Fotografia

27 09 2009

Ad un certo punto della sua vita un uomo si ritrova in un botro angusto, in una crepa stretta stretta dalla quale non gli pare di intravedere la luce. Si tratta dello stesso pertugio in cui si trovo Dante “nel mezzo del cammin di nostra vita”? Non lo so, ma sento di esserci, calato del tutto, del tutto senza fiato, disperso e triste e senza forze, come se me le avessero prosciugate. Faccio ogni giorno le stesse cose, con minor entusiasmo ogni volta, con slancio mancante, quasi saltando sul posto per non perdere l’aria che passa soltanto all’altezza della mia fronte. Cosa si poteva fare che non si è fatto? Qual è stata l’interpretazione errata? Quale il passo falso che mi ha condotto qui, mentre mi pareva di avventurarmi in una amena valletta, immerso tra i fiori, in un profumo morbido? Sicuramente, gran parte della colpa è mia. Credevo che questo possibile paradiso fosse facile a conquistarsi; pensavo (ora lo so di certo) errando, che sarebbe stato tutto in discesa, tutta una sequela di sorrisi e di pacche sulle spalle. Non facevo conto, imbelle, che assieme alle proprie aspettative ci sono anche quelle degli altri e che non sempre, quasi mai, quelle coincidono con le tue. Quasi mai ciò che tu credi sano e perfetto lo è. E non si tratta di una constatazione provata scientificamente: avviene che anche solo per partito preso che le cose che tu ritieni giuste per gli altri non lo siano. Si: molte volte solo per capriccio; soltanto per non darti ragione; solo per non dirti che hai fatto una cosa giusta.
Allora ci sono due categorie di uomini: quelli che anche se sanno di agire nel giusto abbandonano la loro strada per amor di pace, per non dover sempre ribadirsi e ripetersi, mettersi in discussione e arrampicarsi. E ci sono quelli che no, proprio questa strada non la vogliono abbandonare, perché la ritengono l’unica percorribile, perché li fa star bene, perché capiscono che l’altra li farebbe ammalare anno dopo anno, giorno dopo giorno, di ora in ora.

Rodin - Il pensatore

Rodin - Il pensatore

Ora io sono di fronte ad un bivio. Una strada… l’altra strada. E un dolore sordo nel petto; una voglia di mettersi a piangere, mentre il tramonto si fa rosso e cantano ancora i cardellini e siamo a ottobre e non viviamo più la stessa vita.
Gli amici non li sento più. La mia pigrizia alla fine ha vinto la loro caparbietà. Sapevo che sarebbe successo, perché non hanno più la cieca generosità dei quindici anni. Hanno le mogli a carico, stanno facendo un trasloco… pagano tanto di mutuo. La passione non la sento più. Anche quella dopo aver bussato per due o tre volte alla mia porta alla fine si è stancata. Ci sono pomeriggi interminabili in fondo ai quali mi rendo perfettamente conto di non avere nulla e ci sono dei lampi, infimi secondi in cui mi pare di afferrare il mondo. In questi momenti in genere ho una macchina fotografica in mano. Per il resto ci sono le altrui, monotone abitudini; c’è un silenzio sempre più ostinato, le mura bianche che anneriscono, le cose da fare sempre rimandate, le facce che bisogna vedere e le ore che bisogna contare e che siamo felici che trascorrano (che stupidi! Essere felici del tempo che passa…)

Ti ricordi il trasporto per la Politica (si, un tempo aveva la P maiuscola). I politici allora non avevano bisogno del pubblico plaudente e non si offendevano l’un l’altro. Avevano rispetto reciproco. Queste puttane in cerca di notorietà che si susseguono prima in uno schieramento e poi in un altro con la stessa disinvolta agilità di scippatori patentati io li guardo passare davanti allo schermo con la stessa attenzione che si pone ad una cacca sul marciapiede. Si cerca di evitarli. La passione per la politica era una cosa positiva. Si facevano certi discorsoni, ti ricordi? La massa, la forza, l’ideale… si facevano davanti ad una copiosa distesa di bottiglie verdine, dal collo sottile e poi si correva a perdifiato fin già alla fontana, a rinfrescarci la faccia.
E ora eccomi qui, in questo budello senza luce, per nulla in combutta con il mondo, ma annoiato da esso, quasi inorridito dalla sua inutilità, piattezza, insulsaggine. Ci sono dei giorni che andrebbero strappati via dal calendario e ci sono attimi, quelli in cui sono in compagnia di una macchina fotografica, che hanno una luce che vale la pena mantenere.
Almeno dentro il petto.





Gennaro e la somara

8 08 2009

Gennaro detto il teppista era un uomo zazzeruto, sulla quarantina. Faceva lo stesso mestiere di mio padre allora, in paese. Erano gli unici due titolari di frutterie in tutto il circondario e si davano battaglia tutti i giorni. Gennaro era un impostore: giocava sul peso della merce: ne pesava di più di quella che era in realtà, aggiungendo dei pesi di piombo sulla stadera. Faceva la faccia di bronzo con le clienti, atteggiandosi a conquistatore, con l’occhio maliardo e la parlata avvolgente. La mattina presto, la faccia coperta dal bavero del pastrano, passava davanti alla merce di mio padre e se le mele costavano cento lire, potete star sicuri che lui avrebbe messo il cartellino a novantacinque. Ma le sue di mele erano conservate, scipite, scolorite; quelle di mio padre belle rosse, lustre, polpose. Si incontravano spesso al bar, quando andavano a prendere il caffè e discutevano amichevolmente. Gennaro detto il teppista mostrava due mustacchi spessi, ingialliti dal gran fumare e a causa del fumo, anche quando non aveva la cicca in bocca, gli era comunque rimasto l’atteggiamento. Aveva l’occhio sinistro strizzato e il labbro superiore sollevato. Questo rafforzava l’aria cinica e da teppistello che lo contraddistingueva, anche da uomo fatto. Era trasandato. Sopra le scarpe inzaccherate scivolavano gli orli scuciti di pantaloni leggeri anche d’inverno e il grembiule era tutt’altro che immacolato. In più aveva i capelli ingialliti e intrecciati sulla testa, inestricabili a causa dell’incuria. Sua moglie rimaneva sempre nel piccolo negozio, a sistemar zucchini ed albicocche, solo vestita da un guarnellaccio di trama pesante, la testa coperta da un fazzoletto d’estate, mentre d’inverno raccoglieva i capelli dietro la nuca con degli spilloni di tartaruga. Era infaticabile: a testa bassa spostava cassette colme di merce, che anche un uomo forzuto avrebbe fatto fatica a sollevare. Fu così tutta la vita; per questo in paese la chiamavano “la somara”. Il teppista e la somara erano sposti da venti anni, ma non si parlavano da almeno una quindicina. Semplicemente non avevano nulla da dirsi. Non si guardavano neppure. Scambiavano qualche monosillabo incomprensibile soltanto durante il lavoro.
“sposta” diceva lui.
”mmm” rispondeva lei.
“dà il resto” comandava lui.
“si” rispondeva lei.
Anche questo fu per tutta la vita.

Spesso Gennaro entrava nel negozio di mio padre, squadrava la clientela sempre numerosa e si avvicinava al bancone.
“Eeeee… senti…” chiedeva imbarazzato.
“N’hai mica una cinquantina spicce da dieci…”
“Ancora Gennà?”
“Tu fatti i cazzi tuoi… ce l’hai?”
“E certo!”
Li contava, poi restituiva a mio padre dieci mila lire.
“Queste te le tieni!” gli diceva, tra il sornione e il vergognoso.
Verso l’ora di pranzo poi rientrava, dopo aver fatto per tre o quattro volte quel servizio. Mio padre gli restituiva le quaranta mila lire che lui riponeva in tasca sorridendo e sorridendo faceva dondolare la cicca in bocca, con gli occhi socchiusi.
“Che bisogna fare?” diceva, quasi a giustificarsi.
“Sei forte sei… proprio forte!” lo rimproverava mio padre.
Ad un certo punto, subito appena in strada incrociava una donna, una femmina bolsa e truccata con il petto enorme e le passava di soppiatto le banconote. Poi scansava la tenda sulla soglia e strizzava l’occhio a mio padre, che rideva tanto per ridere.
Gennaro aveva molte amanti, ma questo non per la sua avvenenza o intelligenza, quanto per la sua stolta generosità. Lui con le donne era volubile e di manica larga. Gli piacevano le ciccione, con il seno sproporzionato, forse perché dentro di sé era rimasto quella sorta di bambino giocherellone che mostrava d’essere quando mi sorrideva incontrandomi. In fondo un buon uomo sregolato in tutto, dal cibo alle donne, dal danaro al tabacco.

L’altro giorno io e mio padre passavamo davanti casa sua. Raggiunta l’età della pensione aveva scelto di farsi una casetta in campagna dove coltivava con impegno piante di fiori e molti alberi da frutta. Il suo era un piccolo giardino dell’Eden concimato dal silenzio. Lui e sua moglie continuavano ad ignorarsi anche se vivevano insieme e lei sapeva tutto delle sue passate avventure. Nonostante questo sopportava; un po’ per ragioni d’economia, un po’ perché alla fine dei suoi tradimenti non le importava molto. Aveva fatto del sacrificio una specie di arte perfetta. Quale che fosse il comportamento di Gennaro lei non alzava la testa dal bucato come non l’aveva mai alzata dal bancone della frutteria. Lui al mattino faceva delle brevi passeggiate lungo la strada che conduceva al paese e poi la sera si metteva su una sedia di midollino a fumare una sigaretta.

Mio padre suonò al citofono. Aspettammo un bel po’ prima che questo scattasse ed aprisse il cancelletto. Non mi andava di entrare; mi sembrava di violare una sacralità cinquantennale. Aspettai appena fuori, cercando di vincere l’afa sotto un albero di quercia che sibilava sotto la brezza riscaldata. Non ci volle molto. Vidi mio padre armeggiare con il cancello e poi venirmi incontro, come sempre sorridente; nonostante tutto.
“Accidenti a lui…” esclamò. E notai che per un attimo un velo di malinconia, di consapevolezza del tempo che scorre gli era passato davanti agli occhi celesti.
“Gennaro è morto. E’ stato molto male… gli facevano le trasfusioni… ce le aveva proprio tutte…”
Non dissi niente. Camminando girammo attorno al piccolo giardino. C’erano gli aranci dalle foglie verdi scure, le ortensie rosa e celesti. Il giardino in pieno rigoglio. E questo, nonostante tutto.

Salvo Caramagno

Salvo Caramagno





Alfredo (piccola elegia di un figlio di pescatori)

24 06 2009

Schizzi_ScugnizziI

E quindi corremmo a chiamare Alfredo.
Viveva con la madre e i nonni in una casetta bianca circondata dalla buganvillea. La chiamavamo “la casa rossa” perché d’estate era di quel colore e anche di un viola intenso quando scemava la luce solare. Il padre non s’era più visto da dopo che era nato perché, almeno così diceva Alfredo, al padre piaceva viaggiare. Ci aspettava fuori dal giardino, con quel sorriso intenso e gioviale, nel fondo del quale ci trovavi una sorta di tristezza. Non a caso Alfredo lo chiamavamo “piangi e ridi”. Era attraversato da scosse di ilarità che diventavano, di lì a poco, febbrili tristezze, durante le quali non gli si poteva rivolgere la parola. Ma era un ineguagliabile compagno di giochi. Lucido di sudore con le sue improbabili magliette a fiori sapeva piroettare con la palla come pochi. Distaccato dalle cose mondane, portato alla contemplazione, con lui si poteva parlare per ore di stelle e pianeti perché, almeno così diceva Alfredo, anche a lui come al padre piaceva viaggiare.
“Io quando sarò grande non vorrò un figlio se poi devo viaggiare! Che senso ha avere un figlio, ma anche una moglie, se poi devi viaggiare? E’ stupido!”
Alfredo era alto alto e magro, nervoso come un tronco di vite, abbronzato tutto l’anno. Lo avevo conosciuto un giorno su al convento alto dei Salesiani, quello tutto giallo che ha le porte bucherellate. Eravamo seduti sotto l’ombra dei pini e contavamo i pinoli. Quando lo vidi arrivare mi colpirono i suoi piedi, vivaci e irrequieti: prendeva a calci una pigna e i pezzi ci schizzavano in faccia. Lui, incurante, rideva.
“E finiscila!” qualcuno gli disse. Ma lui aumentava, schizzando schegge da tutte le parti e ridendo. Divertì anche me questo menefreghismo ilare.
“Ti andrebbe di contare i pinoli?” gli chiesi.
“E a che serve contare i pinoli?” rispose.
“Serve a che poi li dividiamo e ce li mangiamo!”
”Mangiateveli assieme, senza dividerli!”
E così facemmo, perché ci sembrò un consiglio giusto.
Qualcuno disse:
“Ma qualcuno ne mangerà di più e altri meno!”
”E che fa?” rispose lui facendo spallucce e menando un gran calcio ad un pigna e riempiendoci di schegge. Si fece una grassa risata.
“Ma finiscila!” gridò qualcuno.
Alfredo era così, eccessivo e saggio. Sono due caratteristiche che possono sembrare diverse, ma in realtà l’una non esclude l’altra, credo.
Ci aspettava fuori di casa con il suo pallone sotto il braccio. Era un pallone arancione con i rombi neri. Era il suo pallone ed era impossibile anche solo chiedergli di giocare con un altro.
“Questo ha delle traiettorie strane. Se riesci e governare questo pallone significa che sei bravo a giocare. Questo” e faceva la faccia intensa “disorienta i portieri”.
Quindi poggiava il pallone in terra e colpiva forte. La sfera seguiva dapprima un itinerario logico, poi d’improvviso ad una folata di brezza piegava in alto e subito dopo ricadeva in basso, più simile ad una foglia secca.
“Avete visto? Disorienta i portieri!”

Quel giorno scendemmo dalla calata che conduce all’imbarco turistico, che ancora era chiuso. A qualche decina di metri di distanza dondolavano pigre le barche dei pescatori. Il cielo era azzurro scuro. C’era il Grecale.
Eravamo dieci: un numero perfetto per giocare al calcio.
C’era Gnafetto, quello grasso, Armandino, Marco e Salsiccia e tanti altri che adesso non ricordo. Forse anche qualcuno che s’era aggiunto così, per strada. Raggiunto che fu lo spiazzo dove d’estate si mettevano ad asciugare le reti, ci mettemmo in circolo. Alfredo parlò:
“Allora, le regole sono queste: cinque contro cinque e il capitano lo decido io. La palla esce quando va in mare e i rigori, chi li tira lo decido io…”
Ci guardò a tutti, non aspettando minimamente una protesta.
“Tu vieni da me!” mi disse. Ebbi un tonfo di felicità al cuore.
“Anche Gnafetto, che sta in porta, Marco e Aldino. Gli altri stanno di là!” e fece un cenno con la faccia, alzando il mento, indicando un di là.
Quindi cominciammo a giocare sotto il sole cocente delle dieci. La grande spianata si stendeva dalle prime case salnitrose fino al molo, che correva per un centinaio di metri fino all’entrata del piccolo golfo. Come linea laterale avevamo da una parte il muro che separava la spianata dall’abitato, dall’altra null’altro che la distesa verde delle acque placide del porticciolo. Molte volte la palla cadde in acqua e molte volte ci tuffammo subito appresso per riprenderla, sbuffando come foche felici. Correvamo bagnati e provavamo un gusto immenso dal fresco che ci scorreva sulla pelle che ci s’asciugava addosso come una guaina salata. Si può dire che il gioco ad un certo punto consisteva nel gettare di proposito la palla in acqua per tuffarsi a riprenderla, uno alla volta oppure uno dietro l’altro, gridando e ridendo come impazziti.
Alfredo si tuffò come tutti noi e a lungo aspettammo di vederlo risalire tirando indietro la testa sprizzante acqua e sbuffando come un folletto. A lungo aspettammo.

II

Il muro di cinta della casa di Alfredino era bianco di calce. Dava sollievo sedersi all’ombra di quel muro quando l’afa del pomeriggio ti angustiava la vita. La fitta buganvillea a quell’ora era rossa in modo stupefacente: pareva che volesse incendiare la casa. Eravamo tristi si, ma ogni tanto ci pigliavamo a spinte, ci davamo dei gran pestoni sulla testa. Qualcuno diceva parolacce. Poi tornavamo tristi.
La mamma di Alfredo uscì dalla casa e ci venne incontro con un piatto di crispeddi dolci che prendemmo uno alla volta, senza affannarci o spingerci. La mamma di Alfredo aveva un abito neto, le calze nere e la faccia pallida. Ci guardò ad uno ad uno e ci carezzò una guancia dicendoci “Belli”, oppure “Cari”. Poi vidi che una lacrima le saliva agli occhi. Lei parve destarsi: corse in casa, chiuse la porta.
Era ora di tornare.