zona Cesarini

30 08 2009

Proprio ora ho sentito un urlo di vittoria; un urlo gutturale, bestiale, spaventoso. E’ l’urlo della nostra ignoranza e, in un certo senso, della nostra fine.
Si tratta di un goal, solo di un goal domenicale; ma quante cose dice questo grido, questo goal, alla mia coscienza. Significa che tutto è perduto. Significa che tutto è come prima. Significa che anche quest’anno continuerà la decadenza, lo squassamento, la distruzione di quel poco di civiltà che era restata. Si tratta del giubilo globale di tanti microcosmi divisi e diversi. Ognuno, dentro la sua casetta, tra le sue quattro mura, ora più lussuose ora meno, festeggia da solo una vittoria che si fa passare come “di squadra”. Che tristezza se ci pensate: ognuno festeggia per conto suo qualcosa che viene fatto passare come “di massa”. Si è divisi di casa in casa e convinti di far parte di un tutto; quel tutto in cui zampettano, milionari, undici analfabeti dai polpacci allenati!
Davanti a me c’è un paesaggio disteso, di campagna. E pare che milioni e milioni di persone possano essere impegnate in cose più importanti: fare lunghe passeggiate, occuparsi dei propri hobby, coltivare le proprie passioni. Ma così non è per la maggior parte delle persone. La maggior parte sono seduti sopra un divano e guardano, ipnotizzati, una partita di pallone. La moglie stira, si fa le unghie, borbotta la propria tristezza. I mariti si dimenano, alcuni sono in curva che si dimenticano tutto e tutti. E come lo fanno? Imbarbarendo.
Mi vien quasi da ridere quando penso che a mio nipote ventenne proposi come alternativa all’urlo da stadio l’espressione di se stesso attraverso un’arte, qualcosa tramite cui esprimersi. Le tentai tutte: la poesia, la fotografia, la scrittura, la musica. Tutte le volte lui mi guardava sperso e tutte le volte tornava ad accecarsi davanti al Televideo con rinnovata energia, con foia ancora maggiore della volta precedente. Chi aveva comprato quella tale squadra, chi era l’allenatore della tale altra. Non ci fu salvezza.
Una volta ebbe a dirmi, con la tipica spocchia del ventenne: “Ma tu pensi di essere sano, che ti piace la poesia? Che ti piace leggere?”
“No” gli risposi “a questo punto penso che tu abbia ragione, visto che voi siete la gran maggioranza e che queste cose non vi piacciono!”
Lo lasciai stare, rattristandomi ogni volta che lo vedevo tornare senza voce, avvolto in una bandiera. “Abbiamo vinto!” “Abbiamo pareggiato!” e tutta la sua vita sarebbe stato questo.

tifosiIo non riesco a rimanere zitto davanti a questo spreco, a questo attentato che viene fatto a delle giovani vite, a dei potenziali spiriti liberi. Non riesco a concepire come un individuo prepotente e cafone che allena una squadra di calcio possa essere definito “uomo affascinante e pieno di carisma!” Carisma per cosa? Fascino di cosa?
Non riesco a stare zitto di fronte all’insulto di vedere scorrere davanti a i nostro occhi fiumi di danaro, che si infila nelle tasche di pochi. E va bene che lo guadagni un giocatore, perché ha faticato per mettersi in mostra, per emergere. Ma che li incameri uno che poi dovrebbe risolvere i problemi della società italiana, questo è il colmo. Non è il colmo della sua vergogna, ma della nostra, che non abbiamo midollo, che non abbiamo le palle.

A Genzano, che è il mio paese di nascita hanno chiuso il pronto soccorso di un ospedale che solo dieci anni fa ci invidiavano. Un polo ospedaliero non solo funzionante ma bello dal punto di vista architettonico e dell’impatto ambientale. I ventimila abitanti di Genzano, se si sentono male, dovranno rivolgersi all’ospedale di Albano, che dista tre o quattro chilometri. Non si tratta certo della distanza, ma del senso di perdita, di sconfitta e di sperpero che viene fatta percepire ai cittadini.
Allora noi viviamo in una società che da una parte si mostra florida, festaiola, milionaria, mentre l’altra patisce le mobilità, i licenziamenti, le inefficienze della pubblica amministrazione. E guarda caso, gli stessi figuri che ci danno da divertirci sono anche quelli che ci governano. Io non dico altro. Molto spesso mi hanno tacciato di populismo, di faciloneria. Tutti noi abbiamo gli occhi per vedere. A meno che non li si voglia nascondere dietro un vessillo, uno qualsiasi, basta che ci distolga dalla realtà.





Lo scemo del villaggio globale

3 04 2009

licenziamentoUn mio collega, che per convenzione chiameremo “Carlo”, sta preparando uno scatolone delle sue robe: dai cassetti tira fuori penne, vecchi blocchi notes, pupazzetti di plastica, calcolatrici elettriche, le “divisumma” che oramai sono diventate cimeli di modernariato.
Gli chiedo che cosa stia facendo: è bianco in volto, si direbbe stanco e più che altro stordito. Interrompe un attimo il suo sfaccendare che più che altro mi appariva chiaramente come un tentativo di non pensare.
“Beh, visto che oramai è alla luce del sole te lo posso dire: mi spostano. Non farò più questo tipo di lavoro”
Io rimango basito. A fare “questo tipo di lavoro” si può dire con una certa dose di certezza che fosse tra i migliori, se non il migliore.
“Ma che dici…” anche se mi rendo conto che la mia è la costatazione del cretino, perché della cosa ero venuto a sapere in via “del tutto confidenziale” dal mio superiore, che mi aveva pregato di tacerne e adesso, coglione dei coglioni, ancora mantenevo questa “riservatezza”.
“Confidenziale” e “Riservatezza”, che possiamo posporre a “Massima”, che quindi diventa “Massima Riservatezza” sono i requisiti più richiesti in una azienda moderna. Cioè si vengono a sapere cose che tutti sanno, ma siccome a tutti viene chiesto di comportarsi come se non sapessero, tutti fanno finta di non sapere. E’ una sorta di “mosca cieca sorda e muta” che ha il sapore della presa per i fondelli.
“E quindi…”
Carlo capisce perfettamente che sono a disagio: una tristezza profonda mi pervade.
“E quindi vado a lavorare su al tredicesimo piano… ma sono contento alla fine. Si, si può dire che vado a fare, in un’altra forma, quello che già facevo. In tutto questo è chiaro che ci vado a perdere qualcosa… però di questi tempi…”
“Di questi tempi” è tra le frasi più usate oggi in una azienda moderna. Assieme ad essa possiamo citare “Speriamo bene”, “Ma d’altra parte si sa che questi fanno gli interessi loro”, “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Quanti anni di versamenti hai” e “può darsi che alla fine tutto si sistemi”. In realtà sappiamo bene che la logica del profitto ha ragioni che la rettitudine morale non ha. Tu immagini che per te o per quelli come te esista una giustizia sociale, un organo di controllo, un “ENTE” che ti preservi dal perdere il lavoro e quindi con esso (pare brutto dirlo) anche la tua dignità; ma questo “ENTE”, questo giudice a tua tutela non esiste! Non l’hai perché gli stessi che dovrebbero proteggerti hanno fatto leggi che ti espongono a questa gogna e perché alla fine (pare strano dirlo, in un paese che si professa democratico) sono loro stessi ad avere aziende e quindi i primi ad avere l’interesse a tagliare i costi (vorrei ricordare che noi, con il nostro carico familiare, la nostra casa comperata con il mutuo, il nostro nonno in carrozzella, la moglie malaticcia e anche noi che non è che stiamo proprio in perfetta forma, noi siamo i “costi” e per giunta “fissi”).
Tutti eravamo felici, stracontenti di entrare in questo comunità; ci piaceva tanto parlare di “villaggio globale” e non capivamo che si trattava proprio di un villaggio: con tanto di capanne, strade polverose, i servizi igienici in strada, la fame incombente…
Vi ricordate che una volta si citava il famoso “scemo del vilaggio”? Ogni paese ne aveva uno: era quello che bonariamente i bambini prendevano in giro; che aveva le sue fisime, che so, blaterava per ore al centro della piazza, parlava con le moto, s’aggirava di notte e ti faceva saltare per la paura, poi lo guardavi, lo riconoscevi e dicevi “ma vattene va, brutto scemo…” quello che per un paio di cento lire ti cantava una intera canzone e che indossava la giacca tre volte più grande, le scarpe che parevano valige. Ebbene, gli scemi del villaggio globale sono una marea. Gli scemi da villaggio globale siamo tutti noi che continuiamo a fare, ad agire, a lavorare (chi può) ad amare e a sposarci, a copulare come se fosse tutto come prima. Continuiamo a correre dietro alle gonnelle, a sognare la macchina di un certo tipo, ad invidiare il giardinetto del vicino. Tutto questo senza protestare, facendo finta che il disagio che sentiamo soltanto latente (tramite i TIGGI, attraverso qualche testimonianza di cassintegrato) a noi non toccherà mai, un po’ come le malattie. Poi, quando ci tocca, allora scoppia la tragedia, l’apocalisse, l’ecatombe! All’improvviso ci rendiamo conto che tutto il resto non era che scempiaggine, perdita di tempo, pinzillacchera. Allora cerchiamo di organizzarci, scriviamo lettere al Sindaco, all’assessore, al politicante. Ci mettiamo anche il cartello sulla panza e andiamo sulla pubblica via a far manifesto il nostro dissenso, la nostra disperazione. Guarda che era lo stesso dissenso e la stessa disperazione che avevi fatto finta di non vedere prima, quando stavi bene… adesso sei solo al centro della crisi di cui avevi sentito parlare ma che avevi affogato dentro una fetta di panettone, stappando la bottiglia dell’ipocrita e cantando “tanti auguri a teeee”…
Ora sei il perfetto “scemo del villaggio globale”. Adesso odi i cinesi perché ci soffiano il lavoro; ogni romeno che vedi lo impaleresti… è normale! E’ questo che si vuole: è questo che si cerca. Io ho una mia teoria su tutto ciò che sta accadendo e che non voglio enunciare, perché non voglio poi fare la parte di quello che afferma “io ve lo avevo detto”. Anche questa è una frase abusata ed è una frase che non sopporto.
Quello che posso dire perché è sotto gli occhi di tutti è che siamo stati e siamo ancora oggetto di appiattimento cerebrale. C’è la manifesta intenzione di farci perfettamente ignoranti e non solo intellettualmente, ma anche e soprattutto rispetto agli accadimenti che avvengono in tempo reale attorno a noi. Sappiamo tutto dello dell’omicidio di Perugia, tutto di Fabrizio Corona, tutto di un po’… direi tutto di un niente. Nessuno mai ci ha spiegato più di tanto sulla crisi economica, sui pericoli dei tanto decantati “termovalorizzatori”, anche se la Comunità Europea ci ha diffidato dall’utilizzare questa terminologia: si devono chiamare quello che sono in realtà, “inceneritori”. Nessuno, se non di sfuggita, ci mette in guardia dalle Banche. Una certa persona che aveva iniziato a parlarci di “signoraggio”, che aveva cominciato a denunciare, fatta la tessera del partito, ha smesso di strillare.
Per carità, non voglio fare la morale a nessuno. Lo dico più per i vostri figli che per voi. Cominciate a spegnere la televisione e a leggere di più, ad informarvi davvero, prendendo le notizie da fonti diverse e non affidandovi alla scelta del colore politico (come se ne esistesse qualcuno oramai…). Avete visto che vi rappresenta politicamente? Franceschini… Garsparri… Alemanno!!! Dai…

Date alla vostra vita dei connotati più degni di quelli dell’attesa della partita domenicale. Oramai del calcio dovreste aver capito due cose se proprio non siete craniolesi: è corrotto (e già questo dovrebbe bastare e avanzare) e fondamentalmente è antisociale, perché si parla di milioni di euro dati a una decina di ventenni quando milioni di persone ne guadagnano mille di euro (quando va bene) e si fanno un culo della miseria tutta la settimana!
Ma queste sono cose che sapete benissimo! Solo ci piace vivere in questa sorta di anestesia, tramite la quale non pensiamo, perché si fa prima e si campa meglio. Ma solo apparentemente. Non facciamo una grande azione a fregercene di quello che ci accade attorno, perché sappiamo benissimo che pur ignorandolo, ci coinvolgerà prima o poi.
Cerchiamo innanzitutto di non arrivare sul patibolo. Ma soprattutto, non ci arriviamo facendo finta di dormire!