
Un angolo di campagna romana
Quant’era dolce la svagatezza dell’infanzia e della adolescenza! vivevamo gli accadimenti come creature più vicine alla natura; prossime alla sua fredda ma materna perfezione. Quanto ci addolorano e dannano i sentimenti oggi alla nostra età! E quanta disperazione portano a coloro che ne sono vittima! I sentimenti, il bene, l’attaccamento: tutti inganni che fanno sanguinare il cuore! Io lo so bene: eppure, non si può fare a meno di aggrapparsi a questi per non rimanere del tutto orfani, quando cominciano a mancarci le persone che ce li insegnarono. Ma noi saremo capaci di prolungare questa catena che ci tiene avvinti e che pare fatta della seta e delle spine delle rose? Saremo capaci di trasmettere ai nostri figli il senso di attaccamento, l’angoscia della sofferenza, la condivisione del dolore?
No; e ne sono certo! Forse rimarrà della nostra fatica qualche traccia. I nostri figli non saranno capaci di odiare del tutto forse, ma nemmeno di amare completamente. Non avranno il nostro attaccamento a questa terra lavica e grassa, al suo profumo di canna secca e stoppie. Poco amore, quasi indifferenza, per il rosso dei pomodori gonfi e per le ampie foglie delle viti che danno ombra sulle pergole d’agosto. Non penseranno ai nonni, che su queste contrade scansavano con gli scarponi i cadaveri dei soldati per condurre il carretto in campagna. Cosa sarà di queste colline ricoperte alla selvaggia dal sambuco; dei ruderi avviliti su piccole colline verdi, dei pini sempre più magri e alti, che il vento mutato ogni tanto si porta via a pezzi di ramo?
La nostra logica del mercato e dell’economia farà dunque marcire tutto? Queste terre, il falso gelsomino, gli affetti… tutto marcirà? Non ci sarà tempo e modo ad un riscatto?
Quando sull’incertezza del futuro non vi sono più dubbi, scatta inevitabilmente il meccanismo del ricordo. Del ricordo sono stato sempre vittima. Il ricordo è un crudele carnefice, perché vive di cose irrecuperabili, di cose andate, di cose che non si possono più avere né toccare. E forse si pasce anche dell’incapacità di guardarsi avanti.


