Altri doni dell’insonnia

16 08 2009

Tra tanti difetti, mi riconosco un pregio soltanto: l’insonnia. E’ uno dei doni più grandi che ho avuto dalla vita oltre a persone e cose che ora per decenza non menziono. L’insonnia è una fata beata, un fantasma benevolo che tutte le notti mi viene a trovare alle ore più impensate. Viene alle due e mi trova accovacciato, con il fiato pesante, la sete della cena ancora addosso; confuso, in uno stato di terrore estremo. Viene alla quattro, quando c’è il silenzio profondo; quando c’è la quiete soltanto i ladri si aggirano tra le tegole umide di brina. E’ l’ora in cui si rifiata dopo una notte d’afa; l’ora in cui, sollevata con sofferenza la copertina leggera la si ributta sulle gambe e ci si riaddormenta. Se si è persone normali.
Dopo innumerevoli visite di questa dama silenziosa ed implacabile, che fa rumore solo per me, che solo io odo, decido di alzarmi. E’ quasi sempre notte, tranne a volte un piccolo bagliore dietro i monti. Un azzurrognolo sospiro, un brivido, che scende dalle ripide boscaglie. Faccio in silenzio: il mio dono quotidiano non l’ho certo da spartire agli altri!
Mi vesto rapido (qualcosa addosso bisogna pur metterlo…) ma la cosa più importante di tutto è andare, perdersi nell’ancora notte, tra le poche macchine che sbadigliano nell’oscurità di quando anche l’oscurità stessa è fatta di altro buio. E’ una tenebra leggera, che si deve respirare a fondo. Entra nelle ossa il fresco mattiniero come me, d’azzurro colorato. Nei vari minuti che trascorrono esso assume tutte le tonalità del blu, fino a sfiancarsi e a fare il posto al caldo arancio, al giallo polveroso.
Quell’ora a ridosso dell’alba, un’ora non compiuta ma in continuo “in fieri” la trascorro dentro bar sonnacchiosi e abbacinati da luci troppo accese, da radio troppo vocianti, mentre garzoni e bariste romene preparano le colazioni ridendo e spingendosi, in una sorta di triviale corteggiamento. Anche loro hanno, nei recessi dello sguardo, la consapevolezza tutta intera della vita, di quanto pesa, di quanto fa patire. Ma la mattina chiara, il vento di collina tra le foglie, lo spiffero tra una finestra ed un uscio lasciati aperti li fa dimenticare, ci svapora i pensieri.
Era per dire che una di queste mattine preste, sulla scorta di un sonno non finito ma contento di non finire, sbadigliando, con la scusa di accompagnare un parente alla stazione, feci una capatina ai Fori, proprio al centro. E’ una esperienza che in altre ore sconsiglio e a cui non mi sottoporrei nemmeno sotto tortura ma che a quell’ora può, come è stato, risultare salvifica per lo spirito.
Parcheggio come al solito la macchina lontano e mi avvicino, di soppiatto alla cose. Poiché solo se non le spaventi, se le corteggi con estremo garbo le cose belle, le verità ti vengono incontro.
Via Cavour a quell’ora è un serpente sornione, che sonnecchia accalorato in tutta la sua lunghezza e finisce con la bocca aperta proprio sui Fori. Mi sono inoltrato in una parallela, tra centinaia di chilometri di cavi, transenne, sassi e asfalto. A Roma si ripara continuamente tutto e tutto continua ad essere irrimediabilmente rotto. Sono viette laterali che terminano tutte in salita su, verso via Nazionale. Sono d’un giallo dorato i muri e le finestre, abbracciati da morbidi lampioni. Non una macchina, non uno strepito. Un indiano in abiti europei aspetta che da un furgone si scarichi biancheria pulita. E’ un albergo a quattro stelle, quasi invisibile dalla strada, silenzioso. Se alzi lo sguardo vedi il ristorante con vista sul Foro: menu allucinanti, cucina romana e cuochi pachistani. Camminando ancora incroci la Salita del Grillo, con l’omonimo palazzo. Tutte le finestre sono chiuse: si tratta di immense imposte celestine in una facciata bianca. Un enorme portone che culmina nella chiave di volta in un lampione di ferro che sbrillluccica. Tutto intorno mura anguste e senza intonaco: la Roma antica, sequestrata da ordini religiosi e apparati statali. Il selciato lucido restituisce ancora, a quell’ora, la luce calda dei lampioni accesi. Un celeste denso si riversa sulle cose: sulle colonne bianche, sopra le quali riposano i gabbiani tiberini, sui frontoni delle enormi cattedrali l’una di faccia all’altra: un tripudio di pallide bellezze nelle cui venature s’annida il nero fumo degli scarichi. Colonne inarrivabili sopra le quali quasi invisibili si intuiscono statue ammonitrici.

Foto: Amici Sandro

Foto: Amici Sandro

Riscendendo al Foro, i barboni dormono profondamente sopra panchine di marmo monumentale, riparati dai pini, sopra loggiati immensi. Tengono tutte le poche cose in un ordine commovente: le scarpe allineate, le buste lungo il marciapiedi, le bottiglie vuote al fianco. Non sono nemmeno infastiditi dallo sciamare sempre più insistente delle macchine che rovistano nell’aria, scacciandole, le ultime molecole di pace.
L’altare della Patria è un enorme, inutile falanstero di marmo sopra il quale, come le piume della cornacchia nella fiaba di Fedro, stanno appollaiate statue gigantesche. Ma già l’atmosfera si guasta; si alza troppo il sole. Diverrà una afosa giornata sempre uguale, agostana. I barboni cominceranno a vagabondare intorno ai cassonetti, passeranno gli ometti con la valigetta, convinti di avere tutto un mondo di privilegi, ma che sono essi stessi ridicoli come le convinzioni loro; verranno i rivenderini di ogni cosa: trottole luminose, ombrelli con la lupa, granite e cocomeri. Verranno i disoccupati di Nola ad arrampicarsi sopra al Colosseo e i finti soldati romani, di Frosinone, con l’arco di Costantino tatuato sui bicipiti da cantiere.
Prima di salire in macchina un ultimo strepito di Roma, quella vera. Circondata da un nugolo di piume, polvere secca e turbine, la piccionara sparge le sue sementi in aria.
Poi viene il giorno.





Una lirica di Mario Luzi

7 03 2009

lasciami_non_trattenermi

Sempre nell’intenzione che qualcuno, sia l’editoria sia la massa stessa delle persone, si decida e convinca a dare alla poesia il posto di riguardo che merita nella vita di tutti i giorni, essendo essa la rappresentazione vivida, ancor più della narrativa della vita. Ancora di più perché colta e narrata nel momento in cui è vissuta e non raccontata né, se chi la canta è sincero, mediata.
Sempre con questa intenzione dicevo, vorrei qui parlare di una poesia di uno dei nostri più grandi poeti contemporanei: Mario Luzi. Si tratta della prima poesia della raccolta di settantuno componimenti che il poeta scrive su taccuini ed agende durante l’ultima parte della sua esistenza. Vorrei qui raccogliere due o tre strofe su tutte di questa lirica, dal titolo “infra-parlata affabulato ria di un felice all’infelicità”. Non si tratta, badate bene, di un tentativo di analisi e di critica; vorrei soltanto mettere in evidenza come forse la poesia sia frutto di un pregiudizio: la presunta difficoltà a comprenderla che, mi scuserete, è soltanto la scusa che troviamo alla nostra fretta, alla nostra impazienza. La poesia ci chiede è vero uno sforzo superiore ad un programma televisivo o ad un libro di successo, ma arriva all’anima come una folgorazione e l’anima ne è accesa, elevata.Il poeta rivive quella che è stato il suo percorso di coppia e ne prova rimorso; si rimprovera soprattutto di non aver voluto ascoltare le semplici richieste che gli venivano dalla moglie e che erano le richieste ingenue, di una donna che era (come lui stesso la definisce)

“l’affettuosa marta della sua famiglia,
dei molti suoi fratelli e poi di me e nostro figlio.

Di se stesso ammette e di lei dice:

“C’era in me ambiguità, in lei piuttosto
Sacrificio come sempre,
con enfasi però e con orgoglio.”

E in lui questo rimorso è presente sotto forma di spina o ancora:

C’è un chiodo, questa volta, infitto
In un punto, che so, nel pericardio
O nell’aorta”

E si accorge di provare rimorso, quasi per la prima volta sorprendendosene e dando vita, a mio avviso, ad alcuni versi di incommensurabile bellezza che io ho voluto addirittura riscrivere su un blocco notes, nel tentativo di fissarli meglio:

“Che fai? Cresce il rimorso. Non ti aveva
mai la vita
Lasciato a questo male,
è solo il declino
e questa debolezza che ti prende:
ora ti incanta,
ora ti fa patire
tutto ciò che è stato
ed è perduto senza mai
essere stato veramente avuto.

Ecco, quest’ultima strofa, mi si perdoni l’enfasi, non appena letta mi ha ripagato di tutto ciò che è umanamente mio: fatica, rabbia, traffico, pioggia… tutto dimenticato. In essa, così breve, quasi nascosta nell’ambito della stessa lirica, si racconta tutto il senso di una vita intera. E’ una frase che letta attentamente può anche avere qualche difetto di forma (la reiterazione del verbo essere, che qui però sta a rafforzare il senso di essere come “esistere”) ma è talmente bella, dolorosa e sofferta che le si perdona qualsiasi minimo difetto. E per questo rimorso che prova, il poeta si condanna, l’uomo capisce di non essere stato in grado di pareggiare come e quanto voleva l’affetto e la dedizione della moglie e dice:

“Qualunque beneficio vanti
si, annulla, abolisce ogni tuo merito
l’inoperosità in cui marcisce
la tua malacoscienza
per un male anche da te causato.”

Poi l’uomo si desta da questi pensieri e quasi fosse l’annuncio del prossimo commiato alla vita si accorge che davanti a lui sta sorgendo l’alba, ma una alba del tutto particolare:

“Non so proprio che dire, ma è là, ora
occupa la mia vista – è un’alba,
sull’ultimo crepuscolo, anzi
è un’alba notturna.
Oh vorrei essere pronto e pari
a coglierla.”

06/03/2009





Manca una vita

3 02 2009

pioggia20imprevista___Ci si sente terribilmente soli, la sera, uscendo. La pioggia ha lasciato sulla strada le sue strie di sabbia. Cala una sottile nebbia irragionevole attorno agli alberi; li rende impalpabili, li fa sparire. Cammini a testa bassa guardando le punte dei tuoi piedi: gli stessi, da più di quarant’anni. E le cose che avresti voluto fare, anche le minime cose, non le hai fatte. E se ci pensi bene non hai fatto altro che cose indesiderate, secondarie… stupide. Quelle che contano, quelle per te, quelle insomma, non le hai fatte. Hai sempre detto “ma si, un giorno in cui potrò… un giorno in cui non avrò altre cose urgenti da fare… un giorno in cui sarò dell’umore…” E’ allucinante: di giorno in giorno passano trent’anni. E in questo silenzioso nulla anche gli altri si trovano impaniati: ti guardano come se dicessero la cosa più normale del mondo ammettendo che si sentono dei falliti. E si! Alla fine il termine giusto è proprio quello: sono dei falliti.
Ebbero anche loro a suo tempo un momento in cui parve che la fortuna li arridesse. Parve che per un periodo invero breve delle loro vite potessero essere all’auge, al centro di un qualcosa… fu solo una illusione! Finito che ebbero di dare il loro meglio furono presto dimenticati, come quelle riviste che ti attraggono per le immagini colorate, per i titoli ammiccanti e che poi abbandoni vicino alla stufa e che ti serviranno per accendere il fuoco. Come quei giocattoli da festa di paese, di legno rosso, con i quali da bambini giocasti un’ora e poi lasciasti, malinconici, accanto all’impannata della porta. Ricordi un tempo in cui trascorrevi un tempo incalcolabile davanti alo specchio. Anche le imperfezioni ti apparivano come note di un certo stile, ti sembravano “particolari”. Ora gli stessi segni sono soltanto difetti e peggiorano e si moltiplicano man mano che il tempo passa.
Mi sono fatto una foto, l’altro giorno, con il telefonino. Ho fatto anche una magra figura lì, nello studio del medico. Mentre mi scattavo la foto tenendo il ricevitore davanti alla faccia, facendo per giunta un’espressione da cretino, entrava una signora che mi guardava allibita. Soltanto dopo che mi fui ricomposto, quand’ebbi una faccia decente, ebbe il coraggio di chiedermi se anche io aspettavo il dottore e io il coraggio di risponderle.
Ebbene in questa foto appare il mio naso inverecondo: molliccio e mastodontico, sformato dall’età, con delle pinne ritte e impertinenti, come le froge di un bardo. E sull’apice dell’immaginario triangolo che fa questo al congiungersi con la fronte due piccoli occhi insignificanti, da cinese stolido, per nulla attraenti. E la fronte… la fronte così spaziosa e libera! Dio (ho pensato) come sono vecchio!
E questo pensiero mi colse alla fine di una giornata interminabile, che pure avevo affrontato con un certo piglio, nemmeno quello dei giorni peggiori.
Ora dico: che cosa mi resta? Migliaia di cose! Questa malinconia in realtà mi sorge dalla consapevolezza che una vita sola non mi basterà per goderle tutte! E sarebbe stupido e riduttivo elencarle. Ne dico solo una: le albe! Le albe che potrò vedere nel resto della vita; solo per quelle varrebbe la pena di vivere. E poi ci sono la musica; ci sono i pittori fiamminghi… c’è tutta Roma. E c’è il mondo. E si!
C’è ancora una vita!