Ad un certo punto della sua vita un uomo si ritrova in un botro angusto, in una crepa stretta stretta dalla quale non gli pare di intravedere la luce. Si tratta dello stesso pertugio in cui si trovo Dante “nel mezzo del cammin di nostra vita”? Non lo so, ma sento di esserci, calato del tutto, del tutto senza fiato, disperso e triste e senza forze, come se me le avessero prosciugate. Faccio ogni giorno le stesse cose, con minor entusiasmo ogni volta, con slancio mancante, quasi saltando sul posto per non perdere l’aria che passa soltanto all’altezza della mia fronte. Cosa si poteva fare che non si è fatto? Qual è stata l’interpretazione errata? Quale il passo falso che mi ha condotto qui, mentre mi pareva di avventurarmi in una amena valletta, immerso tra i fiori, in un profumo morbido? Sicuramente, gran parte della colpa è mia. Credevo che questo possibile paradiso fosse facile a conquistarsi; pensavo (ora lo so di certo) errando, che sarebbe stato tutto in discesa, tutta una sequela di sorrisi e di pacche sulle spalle. Non facevo conto, imbelle, che assieme alle proprie aspettative ci sono anche quelle degli altri e che non sempre, quasi mai, quelle coincidono con le tue. Quasi mai ciò che tu credi sano e perfetto lo è. E non si tratta di una constatazione provata scientificamente: avviene che anche solo per partito preso che le cose che tu ritieni giuste per gli altri non lo siano. Si: molte volte solo per capriccio; soltanto per non darti ragione; solo per non dirti che hai fatto una cosa giusta.
Allora ci sono due categorie di uomini: quelli che anche se sanno di agire nel giusto abbandonano la loro strada per amor di pace, per non dover sempre ribadirsi e ripetersi, mettersi in discussione e arrampicarsi. E ci sono quelli che no, proprio questa strada non la vogliono abbandonare, perché la ritengono l’unica percorribile, perché li fa star bene, perché capiscono che l’altra li farebbe ammalare anno dopo anno, giorno dopo giorno, di ora in ora.

Rodin - Il pensatore
Ora io sono di fronte ad un bivio. Una strada… l’altra strada. E un dolore sordo nel petto; una voglia di mettersi a piangere, mentre il tramonto si fa rosso e cantano ancora i cardellini e siamo a ottobre e non viviamo più la stessa vita.
Gli amici non li sento più. La mia pigrizia alla fine ha vinto la loro caparbietà. Sapevo che sarebbe successo, perché non hanno più la cieca generosità dei quindici anni. Hanno le mogli a carico, stanno facendo un trasloco… pagano tanto di mutuo. La passione non la sento più. Anche quella dopo aver bussato per due o tre volte alla mia porta alla fine si è stancata. Ci sono pomeriggi interminabili in fondo ai quali mi rendo perfettamente conto di non avere nulla e ci sono dei lampi, infimi secondi in cui mi pare di afferrare il mondo. In questi momenti in genere ho una macchina fotografica in mano. Per il resto ci sono le altrui, monotone abitudini; c’è un silenzio sempre più ostinato, le mura bianche che anneriscono, le cose da fare sempre rimandate, le facce che bisogna vedere e le ore che bisogna contare e che siamo felici che trascorrano (che stupidi! Essere felici del tempo che passa…)
Ti ricordi il trasporto per la Politica (si, un tempo aveva la P maiuscola). I politici allora non avevano bisogno del pubblico plaudente e non si offendevano l’un l’altro. Avevano rispetto reciproco. Queste puttane in cerca di notorietà che si susseguono prima in uno schieramento e poi in un altro con la stessa disinvolta agilità di scippatori patentati io li guardo passare davanti allo schermo con la stessa attenzione che si pone ad una cacca sul marciapiede. Si cerca di evitarli. La passione per la politica era una cosa positiva. Si facevano certi discorsoni, ti ricordi? La massa, la forza, l’ideale… si facevano davanti ad una copiosa distesa di bottiglie verdine, dal collo sottile e poi si correva a perdifiato fin già alla fontana, a rinfrescarci la faccia.
E ora eccomi qui, in questo budello senza luce, per nulla in combutta con il mondo, ma annoiato da esso, quasi inorridito dalla sua inutilità, piattezza, insulsaggine. Ci sono dei giorni che andrebbero strappati via dal calendario e ci sono attimi, quelli in cui sono in compagnia di una macchina fotografica, che hanno una luce che vale la pena mantenere.
Almeno dentro il petto.

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