Perché le persone si ostinano a perseguire il sentimento dell’amore? Perché continuano a cercarlo, nonostante abbiano accumulato soltanto delusione? Può valere, tutta questa ansia, per qualche ora di illuso benessere, di finta grazia?
Cosa c’è di tanto attraente in questo vagheggiare senza essere ricambiati, in questa illusione che si trascina per mesi tra malesseri, discese e salite, per risolversi poi in una bolla di sapone.
L’amore, come la Religione, si pascono nell’ignoranza. In entrambe i casi la mancanza di giudizio porta a confidare in un caso in una persona, nell’altra in un Dio. Ma non cambia la sostanza: ci stiamo sempre illudendo che in qualcosa o qualcuno fuori di noi ci sia la soluzione.
In realtà dovremmo capire che questi invaghimenti ora per la Fede, ora per una mora strabiliante che sbatte gli occhioni come una cerbiatta non sono che fasi della vita e che queste fasi della vita si suddividono in fasi: l’innamoramento, la passione e l’abitudine, che conduce all’affetto.
Non si innamora ad un certo punto un individuo alla figura di un Dio… e non vi si appassiona trascorrendo molte ore del giorno in contemplazione ed in preghiera? Solo in lui trova la pace: solo immerso in quei profumi di incenso e di cera bruciata è la sua pace e il suo amplesso nel contempo.
E non è la medesima cosa quando ci si incanta per una donna o per un uomo?
Per l’innamorato della Fede, trascorso il culmine, tutto diverrà routine, abitudine: le preghiere alle stesse ore: dievi Ave Maria e dieci Pater Noster e sarà come fare l’amore tutti i sabato sera.
Qual è dunque la differenza? In tutti e due i casi stiamo risolvendo i nostri conflitti con un tramite al di fuori di noi, non risolvendoli in noi e quindi lasciandoli irrisolti.
Sia l’amore che la Fede ci lasceranno sempre e comunque scontenti ed incompiuti
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italiane con il dottore perennemente eccitato e l’infermiera mai completamente nuda.