
Amici Sandro
Piove adagio. Non ha ancora smesso, ma la pioggia cade leggera e fresca, come una liberazione. La vedo filare contro le sagome dei pioppi, che a quest’ora del giorno sono verdescuri. Tengo la faccia bassa, al massimo guardo davanti a me, camminando. E la mia andatura è insicura, stordita, come se uscissi or ora da una tortura inanimata, dove non si vede il tormento, ma lo si sente con angoscia e lo si vive, attimo per attimo.
Dio, ho voglia di cantare! Dentro di me c’è un canto che s’avvolge nelle viscere, negletto. Si contorce di dolore, questo grido d’amore e di bestia, che sale come le note di un violino e torna a chiudersi nel suo tormento, già che non trova sfogo.
Con questo dolore intimo mi dirigo, uomo comune, verso la mia macchina. Una rapida manovra, sempre quella, e sono fuori del parcheggio.
Non sembro a voi un uomo libero? A quella vecchina che passa piagata dall’artrosi non devo sembrare l’immagine stessa della salute?
Eppure, eppure dentro di me s’attorce il canto, il grido; sono prigioniero di me stesso e vivo in una gabbia invisibile la quale, non appena m’accingo a forzar le sbarre, ratta mi rinserra, madre gelosa.
Allora, come mi dice l’anima, respiro a fondo ed ecco che piano piano sento scrostarsi dentro di me la vecchiezza. Respiro calmo e ad una curva, lieto sogguardo il cielo.
Da quanto non succedeva? Da quanto non levavo lo sguardo verso la volta celeste, verso il firmamento?
Non lo direste ma il cielo di questa città morta, ove le case si susseguono come monotone griglie, dove le piante son costrette in triangoli di spazio, dove corrono, si odiano e amano senza intensità, in questa città dico, il cielo è meraviglioso.
Ora che ha smesso di piovere le residue nubi, come anime del purgatorio si attorcigliano su se stesse avvampate del rosso del tramonto, contro il cielo di gennaio, quasi bianco. Più a ovest, verso ponente, esso si tinge di viola come se una fiamma oltre l’orizzonte stesse agonizzando. Tutte le cose, nette contro questo sfondo, si colorano della notte incombente, raffreddandosi pian piano e spargendo attorno la vaga nebbiolina del riposo. E’ come se gli alberi, i prati, i cigli delle strade distendessero l’uno sull’altro la coltre dell’oblio, illuminata appena dai lampioni gialli e dagli occhi dei cani.
Ecco, solo in questi pochi attimi la realtà è meravigliosa amica mia, quando cioè non si può comprendere che da noi stessi. Io non ti saprei spiegare questa gioia stupida, infantile. Tu forse rideresti di questa mia passione per una semplice sera invernale, come tutte le altre. Eppure in essa c’è la mia serenità. Nelle ultime stille di pioggia che cadono fredde da un ramo che più non le trattiene, nel barlume fioco di un casolare sperso nella bruma, fra i campi di grano. Tutta qui sta la mia felicità.
Se mai dovessi condividerla, forse l’altro non la comprenderebbe appena e vedrebbe solo una parte della bellezza che io vedo e bisognerebbe spiegarla e non avrebbe più senso.
Le sensazioni intime, queste sono importanti.
Allora comprendo, guidando nella semi oscurità beata della sera, che io sono nato per la solitudine.
Bada bene, questa non è una considerazione amara, tutt’altro.
Sono felice che sia così: solo i fusti piagati dell’olivo mi danno la pace che cerco; solo il passo leggero degli animali nei cortili, gli occhi stupiti della anatre, il canto disteso dei galli, il mare lontano, quella striscia cerulea che costringe gli occhi a stringersi a fessura, bruciati dalla lama del sole. Solo questo vale. E quando tutto questo lo udrò nel silenzio della morte, quando da tutto ciò io sarò custodito, non mi scorderò di niente. Il dolore, la fatica, i pochi amori e le battaglie; tutto io ricordo e tutto conservo mentre incrocio le luci dei viali ordinati e delle querce vibranti. La mia piccola giovinezza, questa vita, chi mi ama non mi perderà mai davvero.
Quanto ho amato senza dirlo! Di questo ho rimpianto, si. Di non aver mai detto apertamente, gridando alla luce quanto ho amato. Ho amato tanto e troppo forse e tanto sono stato ripagato, si. Ricordo gli sguardi, quei sorrisi, i litigi e le riappacificazioni; ricordo i silenzi imbronciati e gli abbracci. Io non dimenticherò nulla, te lo giuro, Dio.
Camminare, il miracolo di farlo di nuovo; di giungere ancora a passeggiare, dopo mesi di malattia. Lo sguardo che ora vedo lontano di mille persone, alcune delle quali non sono più. Il loro disperato bisogno di vivere! Lungo le corsie, giovani e vecchi, donne e bambini. E tutto intorno l’odore intenso della voglia di esistere. Le preghiere e le contumelie delle suore antiche, bianche come la neve quasi azzurra.
Tante sono le immagini che giungono dal silenzio, riposte da qualche parte, che nei momenti di silenziosa contemplazione sbocciano nuovamente, come i virgulti dell’ortensia a gennaio.
Il becero frastuono delle vetrate sbattute, dei carrelli senza ruote a notte fonda, il ciottoloso andare del torrente dalla cime, il ciagolare della massaie al mercatino, gli ombrelli variegati, le cime inesauste che salgono a bucare il cielo, la distesa del mare, le spume di taglio sul blu acceso, la striscia che lasciano gli scafi, il rosso delle sere ed i falò accesi, i banchi di nebbia all’alba sul mare, il pattino abbandonato a galleggiare, i bagni gridando dove non si tocca, i gerani rossoaccesi, le fontane zampillanti e la pietra di Assisi, il marmo poroso di Venezia, i boschi attorno Brno, le leggere salite di Firenze e la sua luce discreta, i suoi negozi di carta da lettere, l’inchiostro nero nero, le penne stilografiche, lo sguardo buono di mio padre e la sua forza, il dolore alla bocca dello stomaco, le mani tozze di mia madre e il suo sguardo stanco, il pedale che fanno i violini nell’adagio di Barber, il sonno pesante, i discorsi sull’infinito, le bottiglie buone nei tinelli e le corse a prendersi, la pizza mangiata di corsa, il suonare mentre fuori tuona….
Dio, tu mi hai dato tutto questo e io che cosa? Cosa ho dato io?Come corre il cielo. Si porta via le nubi come fossero fardelli. Ora s’apre sopra ogni cosa, asciugandone il pianto. I tetti sembrano fiamme rilucenti sotto la pallidezza dell’infinito; s’alterna il buio ad un chiarore estremo: la luna.
Sono quasi giunto, ma dove? Non ha pace questo mio viandare. Ogni giorno che trascorre, sempre, io mi chiederò se esisto. Sempre io mi chiederò se merito questa pace serale, questo fruscio di siepi, questo profumo di pietra e selce.
Ma basta… è ora di tacere.
Resti del Tuscolo. 16/01/2002