Tra tanti difetti, mi riconosco un pregio soltanto: l’insonnia. E’ uno dei doni più grandi che ho avuto dalla vita oltre a persone e cose che ora per decenza non menziono. L’insonnia è una fata beata, un fantasma benevolo che tutte le notti mi viene a trovare alle ore più impensate. Viene alle due e mi trova accovacciato, con il fiato pesante, la sete della cena ancora addosso; confuso, in uno stato di terrore estremo. Viene alla quattro, quando c’è il silenzio profondo; quando c’è la quiete soltanto i ladri si aggirano tra le tegole umide di brina. E’ l’ora in cui si rifiata dopo una notte d’afa; l’ora in cui, sollevata con sofferenza la copertina leggera la si ributta sulle gambe e ci si riaddormenta. Se si è persone normali.
Dopo innumerevoli visite di questa dama silenziosa ed implacabile, che fa rumore solo per me, che solo io odo, decido di alzarmi. E’ quasi sempre notte, tranne a volte un piccolo bagliore dietro i monti. Un azzurrognolo sospiro, un brivido, che scende dalle ripide boscaglie. Faccio in silenzio: il mio dono quotidiano non l’ho certo da spartire agli altri!
Mi vesto rapido (qualcosa addosso bisogna pur metterlo…) ma la cosa più importante di tutto è andare, perdersi nell’ancora notte, tra le poche macchine che sbadigliano nell’oscurità di quando anche l’oscurità stessa è fatta di altro buio. E’ una tenebra leggera, che si deve respirare a fondo. Entra nelle ossa il fresco mattiniero come me, d’azzurro colorato. Nei vari minuti che trascorrono esso assume tutte le tonalità del blu, fino a sfiancarsi e a fare il posto al caldo arancio, al giallo polveroso.
Quell’ora a ridosso dell’alba, un’ora non compiuta ma in continuo “in fieri” la trascorro dentro bar sonnacchiosi e abbacinati da luci troppo accese, da radio troppo vocianti, mentre garzoni e bariste romene preparano le colazioni ridendo e spingendosi, in una sorta di triviale corteggiamento. Anche loro hanno, nei recessi dello sguardo, la consapevolezza tutta intera della vita, di quanto pesa, di quanto fa patire. Ma la mattina chiara, il vento di collina tra le foglie, lo spiffero tra una finestra ed un uscio lasciati aperti li fa dimenticare, ci svapora i pensieri.
Era per dire che una di queste mattine preste, sulla scorta di un sonno non finito ma contento di non finire, sbadigliando, con la scusa di accompagnare un parente alla stazione, feci una capatina ai Fori, proprio al centro. E’ una esperienza che in altre ore sconsiglio e a cui non mi sottoporrei nemmeno sotto tortura ma che a quell’ora può, come è stato, risultare salvifica per lo spirito.
Parcheggio come al solito la macchina lontano e mi avvicino, di soppiatto alla cose. Poiché solo se non le spaventi, se le corteggi con estremo garbo le cose belle, le verità ti vengono incontro.
Via Cavour a quell’ora è un serpente sornione, che sonnecchia accalorato in tutta la sua lunghezza e finisce con la bocca aperta proprio sui Fori. Mi sono inoltrato in una parallela, tra centinaia di chilometri di cavi, transenne, sassi e asfalto. A Roma si ripara continuamente tutto e tutto continua ad essere irrimediabilmente rotto. Sono viette laterali che terminano tutte in salita su, verso via Nazionale. Sono d’un giallo dorato i muri e le finestre, abbracciati da morbidi lampioni. Non una macchina, non uno strepito. Un indiano in abiti europei aspetta che da un furgone si scarichi biancheria pulita. E’ un albergo a quattro stelle, quasi invisibile dalla strada, silenzioso. Se alzi lo sguardo vedi il ristorante con vista sul Foro: menu allucinanti, cucina romana e cuochi pachistani. Camminando ancora incroci la Salita del Grillo, con l’omonimo palazzo. Tutte le finestre sono chiuse: si tratta di immense imposte celestine in una facciata bianca. Un enorme portone che culmina nella chiave di volta in un lampione di ferro che sbrillluccica. Tutto intorno mura anguste e senza intonaco: la Roma antica, sequestrata da ordini religiosi e apparati statali. Il selciato lucido restituisce ancora, a quell’ora, la luce calda dei lampioni accesi. Un celeste denso si riversa sulle cose: sulle colonne bianche, sopra le quali riposano i gabbiani tiberini, sui frontoni delle enormi cattedrali l’una di faccia all’altra: un tripudio di pallide bellezze nelle cui venature s’annida il nero fumo degli scarichi. Colonne inarrivabili sopra le quali quasi invisibili si intuiscono statue ammonitrici.

Foto: Amici Sandro
Riscendendo al Foro, i barboni dormono profondamente sopra panchine di marmo monumentale, riparati dai pini, sopra loggiati immensi. Tengono tutte le poche cose in un ordine commovente: le scarpe allineate, le buste lungo il marciapiedi, le bottiglie vuote al fianco. Non sono nemmeno infastiditi dallo sciamare sempre più insistente delle macchine che rovistano nell’aria, scacciandole, le ultime molecole di pace.
L’altare della Patria è un enorme, inutile falanstero di marmo sopra il quale, come le piume della cornacchia nella fiaba di Fedro, stanno appollaiate statue gigantesche. Ma già l’atmosfera si guasta; si alza troppo il sole. Diverrà una afosa giornata sempre uguale, agostana. I barboni cominceranno a vagabondare intorno ai cassonetti, passeranno gli ometti con la valigetta, convinti di avere tutto un mondo di privilegi, ma che sono essi stessi ridicoli come le convinzioni loro; verranno i rivenderini di ogni cosa: trottole luminose, ombrelli con la lupa, granite e cocomeri. Verranno i disoccupati di Nola ad arrampicarsi sopra al Colosseo e i finti soldati romani, di Frosinone, con l’arco di Costantino tatuato sui bicipiti da cantiere.
Prima di salire in macchina un ultimo strepito di Roma, quella vera. Circondata da un nugolo di piume, polvere secca e turbine, la piccionara sparge le sue sementi in aria.
Poi viene il giorno.

Ci si sente terribilmente soli, la sera, uscendo. La pioggia ha lasciato sulla strada le sue strie di sabbia. Cala una sottile nebbia irragionevole attorno agli alberi; li rende impalpabili, li fa sparire. Cammini a testa bassa guardando le punte dei tuoi piedi: gli stessi, da più di quarant’anni. E le cose che avresti voluto fare, anche le minime cose, non le hai fatte. E se ci pensi bene non hai fatto altro che cose indesiderate, secondarie… stupide. Quelle che contano, quelle per te, quelle insomma, non le hai fatte. Hai sempre detto “ma si, un giorno in cui potrò… un giorno in cui non avrò altre cose urgenti da fare… un giorno in cui sarò dell’umore…” E’ allucinante: di giorno in giorno passano trent’anni. E in questo silenzioso nulla anche gli altri si trovano impaniati: ti guardano come se dicessero la cosa più normale del mondo ammettendo che si sentono dei falliti. E si! Alla fine il termine giusto è proprio quello: sono dei falliti.