Una di queste sere

30 06 2009

Stasera è una luna di latte. Leggermente sfilacciata nella foschia estiva, guarda dall’alto dilavando i tetti sui quali, nel pomeriggio, è piovuto.01 Starry Night over the Rhone by van Gogh
Lontane luce vibrano, dorate. Qualcuna si riflette sulle acque; qualche altra, sibillina, si nasconde nelle macchie. Davanti al paese che dorme qui di fronte, un cipresso fa la veglia immobile, nonostante la brezza si sollevi.
Lumi accosti ai muri sorvegliano mute case. Finestre socchiuse dalle quali s’intravede un orlo di tenda di broccato annunciano la vita. Per altro sono solo, accoccolato nella mia dolce sedia, a ricavar parole. Passeranno le ore e il freddo salirà da sotto le magnolie, seccherà l’umidità nascosta e pur le felci, intirizzite un poco, le foglie serreranno. Abbaieranno i cani, soli, ai cigli delle strade gialle e la mia finestra comunque sarà accesa. Il tutto in cerca di una parla vera, di una parola definitiva che altrimenti, nella gabbia delle cose umane, non si trova e che però dalle umane cose deriva. Rifuggire cioè quello che si ama, per guardarlo non con gli occhi appassionati, ma con il giusto distacco.

Quando lo avrò fatto mi diranno che non ho amato abbastanza. A tutti serve che questo amore che sento sia svelato eppure io non lo svelo. Rimane qui, osserva, scruta, spia e adora, ma non si manifesta.
Questa sera così bella, acquosa e stinta, odorosa di falso gelsomino che si sfa, non saprà mai quanto l’adoro. Molti non sapranno nemmeno che esisto e in questo anonimato mi è assi più facile amar le cose e le persone.
Non vorrei nemmeno esere umano, per sfiorare le cose con decenza; per non avere desideri tristi, volgari intendimenti.
Voglio amare da lontano.

E tutti mi diranno che non sono stato capace di amare.





Mi vedrai tu sola

20 03 2009
Sandro Amici

Sandro Amici

Portami con te
Non ti sarò d’impaccio
Goffo e vergognoso come sono
Starò nascosto e mi vedrai tu sola

Quando la mattina uscendo presto
Sentendo freddo
Alzerai lo sguardo
Lì tra le secche foglie di magnolia
Vibra il mio vento
E di quand’amo le sere estive
Prendermi quell’ombra.

Quando cucinerai, in casa
Per te sola
Con quella curva che ti fa la schiena
E che con gli anni non sarà mutata
Lì, presso il camino
Io ci sarò
Vicino alle incombenze di ogni giorno
Portami con te
Non ti sarò di impaccio
Starò nascosto e mi vedrai tu sola.

E quando innanzi al mare
Ti parrà d’udire un lento borbottio
Che non è risacca
Non è l’acuto vento sempre uguale
Che portano le onde a marzo e aprile

Io ti sarò vicino
E goffo e vergognoso come sono
Starò nascosto e mi vedrai tu sola
E qualche nostra contegnosa stella.





Visione

26 02 2009

binariPer arrivare a Città di Castello il locale si inerpica e scende e infine si rinerpica e ricala un’altra volta, sonnecchiando il ferro, surriscaldandosi la lamiera, infino alla mèta. E quando arriva, uno non si rende nemmeno conto che è arrivato. Non sente proclami, né vibrar tube di banda. Scende una vecchia, scende il nipotino e tutt’e due, man nella mano, agitando una rivista grigia, pigliano per la salita del paese.
Fischiano tradotte lontane, sopra binari a scartamento ridotto, condotti da uomini in canotta che fumano, neri, stando con mezza testa fuor della cabina. Io prendo la mia roba, tengo il capotto sopra il braccio piegato e faccio per dare una manata sulla piega dei pantaloni. Non si dica mai che uno che arriva dalla capitale arriva cincischiato. Mi passo una mano sopra i capelli guardandomi da un riflesso del vetro sporco. Un bambino canta una canzoncina: è domenica.
Qualcuno sugli strapuntini aspetta che il treno riparta. Si tratta di altre vite, alla mia del tutto indifferenti. Sono venuto qui a seguire un corso: uno di quei corsi a pagamento che dovrebbero specializzare in qualcosa ma che in realtà ti lasceranno povero in canna e più ignorante di prima. In compenso ti sarai rifatto gli occhi con segretarie scosciate e qualche tartina al caviale.
A metà corridoio qualcosa mi blocca, mi trattiene e ferma. Un profumo intenso e assai caldo, come quando i gelsomini, quasi sfioriti, pare che vogliano urlare il loro ultimo vaporoso fiato. Un profumo decadente e morbido, d’angolo e di semi buio, di liquore dolciastro e di rosso… si, di rosso carminio.
Allora mi volsi e la vidi.
In realtà riposava. Stava distesa sopra quel sedile, con la testa poggiata all’indietro tal che una ciocca riccia le ricadeva sulla spalla destra. Potevo (stando essa con la testa reclinata) vedere quasi tutto il collo rilassato. La pelle era scura e lustra, e quella forma ricordava il fianco levigato di un violino raro quando che si incurva e ti viene, si ti viene, di avvolgerlo e toccarlo, tal è preziosa la sua fattura ornata. Il volto poi, vinto nel sonno, era di porcellane. Non era un volto bello, armonioso; bensì casalingo e schietto: aveva guance paffute e rotondetto il naso. Ma tutta la complessione di quel volto attraeva i baci: era insomma sinuoso e tondo, abbronzato e liscio. Il collo era avvolto da una camicia bianca, forse di seta. E pareva che vi poggiasse come un drappeggio sopra una colonna. Le spalle erano forti, per nulla stenterelle e alfine, le mani, lunghe e gentili, dalle nocche pronunciate e le dita affusolate ed adorne di pochi discreti anelli. Stetti ad osservarla dormire, immobile sul posto, come potrebbe un turista affascinarsi alla vista di un capolavoro. Di fianco a lei stava un preticciulo di quelli che vanno a far pratica di fede in qualche frazioncina. E mi chiedevo come potesse non dannarsi l’anima, avendo accanto il senso stesso della femminilità. Egli stava tranquillo, mesto, distaccato. O forse (poi mi dissi) tal lo vinceva il tarlo della passione che faceva del tutto per dissimularlo. Non si poteva rimanere inetti di fronte alla vista della perfezione. Forse quella inettitudine era la Grazia che qualche Dio aveva fatto scendere sul prelato per preservarlo dalla dannazione.
Poi mi spinse la calca e di lei, pian piano sparì il sogno.
Senza un vibrar di tube s’allontanava il treno con sopra il sogno ardito della giovinezza.

Roma, 18/06/2007