Lo scemo del villaggio globale

3 04 2009

licenziamentoUn mio collega, che per convenzione chiameremo “Carlo”, sta preparando uno scatolone delle sue robe: dai cassetti tira fuori penne, vecchi blocchi notes, pupazzetti di plastica, calcolatrici elettriche, le “divisumma” che oramai sono diventate cimeli di modernariato.
Gli chiedo che cosa stia facendo: è bianco in volto, si direbbe stanco e più che altro stordito. Interrompe un attimo il suo sfaccendare che più che altro mi appariva chiaramente come un tentativo di non pensare.
“Beh, visto che oramai è alla luce del sole te lo posso dire: mi spostano. Non farò più questo tipo di lavoro”
Io rimango basito. A fare “questo tipo di lavoro” si può dire con una certa dose di certezza che fosse tra i migliori, se non il migliore.
“Ma che dici…” anche se mi rendo conto che la mia è la costatazione del cretino, perché della cosa ero venuto a sapere in via “del tutto confidenziale” dal mio superiore, che mi aveva pregato di tacerne e adesso, coglione dei coglioni, ancora mantenevo questa “riservatezza”.
“Confidenziale” e “Riservatezza”, che possiamo posporre a “Massima”, che quindi diventa “Massima Riservatezza” sono i requisiti più richiesti in una azienda moderna. Cioè si vengono a sapere cose che tutti sanno, ma siccome a tutti viene chiesto di comportarsi come se non sapessero, tutti fanno finta di non sapere. E’ una sorta di “mosca cieca sorda e muta” che ha il sapore della presa per i fondelli.
“E quindi…”
Carlo capisce perfettamente che sono a disagio: una tristezza profonda mi pervade.
“E quindi vado a lavorare su al tredicesimo piano… ma sono contento alla fine. Si, si può dire che vado a fare, in un’altra forma, quello che già facevo. In tutto questo è chiaro che ci vado a perdere qualcosa… però di questi tempi…”
“Di questi tempi” è tra le frasi più usate oggi in una azienda moderna. Assieme ad essa possiamo citare “Speriamo bene”, “Ma d’altra parte si sa che questi fanno gli interessi loro”, “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Quanti anni di versamenti hai” e “può darsi che alla fine tutto si sistemi”. In realtà sappiamo bene che la logica del profitto ha ragioni che la rettitudine morale non ha. Tu immagini che per te o per quelli come te esista una giustizia sociale, un organo di controllo, un “ENTE” che ti preservi dal perdere il lavoro e quindi con esso (pare brutto dirlo) anche la tua dignità; ma questo “ENTE”, questo giudice a tua tutela non esiste! Non l’hai perché gli stessi che dovrebbero proteggerti hanno fatto leggi che ti espongono a questa gogna e perché alla fine (pare strano dirlo, in un paese che si professa democratico) sono loro stessi ad avere aziende e quindi i primi ad avere l’interesse a tagliare i costi (vorrei ricordare che noi, con il nostro carico familiare, la nostra casa comperata con il mutuo, il nostro nonno in carrozzella, la moglie malaticcia e anche noi che non è che stiamo proprio in perfetta forma, noi siamo i “costi” e per giunta “fissi”).
Tutti eravamo felici, stracontenti di entrare in questo comunità; ci piaceva tanto parlare di “villaggio globale” e non capivamo che si trattava proprio di un villaggio: con tanto di capanne, strade polverose, i servizi igienici in strada, la fame incombente…
Vi ricordate che una volta si citava il famoso “scemo del vilaggio”? Ogni paese ne aveva uno: era quello che bonariamente i bambini prendevano in giro; che aveva le sue fisime, che so, blaterava per ore al centro della piazza, parlava con le moto, s’aggirava di notte e ti faceva saltare per la paura, poi lo guardavi, lo riconoscevi e dicevi “ma vattene va, brutto scemo…” quello che per un paio di cento lire ti cantava una intera canzone e che indossava la giacca tre volte più grande, le scarpe che parevano valige. Ebbene, gli scemi del villaggio globale sono una marea. Gli scemi da villaggio globale siamo tutti noi che continuiamo a fare, ad agire, a lavorare (chi può) ad amare e a sposarci, a copulare come se fosse tutto come prima. Continuiamo a correre dietro alle gonnelle, a sognare la macchina di un certo tipo, ad invidiare il giardinetto del vicino. Tutto questo senza protestare, facendo finta che il disagio che sentiamo soltanto latente (tramite i TIGGI, attraverso qualche testimonianza di cassintegrato) a noi non toccherà mai, un po’ come le malattie. Poi, quando ci tocca, allora scoppia la tragedia, l’apocalisse, l’ecatombe! All’improvviso ci rendiamo conto che tutto il resto non era che scempiaggine, perdita di tempo, pinzillacchera. Allora cerchiamo di organizzarci, scriviamo lettere al Sindaco, all’assessore, al politicante. Ci mettiamo anche il cartello sulla panza e andiamo sulla pubblica via a far manifesto il nostro dissenso, la nostra disperazione. Guarda che era lo stesso dissenso e la stessa disperazione che avevi fatto finta di non vedere prima, quando stavi bene… adesso sei solo al centro della crisi di cui avevi sentito parlare ma che avevi affogato dentro una fetta di panettone, stappando la bottiglia dell’ipocrita e cantando “tanti auguri a teeee”…
Ora sei il perfetto “scemo del villaggio globale”. Adesso odi i cinesi perché ci soffiano il lavoro; ogni romeno che vedi lo impaleresti… è normale! E’ questo che si vuole: è questo che si cerca. Io ho una mia teoria su tutto ciò che sta accadendo e che non voglio enunciare, perché non voglio poi fare la parte di quello che afferma “io ve lo avevo detto”. Anche questa è una frase abusata ed è una frase che non sopporto.
Quello che posso dire perché è sotto gli occhi di tutti è che siamo stati e siamo ancora oggetto di appiattimento cerebrale. C’è la manifesta intenzione di farci perfettamente ignoranti e non solo intellettualmente, ma anche e soprattutto rispetto agli accadimenti che avvengono in tempo reale attorno a noi. Sappiamo tutto dello dell’omicidio di Perugia, tutto di Fabrizio Corona, tutto di un po’… direi tutto di un niente. Nessuno mai ci ha spiegato più di tanto sulla crisi economica, sui pericoli dei tanto decantati “termovalorizzatori”, anche se la Comunità Europea ci ha diffidato dall’utilizzare questa terminologia: si devono chiamare quello che sono in realtà, “inceneritori”. Nessuno, se non di sfuggita, ci mette in guardia dalle Banche. Una certa persona che aveva iniziato a parlarci di “signoraggio”, che aveva cominciato a denunciare, fatta la tessera del partito, ha smesso di strillare.
Per carità, non voglio fare la morale a nessuno. Lo dico più per i vostri figli che per voi. Cominciate a spegnere la televisione e a leggere di più, ad informarvi davvero, prendendo le notizie da fonti diverse e non affidandovi alla scelta del colore politico (come se ne esistesse qualcuno oramai…). Avete visto che vi rappresenta politicamente? Franceschini… Garsparri… Alemanno!!! Dai…

Date alla vostra vita dei connotati più degni di quelli dell’attesa della partita domenicale. Oramai del calcio dovreste aver capito due cose se proprio non siete craniolesi: è corrotto (e già questo dovrebbe bastare e avanzare) e fondamentalmente è antisociale, perché si parla di milioni di euro dati a una decina di ventenni quando milioni di persone ne guadagnano mille di euro (quando va bene) e si fanno un culo della miseria tutta la settimana!
Ma queste sono cose che sapete benissimo! Solo ci piace vivere in questa sorta di anestesia, tramite la quale non pensiamo, perché si fa prima e si campa meglio. Ma solo apparentemente. Non facciamo una grande azione a fregercene di quello che ci accade attorno, perché sappiamo benissimo che pur ignorandolo, ci coinvolgerà prima o poi.
Cerchiamo innanzitutto di non arrivare sul patibolo. Ma soprattutto, non ci arriviamo facendo finta di dormire!





Venti anni di strada

6 11 2008
Metropolis - Fritz Lang

Metropolis - Fritz Lang

Venti anni. Venti anni di strada, di acqua, di sole a picco. Venti anni di bestemmie e di benedizioni, di preghiere dette da lì a lì… se appena arrivo c’è quel parcheggio libero sarà una buona giornata, se lo trovo occupato qualcosa andrà storto. Venti anni di scongiuri, di fatiche, di ore tarde e di sabati, perché no… anche di sabati.
Venti anni che non sembrano. Venti anni che sono come una molla: più si allontanano l’uno dall’altro e più i ricordi si sfaldano, si fanno offuscati, nebbiosi.
Quando arrivai il primo giorno fui accolto da una folla di odalische quarantenni: chi ancora nel fiore dell’energia, chi già svuotata, incapace di reagire. Fui coccolato e accudito, vezzeggiato e viziato. Avevo una donna non più giovane ma ancora bella come chioccia. Vegliava su di me affinché io non dovessi patire troppo il distacco dalla giovinezza, dalla spensieratezza. Nel 1988 avevo 24 anni e iniziai a lavorare con un paio di pantaloni bianchi ed una camicia di seta nera da lieder dei Duran Duran, ma ero impacciato e timido come una verginella. Soltanto lo sguardo di una donna mi faceva diventar paonazzo. Mi sedetti accanto ad una ragazza di colore che aveva gli occhi azzurri e fianchi mozzafiato. Mi guardava con la faccia incuriosita e un po’ timorosa. La prima cosa che mi chiese fu “Ma tu, quanti anni mi dai?”
Ne aveva ventinove e aveva dietro di sé una storia densa e fumosa come i locali di neri che frequentava attorno a Piazza Bologna. Diteggiava con grazia dietro un enorme monitor a fosfori verdi che ad ogni lettera ticchettava e che si chiamava “terminale”. Non c’erano computer allora, ma solo questi cosi, collegati ad un cervello centrale, che a volte si imballavano e non funzionavano per ore. Ricordo tutto di quelli che furono gli esordi, poi man mano la chiarezza diventa foschia. Diverse facce: il belloccio Eduardo e la sua prosopopea da figlio di papà capitato lì per caso; Ugo il camionista, che si addormentava dietro le ante dell’armadio aperte, stando in piedi. E Mario, che aveva le orecchie deformabili: si faceva arrivare il lobo fino alla bocca! Era un uomo semi-calvo, un poco effeminato, ma sposato e con figli. Gli piaceva parlare di preferenza con le donne; non perché avesse secondi fini ma soltanto per una maggiore affinità. Lo ho rivisto qualche anno dopo e non era più lo stesso. Aveva un’aria preoccupata e lo sguardo basso. Poteva essere soltanto a causa di un dispiacere che gli veniva dai figli; per altre cose non avrebbe avuto quell’aria sofferta e pallida. Facemmo un giro attorno all’isolato e non parlò quasi mai, se non di cose generiche, mai personali.
Qui ho consumato venti anni della mia vita mai pensando che non se ne tenesse minimamente conto. Ma noi siamo questo: unità produttive. E man mano che ci si avvicina all’età della rottamazione, anche solo a metà strada, ci si sente di già accantonati, messi da parte. Ridevo e compativo quelli che allora, alla mia età, si spaventavano vedendo arrivare orde di giovani baldanzosi che parlavano in inglese. Ora li capisco: questo posto si è riempito di facce straniere e in noi (provincialotti, lo riconosco) inevitabile si riaffaccia la xenofobia, il terrore di chi viene da fuori a scipparci la vita, a troncarci la tranquillità. Ma in questo mondo, così come è fatto, non può esserci serenità. Lo sapevano già i nostri avi, quando si inventarono un Dio senza il quale era impossibile affrontare il martello impietoso della realtà quotidiana. Ora nemmeno più Dio ci governa i giorni: ora è il profitto. Ed era meglio Dio, con tutte le sue cacce alle streghe e la sua santa inquisizione. Sempre meglio un Dio che a volte aveva pietà, piuttosto di una macchina che ti stritola, ti rende rabbioso anche con i tuoi cari e che ti ripone in un cassetto quando non servi più. Con un sorriso ed una pacca sulla spalla.
Venti anni di strada, venti anni sfiorato dei Tir e qualche mese di ospedale, gridando per il dolore. Ma meglio quello, meglio mille volte quello che non la logica del profitto, che conduce a morte quel poco che rimane della nostra pallida umanità.