Monelli il pittore

12 09 2009

Monelli era un pittore grigio e pieno di rughe. Erano talmente profonde e nette che una faceva ombra sull’altra, dandogli l’aspetto grinzoso di una vecchia quercia. Gli occhi li aveva immobili e gialli per il gran bere e metteva paura, specialmente a noi ragazzini. Stava sempre in casa della zia. Non solo perché il marito di lei fosse un suo accanito estimatore, ma anche perché al vecchio e rugoso Monelli piaceva spiare sotto alle gonne mentre la zia spazzava sotto al divano o si metteva a riporre le cose in alto. Se ne stava seduto a capotavola nell’enorme cucina antica dai soffitti interminabili e guardava, fumando disperatamente sigarette economiche e bevendo, perché solo bevendo Monelli sapeva dipingere. Era sempre vestito di grigio-verde, come la sua faccia. Dimodoché pareva un ramarro immobile, pronto a ghermire il moscone. Ai piedi aveva enormi scarpacce infangate, perché abitava in un dirupo, dentro una capannaccia in mezzo alle canne di fosso. Per questo puzzava già alla lontana di terra e moscato.

Non s’era mai maritato. Era uno di quelli a cui piace corteggiare le donne dandosi le arie fanfaluche da artista ma a cui nessuna donna mai corrispose, perché era veramente orribile. Ora varrebbe la pena di sprecare un poco di tempo a descrivere lo stile del Monelli (dire “del” gli regala, poveraccio, un’aura che non aveva). Dipingeva per lo più paesaggi inventati. Erano campagne uggiose, con in primo piano albero vizzi e neri, come era nero anche lo sfondo. In mezzo, a larghe e grezze pennellate, dipingeva l’atmosfera: la bruma, un sentiero. Il tutto tendeva dal nero fondo al rosso e al giallo violenti, senza mediazioni. Raramente dipingeva cristiani. Erano per lo più colpi di pennello accennati: come dei punti esclamativi al contrario, soltanto un poco di più spessi. Pareva che avesse in urto il genere umano e che nel suo cervello, come nelle sue opere, essi fossero accessori, secondari a tutto il resto. Insomma le sue tele davano nel complesso l’aria di essere state dipinte da chi non aveva molta tecnica. Ma proprio questa loro approssimazione, questa aria di tempesta, questo tono non terminato donava ai suoi quadri un so ché di maledetto.
Questi quadri di tempesta, con i rami contorti e l’aria turbinosa e gialla piacevano allo zio. Aveva un cervello d’ignorante e il fatto che un pittore, un “artista” lo degnasse della sua amicizia lo riempiva di orgoglio. Non immaginava o fingeva di ignorare che lui per il Monelli non era altri che una sorta di oste non professionista che gli faceva versare dalla moglie piacente e paffutella, litri e litri di ispirazione sotto forma di rosso dei Castelli.
Un giorno mia madre mi lasciò dalla zia perché aveva delle faccende in giro e io trovai Monelli come al solito a capotavola. Tutte le volte che mi era capitato di vederlo ero con i miei; il fatto che ora sarei stato da solo a faccia a faccia con lui mi terrorizzava e non poco. Non s’era mosso dalla sua posizione. Quando la mamma si era accostata con me al tavolo, lui la aveva guardata con gli occhi immobili e terrosi. Avevo intravisto in quelle pupille un solo movimento, languido, compiacente, come le lucertole quando guatano la preda e stanno immobili sul sasso. Poi aveva rivolto la faccia a me, rimanendo con lo sguardo fisso, gli occhi giallastri. Mi aveva passato la mano sulla testa e scompigliato i capelli.
“Bravo! Bravo!” esclamò, con la voce stranamente sottile, per nulla adatta alla sua faccia. Nella mia mente di bambino immaginai che avesse un bambolotto che parlava in sua vece nascosto da qualche parte sotto la camicia.
“Siedi qui vicino a me! Fammi compagnia! Così la tua bella mamma può andare, libera come una moschettina!!” e aveva riso di cuore; poi si era volto a mia madre e le aveva afferrato amichevolmente un braccio.
Lei si era scansata e aveva salutato, raccomandandosi che fossi bravo.
“Sa che lui è molto bravo a fare i disegni?” L’avrei uccisa.
“Fai vedere al signor Monelli come fai bene i disegni dei soldatini!” l’avrei veramente uccisa.
“Ohhh, davvero!” si vedeva chiaramente che questa tanto decantata mia dote lo interessava con un bel bicchiere d’acqua!
“E allora adesso ci facciamo dare un bel foglione bianco e mi fai vedere. Va bene?” e aveva di nuovo riso, senza muovere la bocca, senza muovere gli occhi, come se la sua anima vivesse sotto una crosta e parlasse da là, quasi soffocata.

Giovanni Fattori

Giovanni Fattori

Mi ricordo che era pomeriggio bello e finito. Me lo ricordo perché dentro la cucina c’era un bel giallo canarino che si stava mutando in arancio.
La zia cantava da una stanza vicina una canzone sguaiata, a cui cambiava tutte le parole. Io stavo tracciando sul foglio le mie linee elementari con la penna blu. Lui s’era messo a sedere vicino a me, accosto accosto e mi cingeva con un braccio. Non potevo scansarmi: mi stringeva forte e ogni volta che si girava dalla mia parte per approvare quello che stavo facendo mi veniva al naso l’acido della sua bocca, del suo respiro; il suo odore secco di canna e foglie. Quando ebbi finito lui guardò, girò più volte il foglio in tutte le direzioni, ebbe lampi di falsa sorpresa dalle pupille asfittiche e poi mi batté grandi pacche sulle spalle.
“Adesso ti faccio un disegno io… ti disegno a te! Va bene?”
Anche io finsi falso entusiasmo.
Girò il foglio dall’altra parte e cominciò a fare dei segni che però non lo soddisfarono. Accartocciò il suo e il mio disegno e lo buttò in un angolo. Riprese con maggior lena, aiutandosi con una trincata data alla svelta e pulendosi con la manica della giacca. Ma niente: benché ci si mettesse con tutto l’impegno non riusciva nemmeno ad abbozzare la mia faccia. D’un tratto accostò il suo volto al mio e passò le mani sulla mia testa, come se volesse misurarla. Mi guardò fisso con gli occhi umidi e prese un nuovo foglio. Canticchiava per darsi ritmo e a ritmo del suo canto scendeva la sera. Passavano in strada gruppi di ragazzi spensierati.
“Lo vedi? Non mi riesce di disegnarti, mannaggia! Non so perché… non mi riesce!” Adesso i suoi tratti sul foglio erano marcati e sferrati con rabbia e rancore. Cercava di tracciare delle linee guida che però si perdevano inutilmente ai lati del foglio. Senza costrutto.
D’un tratto mi parve di vedere tra i solchi delle sue infinite rughe una goccia affaticata scendere e poi seccarsi subito sulla pelle vizza. E subito dopo quella un’altra ancora e un’altra. Monelli stava piangendo.
Gli chiedi il perché di quel pianto.
“Non lo puoi sapere tu, che non sai niente del mondo e sei innocente!” mi rispose. Mentre oramai oltre la sagoma del duomo si intravedeva incombere la notte.





Una di queste sere

30 06 2009

Stasera è una luna di latte. Leggermente sfilacciata nella foschia estiva, guarda dall’alto dilavando i tetti sui quali, nel pomeriggio, è piovuto.01 Starry Night over the Rhone by van Gogh
Lontane luce vibrano, dorate. Qualcuna si riflette sulle acque; qualche altra, sibillina, si nasconde nelle macchie. Davanti al paese che dorme qui di fronte, un cipresso fa la veglia immobile, nonostante la brezza si sollevi.
Lumi accosti ai muri sorvegliano mute case. Finestre socchiuse dalle quali s’intravede un orlo di tenda di broccato annunciano la vita. Per altro sono solo, accoccolato nella mia dolce sedia, a ricavar parole. Passeranno le ore e il freddo salirà da sotto le magnolie, seccherà l’umidità nascosta e pur le felci, intirizzite un poco, le foglie serreranno. Abbaieranno i cani, soli, ai cigli delle strade gialle e la mia finestra comunque sarà accesa. Il tutto in cerca di una parla vera, di una parola definitiva che altrimenti, nella gabbia delle cose umane, non si trova e che però dalle umane cose deriva. Rifuggire cioè quello che si ama, per guardarlo non con gli occhi appassionati, ma con il giusto distacco.

Quando lo avrò fatto mi diranno che non ho amato abbastanza. A tutti serve che questo amore che sento sia svelato eppure io non lo svelo. Rimane qui, osserva, scruta, spia e adora, ma non si manifesta.
Questa sera così bella, acquosa e stinta, odorosa di falso gelsomino che si sfa, non saprà mai quanto l’adoro. Molti non sapranno nemmeno che esisto e in questo anonimato mi è assi più facile amar le cose e le persone.
Non vorrei nemmeno esere umano, per sfiorare le cose con decenza; per non avere desideri tristi, volgari intendimenti.
Voglio amare da lontano.

E tutti mi diranno che non sono stato capace di amare.





Martinelli il ciabattino

8 05 2009

Martinelli era il ciabattino del vicolo Privato Primo. Perché la stradina venisse chiamata così nessuno lo sa. In effetti sulla targa di marmo stava scritto “Via XXIV maggio”; ma da sempre veniva chiamata nell’altro modo e così ancora andrà finché resteranno i vecchi.
Martinelli poi era il suo nome oppure il cognome? Questo io non l’ho mai saputo con certezza.
Aveva il suo negozio a metà della strada; cosicché veniva comodo a molti avventori in quel tempo in cui non si ricomprava subito, ma si rappezzava di continuo. Serviva due isolati, Martinelli. Il suo antro consisteva in un quadrato di pochi passi, sul cui fondo si alzava un separé oltre il quale non era lecito domandarsi cosa vi fosse. Le scarpe erano ammucchiate le une sulle altre in maniera così confusa che era sempre l’avventore a dovergli indicare quali fossero le sue calzature. In quella maniera avveniva che i più scaltri anziché le loro, si portassero a casa scarpe altrui, molto più dignitose e nuove. Ai veri proprietari poi Martinelli doveva rimborsare la perdita, in qualche modo.

Sulle pareti che oramai avevano perso del tutto il senso primordiale di verticalità e di levigatezza, stavano agganciate due o tre mensole, dalle quali pendevano oramai da tempo immemore, stringhe e stivaletti da Can-Can e lingue di colla marrone rappresa. In tutto l’andito stagnava forte l’odore di acido dell’attak e rimbombava il suono del martelletto sulle semensine che adoperava per fissare suole e tacchi. Appoggiava la scarpa capovolta sulla sagoma e, serrato il tutto fra le cosce coperte da una lercia tomaia, cominciava a menar colpi precisi e netti, che si udivano a distanza. Quando mi dicevano di andare da Martinelli era per me una sorta di festa densa di mistero. Era come entrare nella grotta della mummia o chissà quale altra fantasia. Solo una fioca lampadina illuminava gli oggetti scuri e lo stanzino stesso, anche quello scuro per la gran quantità di sugna che ricopriva tutto. Lui appariva in un angolo, fatto bianco dalla sua camicia, con le braccia scoperte fino al gomito, la barba fatta, la faccia tonda e levigata, anch’essa in qualche maniera come conciata.
- Dimmi che ti serve? – diceva. Non occorreva il saluto. A che serviva se ci si vedeva tanto spesso? Noi bambini poi eravamo per lui una forma di scocciatura che si brigava subito a liquidare.
Lo trovavo spesso con un uomo più vecchio di lui, magro allampanato con la faccia percorsa da rigagnoli di rughe spesse come canion. Stava sempre in silenzio, a lui di fianco. Solo una volta lo udii parlare.
- Insomma stavo nel filare a fare uno spuntino… metto il pane in bocca e sento… come scrocchiare. Infilo un dito in bocca e che ti trovo? Non mi stavo mangiando una cavalletta? –
Risero a crepapelle di questa cosa, Martinelli e il suo amico magro.
- Beh, sai che c’è? Roba che non strozza ingrassa! – decretò il ciabattino in maniera regale, come se stesse enunciando una verità assoluta.

Ti allungava la scarpa che eri venuto a ritirare, bella lucida con la suola nuova e tutta levigata e continuava a battere, mentre il suo amico segaligno guardava avanti a sé, come se già avesse visto tutto il cosmo e ne fosse stufo.
Un’altra volta mi trovavo all’interno della bottega quand’ecco entrare trafelata Irmetta, la nipote piccola: una sorta di farfallina nera con un fiocco enorme e bianco dietro alla testa mora. Entrò come il vento dentro il bugigattolo con le sue lunghe e magre gambe. Era vestita di bianco e la carnagione scura faceva uno strano contrasto. Si trattava di una di quella bambine un po’ dispettose e minuscole, cui uno volentieri torcerebbe il naso a patatina.
- Nonno, ma io devo fare la pipì. – disse a Martinelli supplicando.
- E dove sta il dramma? Va là dietro e fai la pipì! –
Allora vidi la bambina chinarsi un poco, abbassare le mutandine ed accucciarsi fra due montagne di scarpe, dove il pavimento risultava un poco libero. Il piccolo rigagnolo, magicamente, si interruppe a pochi centimetri da una scarpa a volo d’angelo, indubbiamente preziosa, fece una piccola corvetta e ristagnò lì, per poi seccarsi definitivamente. 

Martinelli forse era vedovo. Io non vidi mai la moglie. Era un uomo solitario, intento soltanto a fissare quelle tomaie, lisciare quei tacchi, incollare quelle stringhe. Una sorta di monumento alla categoria dei ciabattini; qualcosa di etereo, magicamente sinistro, di cui non si seppe mai tutto, non si conobbero mai i segreti.
Mai una volta lo vidi passeggiare come tutti in paese; non lo vidi mai soffermarsi davanti ad un caffè, leggere il giornale, meno che mai andare a messa, partecipare a qualche sagra. Come le sue tomaie, era attaccato al suo sgabello, ne era parte.
Soltanto il suo amico quattrossa era forse a conoscenza dei suoi fatti. Ma tant’è; un giorno sparì. Passando davanti al suo tugurio notai una nuova insegna, una di quelle insegne moderna della pizza espressa, che si mangia in piedi, anzi, che non si fa in tempo nemmeno a mangiare.
Ai miei domandai – E Martinelli? –
La risposta era stata sconvolgente e naturale: “Martinelli non c’è più.”

Quindi non c’era più. Non c’erano più le mie prime uscite da casa da solo; non più il sottile terrore di entrare nel suo antro di piccolo Dracula pallido; non più le sordide sorprese che vi trovavo ogni volta: il suo amico silenzioso mangiatore di cavallette, la carta di giornale sparsa dappertutto con la quale avvoltolava le scarpe appena riparate. Era dunque cresciuta l’effimera nipote; non era più la farfallina zampettante in preda alla pipì; la selvaggia ragazzina fastidiosa con il naso a patata. Era stato fagocitato dal suo stesso mistero, avviluppato e gorgogliante nella sua colla che lo inghiottiva, lo fagocitava, lo rendeva gelatinoso e spettrale.

Al suo posto, come se fosse la cosa più naturale del mondo, un pizzaiolo bianco e blu e la sua pizza ultra rapida, che se non la mangi subito ti diventa dura come una suola di scarpa.

Roma, 17/09/2002

Racchi-e-Demalde