Monelli era un pittore grigio e pieno di rughe. Erano talmente profonde e nette che una faceva ombra sull’altra, dandogli l’aspetto grinzoso di una vecchia quercia. Gli occhi li aveva immobili e gialli per il gran bere e metteva paura, specialmente a noi ragazzini. Stava sempre in casa della zia. Non solo perché il marito di lei fosse un suo accanito estimatore, ma anche perché al vecchio e rugoso Monelli piaceva spiare sotto alle gonne mentre la zia spazzava sotto al divano o si metteva a riporre le cose in alto. Se ne stava seduto a capotavola nell’enorme cucina antica dai soffitti interminabili e guardava, fumando disperatamente sigarette economiche e bevendo, perché solo bevendo Monelli sapeva dipingere. Era sempre vestito di grigio-verde, come la sua faccia. Dimodoché pareva un ramarro immobile, pronto a ghermire il moscone. Ai piedi aveva enormi scarpacce infangate, perché abitava in un dirupo, dentro una capannaccia in mezzo alle canne di fosso. Per questo puzzava già alla lontana di terra e moscato.
Non s’era mai maritato. Era uno di quelli a cui piace corteggiare le donne dandosi le arie fanfaluche da artista ma a cui nessuna donna mai corrispose, perché era veramente orribile. Ora varrebbe la pena di sprecare un poco di tempo a descrivere lo stile del Monelli (dire “del” gli regala, poveraccio, un’aura che non aveva). Dipingeva per lo più paesaggi inventati. Erano campagne uggiose, con in primo piano albero vizzi e neri, come era nero anche lo sfondo. In mezzo, a larghe e grezze pennellate, dipingeva l’atmosfera: la bruma, un sentiero. Il tutto tendeva dal nero fondo al rosso e al giallo violenti, senza mediazioni. Raramente dipingeva cristiani. Erano per lo più colpi di pennello accennati: come dei punti esclamativi al contrario, soltanto un poco di più spessi. Pareva che avesse in urto il genere umano e che nel suo cervello, come nelle sue opere, essi fossero accessori, secondari a tutto il resto. Insomma le sue tele davano nel complesso l’aria di essere state dipinte da chi non aveva molta tecnica. Ma proprio questa loro approssimazione, questa aria di tempesta, questo tono non terminato donava ai suoi quadri un so ché di maledetto.
Questi quadri di tempesta, con i rami contorti e l’aria turbinosa e gialla piacevano allo zio. Aveva un cervello d’ignorante e il fatto che un pittore, un “artista” lo degnasse della sua amicizia lo riempiva di orgoglio. Non immaginava o fingeva di ignorare che lui per il Monelli non era altri che una sorta di oste non professionista che gli faceva versare dalla moglie piacente e paffutella, litri e litri di ispirazione sotto forma di rosso dei Castelli.
Un giorno mia madre mi lasciò dalla zia perché aveva delle faccende in giro e io trovai Monelli come al solito a capotavola. Tutte le volte che mi era capitato di vederlo ero con i miei; il fatto che ora sarei stato da solo a faccia a faccia con lui mi terrorizzava e non poco. Non s’era mosso dalla sua posizione. Quando la mamma si era accostata con me al tavolo, lui la aveva guardata con gli occhi immobili e terrosi. Avevo intravisto in quelle pupille un solo movimento, languido, compiacente, come le lucertole quando guatano la preda e stanno immobili sul sasso. Poi aveva rivolto la faccia a me, rimanendo con lo sguardo fisso, gli occhi giallastri. Mi aveva passato la mano sulla testa e scompigliato i capelli.
“Bravo! Bravo!” esclamò, con la voce stranamente sottile, per nulla adatta alla sua faccia. Nella mia mente di bambino immaginai che avesse un bambolotto che parlava in sua vece nascosto da qualche parte sotto la camicia.
“Siedi qui vicino a me! Fammi compagnia! Così la tua bella mamma può andare, libera come una moschettina!!” e aveva riso di cuore; poi si era volto a mia madre e le aveva afferrato amichevolmente un braccio.
Lei si era scansata e aveva salutato, raccomandandosi che fossi bravo.
“Sa che lui è molto bravo a fare i disegni?” L’avrei uccisa.
“Fai vedere al signor Monelli come fai bene i disegni dei soldatini!” l’avrei veramente uccisa.
“Ohhh, davvero!” si vedeva chiaramente che questa tanto decantata mia dote lo interessava con un bel bicchiere d’acqua!
“E allora adesso ci facciamo dare un bel foglione bianco e mi fai vedere. Va bene?” e aveva di nuovo riso, senza muovere la bocca, senza muovere gli occhi, come se la sua anima vivesse sotto una crosta e parlasse da là, quasi soffocata.

Giovanni Fattori
Mi ricordo che era pomeriggio bello e finito. Me lo ricordo perché dentro la cucina c’era un bel giallo canarino che si stava mutando in arancio.
La zia cantava da una stanza vicina una canzone sguaiata, a cui cambiava tutte le parole. Io stavo tracciando sul foglio le mie linee elementari con la penna blu. Lui s’era messo a sedere vicino a me, accosto accosto e mi cingeva con un braccio. Non potevo scansarmi: mi stringeva forte e ogni volta che si girava dalla mia parte per approvare quello che stavo facendo mi veniva al naso l’acido della sua bocca, del suo respiro; il suo odore secco di canna e foglie. Quando ebbi finito lui guardò, girò più volte il foglio in tutte le direzioni, ebbe lampi di falsa sorpresa dalle pupille asfittiche e poi mi batté grandi pacche sulle spalle.
“Adesso ti faccio un disegno io… ti disegno a te! Va bene?”
Anche io finsi falso entusiasmo.
Girò il foglio dall’altra parte e cominciò a fare dei segni che però non lo soddisfarono. Accartocciò il suo e il mio disegno e lo buttò in un angolo. Riprese con maggior lena, aiutandosi con una trincata data alla svelta e pulendosi con la manica della giacca. Ma niente: benché ci si mettesse con tutto l’impegno non riusciva nemmeno ad abbozzare la mia faccia. D’un tratto accostò il suo volto al mio e passò le mani sulla mia testa, come se volesse misurarla. Mi guardò fisso con gli occhi umidi e prese un nuovo foglio. Canticchiava per darsi ritmo e a ritmo del suo canto scendeva la sera. Passavano in strada gruppi di ragazzi spensierati.
“Lo vedi? Non mi riesce di disegnarti, mannaggia! Non so perché… non mi riesce!” Adesso i suoi tratti sul foglio erano marcati e sferrati con rabbia e rancore. Cercava di tracciare delle linee guida che però si perdevano inutilmente ai lati del foglio. Senza costrutto.
D’un tratto mi parve di vedere tra i solchi delle sue infinite rughe una goccia affaticata scendere e poi seccarsi subito sulla pelle vizza. E subito dopo quella un’altra ancora e un’altra. Monelli stava piangendo.
Gli chiedi il perché di quel pianto.
“Non lo puoi sapere tu, che non sai niente del mondo e sei innocente!” mi rispose. Mentre oramai oltre la sagoma del duomo si intravedeva incombere la notte.


