Il mio amico Frondolino è una pianta caduta per un fortunale. E i cocci che lo tengono sono a terra sbattuti e abbandonati, da quando gli hanno sottratto il figlio.
Per un po’ di tempo ha continuato a lavorare: una cosa ingrata lavorare in un ristorante, dover ridere, essere cordiale e giocoso ed avere la morte nel cuore. Poi, passato il tempo, scavato nel suo esiguo torace un gran deserto, egli ora cammina su questa terra, si muove come un fantasma ma non tocca niente con lo sguardo, né nulla lo tocca.
Oggi siamo andati a pranzo da lui. Ti accoglie sempre piccolo e da lontano, come se ormai fosse un ologramma, una finzione d’uomo.
Con il tempo è rimpicciolito; ha adagiato quei pochi capelli sulla testa liscia e gli occhi gli si sono allargati e fatti acquosi, come quelli buoni delle mucche. Portava sopra il braccio un tovagliolo e una cofana di cozze e calamari.
Poi viene al tavolo e ti saluta, porgendo la mano calda e molle. Guarda verso il finestrone e comincia a raccontarci del figlio che ha sei anni “e balla la rumba come un ballerino provetto, sa fare tutti i tipi di pasta e addirittura rimprovera lo chef del ristorante che frequenta abitualmente, in Messico”. E ogni volta che racconta gli occhi gli si fanno umidi e ancora più grandi.
La moglie era bella, troppo bella per lui. Tutti ora lo dicono che non poteva durare. Vederli insieme era strano: lei bruna e magra; una sorta di Venere sordida e scura che non guardava mai nessuno in volto. Ricordava un mare fragoroso e gli scogli, il deserto e all’improvviso la frescura. Lui grigio, accosto a lei come una brutta creatura frastornata. L’unico appiglio vero per la sua ragione sempre al bordo, questo figlio glorificato.
E svanito una notte d’estate. Volato a 20 ore d’aereo, irraggiungibile, impensabile.
E’ dura rialzarsi ogni mattina. Senza un pezzo di sé, come monchi e anzi peggio che monchi. Una sindrome dell’arto fantasma che martella la testa e le tempie ad ogni ora del giorno. Il più grande degli amori perso.
“Quanto si ricorderà di me ora che non mi vede? Per quanto tempo ancora mi ricorderà?”
Per fortuna qui c’è il mare. A Frondolino, toccando il mare, pare di toccare il figlio. Un enorme mare li separa e li unisce. E quando vede un pesce, foss’anche impiattato, pensa che sia un pesce che è passato per quelle coste. Un pesce amico del figlio, che gli cantava canzoncine piacevoli, la notte in sogno.
E’ difficile scansare la pazzia quando non c’è motivo di tenersi la ragione. Perciò Frondolino guarda sempre l’aria. E’ come un cane triste ma non disperato. Un cane è capace di camminare giorni e giorni e mesi e mesi, non capendo le distanze, nel solo tentativo di raggiungere il suo padrone, qualunque sia il suo destino.
