano esploso in epoche remote. Più in là qualche paesino arroccato alla collina e netto contro il bianco delle nubi Quando queste si divaricano, il blu del cielo le trafigge e vince, blu di un blu intenso e quasi tangibile. La terra è secca, coperta di stoppie gialle che le greggi hanno già consumato. I prati riarsi per la siccità estiva si perdono sotto boschetti di castagni, che fanno da cornice ad una fonte.
Lì comincia l’altipiano, madido di nebbie, solitario e pure vibrante di vita. Pascolano cavalli neri vicino alle fontane generose. Si perdono a vista d’occhio lungo tutta la distesa, fin dove comincia la macchia che s’appoggia alle colline più alte, che non lasciano fuggire la bruma.
A distanze regolari stanno le puttane semi nude. Si celano dietro le chiome degli alberi bassi, ma la loro carne esplode nell’ombra della vegetazione. Si danno senza remore, mostrandosi. Tanto avvezzi sono gli uomini a tanta sensualità che sembrano notarle appena. Se si fermano presso di loro è soltanto per soddisfare un piacere momentaneo attraverso un atto meccanico e ripetitivo, come quello di una pressa sul metallo, come martello sull’incudine. Nulla che sia calore, nulla che parli di vita. Mentre tutto intorno la vita è in rigoglio! Le ombre si susseguono a lampi di luce, passando sotto le alte chiome dei castagni, dei lecci che conservano il gelo della notte, osservando le colline coperte d’erba salire e scendere nei maneggi! Qui dicono stesse Albalonga. Altri dichiarano che vi fosse un antico lago. Non passa un anno che in inverno non vi si depositi un manto di neve, tanto fugace per quanto meravigliosa. Intensa come una preghiera detta con intenzione. Allora tutte le cose, i casolari dispersi, le piccole macchie, le salite, tutto si trasfigura e si avvolge di una quiete deliziosa e densa di mistero perché si capisce, si intuisce che quel luogo porta con sé un mistero, un angolo buio, qualcosa di superno. Qui mi soffermo spesso. Qui dimentico tutto quello che è lontano da qui, anche immaterialmente. Il mondo si allontana, il modo degli uomini intendo… quello che sta diventando. Per un’ora o due ho ancora la possibilità di tornare ad una sorta di stadio primordiale, di sentirmi staccato dalle cose terrene, di essere in una sorta di terra intermedia, non terrena appunto, ma nemmeno oltremondiana. Qui trovo me stesso: me stesso bambino, indifeso, amato e dispettoso. Trovo l’uomo che vorrei essere ma che, al cospetto del tempo che corre riacquista i suoi tratti sgradevoli o quelli piacevoli espressi per forza, per compiacere, mai per me stesso.
Qui capisco che non sono fatto per il mondo… come sta diventando. Troppe cose futili, leggere, di nessun significato. In sostanza: troppe cose e in fondo nulla. Qui non parlo con nessuno, non perché il mio stato sia OFFLINE, ma semplicemente “non c’è nessuno”. Se io volessi parlare, dovrei cercare un uomo tra i campi, bussare in una casa e non soltanto passare ONLINE.
Avere tutto in un solo tasto e… non avere nulla.