La consapevolezza

7 11 2009

 

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Fotografia: Sandro Amici

Questa casa è colma di ricordi. Qui dove sto provando a scrivere, come in ogni buona casa borghese, sono appoggiate le foto di una intera esistenza. Momenti ora allegri (forse) e forse tristi, ma che nella bruma del ricordo si avvolgono tutti indiscriminatamente d’un alone di dolcezza. Oppure si tratta soltanto di indifferenza. La stessa fredda indifferenza che oggi, a distanza di quindici anni mi spinge a rivedere le cose con un altro sguardo, del tutto diverso.
Tutto si accartoccia in un viluppo senza giocosità e senza soddisfazioni e se dovessi dire, non so nemmeno com’è cominciato, tutto.
Sarebbe stato molto meglio non iniziare nulla: rimanere liberi, ariosi, svincolati. Guardando queste foto, questi frammenti di carne rosa fredda, che non rimanda emozioni, mi chiedo a cosa sia servita tanta fatica e tanto sacrificio cieco. Nulla di me è restato nelle cose e nelle persone! Alcun mio tratto, niente della mia impronta è restato sul cotto immutabile di questo pavimento, di questa superficie ocra che riveste ogni stanza, che accompagna i miei passi invisibili.
Nessuno più di me è stato passeggero e osservatore; spettatore ininfluente di uno spettacolo pazzo (vita altrui più che mia) che si è snodato senza una regia: animato da attori privi di canovaccio e, quel che purtroppo è peggio, senza alcun talento.
Abbiamo provato nel corso dei giorni e degli anni a far vibrare di qualche emozione lo stantio andare delle ore. Ma sono stati sprazzi, fiammelle, scoppiettii infimi che non hanno dato nessuna soddisfazione. Semmai, aumentarono i rimpianti.
Vedere il fiume amato prendere un corso del tutto diverso da quello benefico e virtuoso che avremmo immaginato non è il massimo per un uomo che crede a dei principi. Ma questo è avvenuto e forse proprio per colpa sua. Arroccato come fu alla sua turrita posizione; convinto di essere nel giusto; ipocritamente chiuso nel suo bozzolo di buone maniere ereditate egli non ha visto il mondo evolvere. Quando questa evoluzione prendeva vita egli non se ne avvide minimamente e quando, d’un colpo, gli parve chiaro il crollo di tutto, non poté far altro che assistervi con la rabbia impotente e tremante di un uomo che assiste al di là di una gabbia al tradimento della persona amata.

Ora, quando tutto ormai è avvenuto, non resta che raccogliere i detriti, quel po’ che resta e fare finta che con una ruota sola la macchina possa procedere lo stesso.
Ammettere il fallimento, toccare il fondo; capire questo è sintomo di consapevolezza e la consapevolezza, per quanto mi riguarda, deve venire prima di tutto.
Ci raduneremo intorno al tavolino della domenica; stapperemo una bottiglia (in una casa di ex contadini non manca mai una bottiglia di bianco) e santificheremo le feste.
Ognuno di noi sarà più vecchio e guardando indietro vedrà più fallimenti che trionfi. Sarà così che capiremo di far parte del gran numero, della massa. Sarebbe stato troppo elevarci in qualche maniera, distinguerci. Sarebbe stata una manifestazione di eccessiva civiltà e di troppa dignità. Rendersi conto di esser stati sconfitti dall’enorme, schiacciante forza della ban

 





Il giorno dei morti

31 10 2009

Questa deve sembrarti una seconda casa. La addobberemo di colore e fiori; tutto sarà rosso e ciclamino e tu intorno, avrai le cose che ogni giorni amasti. La foto (solo la foto… lui è altrove) del tuo campione preferito; le tue macchine rosse in miniatura ed i trofei a calcetto. Nessuno toccherà, angelo mio, il tuo piccolo mondo. Ci sono i fiori nel cristallo che tenevi in camera e l’ombra il pomeriggio e tanto sole quand’è inverno, così che tu non debba patire per il troppo freddo. Io, ogni volta che faccio una cosa, la faccio come la farei se ci fossi tu… a volte mi viene da ridere. A tuo padre cucino delle cose che odia! Ma le sopporta perché ricorda che a te piacevano. Da quando tu, da quando è successo, io metto le cose come le mettevi tu: un po’ a casaccio! Se io mettessi tutto in ordine, Dio, mi sembrerebbe che tu non sei in casa. Ma così… così mi pare che mi passi ancora vicino. Che dico! Io ti sento passare! Sento quel profumo che ti mettevi quando uscivi, la sera, la sera del sabato e con la faccia tutta trionfante mi chiedevi “Mamma, ci sta bene questa camicia sopra i jeans?”
Ancora, lo sai bene, fa freddo nel salone. Quando venivi tu e accendevi il camino! Quanto ci manca quel rumore… i cani che ti venivano dietro saltellando, il gelo che facevi entrare perché tu, ricordi? Avevi sempre caldo. Avrai sempre caldo…
Io vorrei sapere come stai. Saperlo una volta almeno. Non mi importa di vivere o morire lo sai, ma vorrei che tu mi dicessi almeno una volta come ti senti. Tutti cercano di non parlarmi di te. Tutti sono gentili. Sono tutti affabili. Ma non possono capire. La loro mente non può arrivare nemmeno a cercare di immaginare e neanche per una frazione di secondo che dico… un niente… cosa si prova. Cosa si prova…

Ad una certa ora me ne andrò. Mi cacceranno. Il custode viene qui con la sua faccia bonacciona. Lui è padre di famiglia. Lui lo sa… mi prende sottobraccio, mi accompagna. Grazie a te mi vogliono tutti bene. Vedono dalla fotografia quanto sei bello! Un figlio così bello, mi hanno detto, non può che esser buono. No, non è vero, non me l’hanno detto… ma certo lo pensano. Ti guardano passando. Ti guardano tutti.
Domani ho detto a Rita, mi deve lasciare quei giglioni rossi. Quelli ti piacciono lo so. Papà dice che costano tanto ma che vuoi che importi… non so più nemmeno cosa valgano i soldi. La cosa che valeva di più non la tengo più accanto. Ad ogni altra cosa non ci penso nemmeno.
Hai visto? Ho fatto i capelli. Non con quel caschetto che a te non piaceva. Questo taglio qui me lo ha fatto la nuova ragazza della parrucchiera. Non voglio più tingerli i capelli. Anche se tuo padre s’arrabbia, io voglio sembrare quello che sono. Una volta mi facevo bella anche per te. Ora sono quello che sono. Una donna morta appresso a te, sono.

E così tutte le cose diventano sentore di garofano, acqua che cola piano dai rubinetti, facce stinte in vecchie foto. I gradini per arrivarci sono scivolosi e consunti. Una vecchia vedova cerca di fare entrare una pianta troppo grossa dentro un contenitore troppo piccolo, da una parte si piange un morto arrivato da poco. Guardandoti attorno, passato del tempo, scorgi sempre più facce che conoscesti. Il tuo andare si fa sempre più timido e insicuro. Questo è un luogo che tutti fingono fi dimenticare, come tutti i luoghi che teniamo dentro infitti nella carne. Perché bisogna pur vivere, prima di morire.

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Foto di Sandro Amici

 

 

 





Incubo numero uno

9 10 2009

Sono in una sala operatoria verde. Sono tutte verdi le sale operatorie? Questa è una sala operatoria verde. Questa luce è ghiaccia sulle mani e sul lenzuolo verde steso davanti a me, su cui poggio le mani. Ma non sono io ad essere sdraiato; io sono in piedi. C’è un uomo sulla lettiga. Girandomi a destra vedo parte della fronte e gli occhi chiusi in un profondo sonno. E’ pallida la sua faccia, a cagione della malattia e delle luce, ghiaccia, che gli frusta la pelle. Sul naso e sulla bocca una maschera nera e trasparente, appannata. Mi guardo intorno. Verde.
Una donna, una dottoressa mi guarda mentre cincischia con dei ferri, delle forbici strane, oblunghe, luccicanti. Io guardo lei. Sembra che aspetti. Vedo che sotto il lenzuolo è stato lasciato libero un ampio tratto di pelle. Bianca. E come risalta questo bianco sotto il verde malevolo del lenzuolo e delle cose attorno. Una porta. A destra una porta. Fuori nel corridoio è scuro. Fuori tutte le luci sono spente.
Dal fondo della sala, come se scivolasse su pattini inesistenti, sorge una seconda figura: un uomo dai capelli bianchi trattenuti dal copricapo verde, la bocca riparata da una benda.
Aspettano e mi guardano. Mi porgono delle lunghe forbici che non ho mai visto, piatte sulla punta. Le schegge di luce sul metallo mi spingono a chiudere gli occhi. Ma non posso dormire. Un lungo, monotono respiro si libera da una macchina che ticchetta la vita dell’uomo sdraiato. Gli occhi celesti dell’uomo mi penetrano. Aspettano.
Ma cosa ci faccio qui… che devo fare…” chiedo alla donna. Siccome è una donna, sarà certo più ben disposta nei miei confronti. Mi spiegherà cosa ci faccio qui, dopo tutta una giornata di lavoro. Cosa ci faccio qui?
Egre… Barabba” dice mentre sorride. Dallo sguardo che fa è come se dicesse “Che dici mai, sciocchino…”
La prego… cosa ci faccio qui!” ora la supplico, colto da un dolore, come quando alla lavagna, interrogato senza aver studiato, cercavo nell’aria una ispirazione divina che non arrivava mai.
Egre… Nzu… Allabban!” Ora sembra arrabbiata.
La prego… io non posso fare questo! Non posso, signora! E lei, lei… lei certo è un dottore! Mi dica cosa ci faccio qui!
L’uomo guarda la donna e guarda me, come se improvvisamente io fossi diventato pazzo; come se mi conoscesse da tempo e ora, improvvisamente, non capisse più quello che dico o faccio.
Amarrau… Cermanua… Azzagg!” Mi mette con rabbia in mano la forbice che nel frattempo avevo lasciato.
Ora provo a scappare, mi dico. Ora di certo proverò a scappare.
Ho le dita nei cerchi della forbice. Non so che farne. Proverò un gesto estremo. Con una mossa inaspettata mi colpisco la faccia: una, due, tre volte, mentre i due mi guardano basiti. Hanno gli occhi fuori dalle orbite e mettono le mani avanti, mentre gocce di sangue macchiano i loro camici, cadono a grappoli sul lenzuolo, insozzano la pelle bianca del malato.
Ohhhh… Marrabah…” grida la donna, mentre corre a prendere da un angolo della stanza delle garze, che ammucchia in una mano. Sento un freddo inospitale, sulle spalle e nello stomaco. Ho freddo e provo dolore, come se fossi l’ultimo delle creature inutili.
Mi dico: a che servo se non servo a chi amo? A che serve la mia vita se non servo a chi mi ama?
Il mio camice non lo merito. Lo strappo via con una solo gesto: saltano i bottoni e i lacci; si sente uno scalpiccio nel corridoio. Urla e grida trafelate, mentre le forze mi abbandonano. Afferro da una mensola quante più cose posso e le porto alla bocca. Il freddo del ferro mi ravviva i sensi. Corro con la bocca piena di ferro verso la porta, la porta oltre la quale le luci sono spente.
Quando mi abbandonerà questo dolore dentro?
Correndo mi ricordo di quella cantante francese morta a Mon Martre e che lasciò un biglietto.
Pardonnez-moi. Ma vie est insupportable
Solo due giorni fa non capivo cosa volesse dire. Ora, correndo per questo corridoio (e corro e corro) lo capisco benissimo. A che servo se non servo a chi amo? A che serve la mia vita se non servo a chi mi ama?