Sono in una sala operatoria verde. Sono tutte verdi le sale operatorie? Questa è una sala operatoria verde. Questa luce è ghiaccia sulle mani e sul lenzuolo verde steso davanti a me, su cui poggio le mani. Ma non sono io ad essere sdraiato; io sono in piedi. C’è un uomo sulla lettiga. Girandomi a destra vedo parte della fronte e gli occhi chiusi in un profondo sonno. E’ pallida la sua faccia, a cagione della malattia e delle luce, ghiaccia, che gli frusta la pelle. Sul naso e sulla bocca una maschera nera e trasparente, appannata. Mi guardo intorno. Verde.
Una donna, una dottoressa mi guarda mentre cincischia con dei ferri, delle forbici strane, oblunghe, luccicanti. Io guardo lei. Sembra che aspetti. Vedo che sotto il lenzuolo è stato lasciato libero un ampio tratto di pelle. Bianca. E come risalta questo bianco sotto il verde malevolo del lenzuolo e delle cose attorno. Una porta. A destra una porta. Fuori nel corridoio è scuro. Fuori tutte le luci sono spente.
Dal fondo della sala, come se scivolasse su pattini inesistenti, sorge una seconda figura: un uomo dai capelli bianchi trattenuti dal copricapo verde, la bocca riparata da una benda.
Aspettano e mi guardano. Mi porgono delle lunghe forbici che non ho mai visto, piatte sulla punta. Le schegge di luce sul metallo mi spingono a chiudere gli occhi. Ma non posso dormire. Un lungo, monotono respiro si libera da una macchina che ticchetta la vita dell’uomo sdraiato. Gli occhi celesti dell’uomo mi penetrano. Aspettano.
“Ma cosa ci faccio qui… che devo fare…” chiedo alla donna. Siccome è una donna, sarà certo più ben disposta nei miei confronti. Mi spiegherà cosa ci faccio qui, dopo tutta una giornata di lavoro. Cosa ci faccio qui?
“Egre… Barabba” dice mentre sorride. Dallo sguardo che fa è come se dicesse “Che dici mai, sciocchino…”
“La prego… cosa ci faccio qui!” ora la supplico, colto da un dolore, come quando alla lavagna, interrogato senza aver studiato, cercavo nell’aria una ispirazione divina che non arrivava mai.
“Egre… Nzu… Allabban!” Ora sembra arrabbiata.
“La prego… io non posso fare questo! Non posso, signora! E lei, lei… lei certo è un dottore! Mi dica cosa ci faccio qui!”
L’uomo guarda la donna e guarda me, come se improvvisamente io fossi diventato pazzo; come se mi conoscesse da tempo e ora, improvvisamente, non capisse più quello che dico o faccio.
“Amarrau… Cermanua… Azzagg!” Mi mette con rabbia in mano la forbice che nel frattempo avevo lasciato.
Ora provo a scappare, mi dico. Ora di certo proverò a scappare.
Ho le dita nei cerchi della forbice. Non so che farne. Proverò un gesto estremo. Con una mossa inaspettata mi colpisco la faccia: una, due, tre volte, mentre i due mi guardano basiti. Hanno gli occhi fuori dalle orbite e mettono le mani avanti, mentre gocce di sangue macchiano i loro camici, cadono a grappoli sul lenzuolo, insozzano la pelle bianca del malato.
“Ohhhh… Marrabah…” grida la donna, mentre corre a prendere da un angolo della stanza delle garze, che ammucchia in una mano. Sento un freddo inospitale, sulle spalle e nello stomaco. Ho freddo e provo dolore, come se fossi l’ultimo delle creature inutili.
Mi dico: a che servo se non servo a chi amo? A che serve la mia vita se non servo a chi mi ama?
Il mio camice non lo merito. Lo strappo via con una solo gesto: saltano i bottoni e i lacci; si sente uno scalpiccio nel corridoio. Urla e grida trafelate, mentre le forze mi abbandonano. Afferro da una mensola quante più cose posso e le porto alla bocca. Il freddo del ferro mi ravviva i sensi. Corro con la bocca piena di ferro verso la porta, la porta oltre la quale le luci sono spente.
Quando mi abbandonerà questo dolore dentro?
Correndo mi ricordo di quella cantante francese morta a Mon Martre e che lasciò un biglietto.
“Pardonnez-moi. Ma vie est insupportable”
Solo due giorni fa non capivo cosa volesse dire. Ora, correndo per questo corridoio (e corro e corro) lo capisco benissimo. A che servo se non servo a chi amo? A che serve la mia vita se non servo a chi mi ama?