Proprio ora ho sentito un urlo di vittoria; un urlo gutturale, bestiale, spaventoso. E’ l’urlo della nostra ignoranza e, in un certo senso, della nostra fine.
Si tratta di un goal, solo di un goal domenicale; ma quante cose dice questo grido, questo goal, alla mia coscienza. Significa che tutto è perduto. Significa che tutto è come prima. Significa che anche quest’anno continuerà la decadenza, lo squassamento, la distruzione di quel poco di civiltà che era restata. Si tratta del giubilo globale di tanti microcosmi divisi e diversi. Ognuno, dentro la sua casetta, tra le sue quattro mura, ora più lussuose ora meno, festeggia da solo una vittoria che si fa passare come “di squadra”. Che tristezza se ci pensate: ognuno festeggia per conto suo qualcosa che viene fatto passare come “di massa”. Si è divisi di casa in casa e convinti di far parte di un tutto; quel tutto in cui zampettano, milionari, undici analfabeti dai polpacci allenati!
Davanti a me c’è un paesaggio disteso, di campagna. E pare che milioni e milioni di persone possano essere impegnate in cose più importanti: fare lunghe passeggiate, occuparsi dei propri hobby, coltivare le proprie passioni. Ma così non è per la maggior parte delle persone. La maggior parte sono seduti sopra un divano e guardano, ipnotizzati, una partita di pallone. La moglie stira, si fa le unghie, borbotta la propria tristezza. I mariti si dimenano, alcuni sono in curva che si dimenticano tutto e tutti. E come lo fanno? Imbarbarendo.
Mi vien quasi da ridere quando penso che a mio nipote ventenne proposi come alternativa all’urlo da stadio l’espressione di se stesso attraverso un’arte, qualcosa tramite cui esprimersi. Le tentai tutte: la poesia, la fotografia, la scrittura, la musica. Tutte le volte lui mi guardava sperso e tutte le volte tornava ad accecarsi davanti al Televideo con rinnovata energia, con foia ancora maggiore della volta precedente. Chi aveva comprato quella tale squadra, chi era l’allenatore della tale altra. Non ci fu salvezza.
Una volta ebbe a dirmi, con la tipica spocchia del ventenne: “Ma tu pensi di essere sano, che ti piace la poesia? Che ti piace leggere?”
“No” gli risposi “a questo punto penso che tu abbia ragione, visto che voi siete la gran maggioranza e che queste cose non vi piacciono!”
Lo lasciai stare, rattristandomi ogni volta che lo vedevo tornare senza voce, avvolto in una bandiera. “Abbiamo vinto!” “Abbiamo pareggiato!” e tutta la sua vita sarebbe stato questo.
Io non riesco a rimanere zitto davanti a questo spreco, a questo attentato che viene fatto a delle giovani vite, a dei potenziali spiriti liberi. Non riesco a concepire come un individuo prepotente e cafone che allena una squadra di calcio possa essere definito “uomo affascinante e pieno di carisma!” Carisma per cosa? Fascino di cosa?
Non riesco a stare zitto di fronte all’insulto di vedere scorrere davanti a i nostro occhi fiumi di danaro, che si infila nelle tasche di pochi. E va bene che lo guadagni un giocatore, perché ha faticato per mettersi in mostra, per emergere. Ma che li incameri uno che poi dovrebbe risolvere i problemi della società italiana, questo è il colmo. Non è il colmo della sua vergogna, ma della nostra, che non abbiamo midollo, che non abbiamo le palle.
A Genzano, che è il mio paese di nascita hanno chiuso il pronto soccorso di un ospedale che solo dieci anni fa ci invidiavano. Un polo ospedaliero non solo funzionante ma bello dal punto di vista architettonico e dell’impatto ambientale. I ventimila abitanti di Genzano, se si sentono male, dovranno rivolgersi all’ospedale di Albano, che dista tre o quattro chilometri. Non si tratta certo della distanza, ma del senso di perdita, di sconfitta e di sperpero che viene fatta percepire ai cittadini.
Allora noi viviamo in una società che da una parte si mostra florida, festaiola, milionaria, mentre l’altra patisce le mobilità, i licenziamenti, le inefficienze della pubblica amministrazione. E guarda caso, gli stessi figuri che ci danno da divertirci sono anche quelli che ci governano. Io non dico altro. Molto spesso mi hanno tacciato di populismo, di faciloneria. Tutti noi abbiamo gli occhi per vedere. A meno che non li si voglia nascondere dietro un vessillo, uno qualsiasi, basta che ci distolga dalla realtà.
Un mio collega, che per convenzione chiameremo “Carlo”, sta preparando uno scatolone delle sue robe: dai cassetti tira fuori penne, vecchi blocchi notes, pupazzetti di plastica, calcolatrici elettriche, le “divisumma” che oramai sono diventate cimeli di modernariato.