L’età della “raggione”

29 12 2008

Forse un tempo si credeva che fosse quella dell’adolescenza l’età in cui ci si sente più sottoposti alle intemperie della vita; l’età in cui si provano le emozioni più intense, le derive più sconvolgenti.
No.
Con il senno di poi invece affermo che è questa mia, l’età di mezzo, quella nella quale siamo dibattuti e spinti come un vascello leggero in mare aperto. I vortici, i gorghi, le onde ci sollevano e ci abbattono, facendoci intravedere solo a tratti brevi lampi di luce per poi ricacciarci nelle tenebre più impenetrabili. E mentre un tempo eravamo forti in amore e spavaldi verso la vita, ora in entrambi le faccende siamo più che sprovveduti e paurosi. Camminiamo (me ne rendo conto) in una sorta di vago regno delle nebbie nel quale solo a momenti individuiamo un appiglio o la strada da percorrere. Per il resto si tratta di un andare senza costrutto.
Sono fortunati quelli i quali si convincono di essere sul percorso corretto. Per convincersi di ciò si costruiscono attorno tutta una serie di impalcature atte a sorreggerli nei momenti in cui li attanaglia l’incertezza. Molti hanno la fede, molti altri si rinserrano nei loro microcosmi personali e gettano la chiave per l’esterno; per molti altri ancora questa ancora di salvataggio è il lavoro, che svolgono con una furiosa e cieca determinazione. Io invece faccio parte di quelli che non sanno ancora qual è la loro strada e che probabilmente non lo sapranno mai. Un tempo avevo delle certezze; una di queste era l’amore. Ero nato per amare ed essere amato! Componevo poesie tutte improntate all’amore, alle passioni forti, al dirompente fuoco dei sensi. Non avevo considerato, meschino direbbero in Sicilia, che queste passioni, questi fuochi ad un certo punto debbono fare i conti con le rate, i mutui, le festività di Natale, i lavori di muratura, i calzini da mettere negli sporchi, gli idraulici, la manutenzione della caldaia, le siepi, la gelosia, il malcontento e i parenti.

Le tre età dell'uomo (Tiziano)

Le tre età dell'uomo (Tiziano)

Mi viene da ridere quando incontro quei quarantenni che sanno tutto della vita. Loro sono stati in tutto il mondo, hanno visto questo e hanno visto quello (così, generico); per meglio dire ne hanno viste di cotte e di crude (senza meglio specificare). Loro hanno chiare le loro idee e le portano avanti nonostante tutto e tutti. A volte ci verrebbe da chiedere quali sono queste idee; si vorrebbe che le mettessero in chiaro, che le scrivessero magari, se il problema di dirle a voce possono essere i congiuntivi. Ma rimangono vaghi, fanno capire e non… lasciano intendere.
Loro sono quelli che sanno che il mondo è corrotto ma che da soli certo non possono cambiare le cose.
“Che faccio” ti rispondono “Vado da solo in piazza a manifestare?”
Quando gli fai notare che qualcuno un tempo lo fece; che per le sue idee si diede fuoco o fu torturato a morte loro ti guardano come se vedessero in quel momento ET di fronte a loro.
I più smaliziati ti rispondono che “loro, nel loro piccolo, si impegnano”. Gli altri ti mandano a quel paese e ti si segnano come un irrecuperabile rompi coglioni.
Quando ci saranno gli inviti per le feste di Natale chiederanno alle mogli “ma che viene anche quel rompi coglioni?”E così le piccole rivoluzioni per loro sono non rinnovare l’abbonamento a Sky, votare alternativamente Veltroni e Berlusconi, non pagare il canone RAI e cambiare con il telecomando quando vedono Di Pietro, che da eroe popolare ora si è trasformato in “burino analfabeta”…

Ah, beati loro, che hanno queste minime, solidissime certezze. Io non le ho e questo potrebbe essere un doppio segno:
1 Sono rimasto irrimediabilmente adolescente
2 Non sono una persona da sposare

A voi la scelta.





Povera Patria!

14 12 2008

Da un pò di tempo tutti mi chiedono preoccupati che ne sarà della nostra vita futura, come se io fossi il mago con la sfera di vetro che predice l’avvenire. Forse perché negli anni sono stato sempre l’unico in famiglia e tra i colleghi a non nutrire affatto speranza nelle decine di governi che si sono succeduti. Mi limito soltanto a far osservare loro una cosa. Da diverso tempo andavo avvisando tutti che la china che aveva preso l’Europa non era da ritenersi sana e salutare. Dalla Tatcher in poi tutta l’economia è stata spinta (una sempre più rapida escalation) in un vortice dal quale sarà ben difficile trarsi fuori.
Nessuna azienda da un decennio a questa parte ha disegnato piani industriali; si è sempre più badato al profitto immediato e per fare questo si è privilegiato un approccio al mercato “mordi e fuggi” e quando si è visto che il mercato non rispondeva come doveva e poteva, si è cominciato a togliere qui e là: tutto meno che i privilegi! I privilegi per pochi, costosi e inutili, sono rimasti. Chi ci ha rimesso pesantemente sono stati gli operai delle fabbriche (spostate in siti più economicamente e fiscalmente convenienti) e i settori dell’industria più facilmente “esportabili”. Per sovvertire la linea del grafico dei profitti che prendeva a scendere vertiginosamente le aziende hanno scelto di ritoccare i prezzi alzandoli, di modo che si potesse “taroccare” il bilancio facendo crescere di una briciola il guadagno anche se le vendite diminuivano. Ma quel che conta sono appunto le vendite e alla lunga, anche questa politica del “rattoppo” non ha retto più. E allora si taglia ancora, si taglia più pietosamente e selvaggiamente di prima, anche quello che allora non fu tolto di mezzo. Le leggi a tutela dei lavoratori se ci fate caso, sempre nell’ultimo decennio sono state decimate mentre sono cresciute quelle che tutelano gli imprenditori. La legge Biagi (che doveva essere perfezionata ma che evidentemente a molti va bene così com’è) permette alle aziende e alle multinazionali cose turche che in passato non erano possibili. Trasferimenti di interi rami di azienda in azienducole con sempre meno dipendenti o addirittura altrove, dove il costo del lavoro è dimezzato o addirittura affidato a società specializzate proprio in questo: rapinarti il lavoro sotto lauto pagamento (un costo comunque minore rispetto allo stipendio ipertassato di un lavoratore in regola).
Loro non licenziano nessuno (ne andrebbe a discapito del loro nome): semplicemente si trasferiscono. E’ una tua scelta non andare in Turchia: loro non te lo hanno certo vietato! E così si lavano le mani del sangue di un povero padre di famiglia e magari gli offrono anche qualche decina di migliaia di Euri, per essere tutti più soddisfatti.
Sta succedendo questo da svariati anni in Italia, ma appare evidente che non se ne parla affatto, se non in una cronaca locale o regionale che si ascolta oramai anestetizzati. Questa schiera di licenziati, mobilitati, cassintegrati va ad alimentare una nuova fetta di società che prima non c’era mai stata. Una specie di sovra proletariato, dove lei si adatta a fare lavori di pulizia e lui si ingegna in doppi e tripli lavori. Stando le cose in questo modo si allarga sempre di più la porzione di coloro che consumano meno e parimenti si estende la fascia di aziende che vedono decrescere in modo pauroso i loro consumi. Questo è sotto gli occhi di tutti.

Una volta poi si poteva contare su una cosiddetta “opposizione”. Oggi, quella che dovrebbe rivestire questo ruolo, è un’accozzaglia di fazioni in disaccordo tra di loro dove il leader della componente più importante (Veltroni) è una sorta di figura virtuale, che c’è ma che non si vede mentre (strano assai) quando era meno importante, si notava molto di più. L’unica voce fuori dal coro è Di Pietro, ma di lui è stata data negli anni dagli organi di informazione sapientemente guidati una immagine da “bifolco divertente” che proprio non riesce a scrollarsi di dosso e pertanto quando Di Pietro parla tutti dicono che ha ragione ma poi non lo pigliano sul serio.
antonio_di_pietro_balla_con_aida_yespica_4Lui poverino fa di tutto per darsi maggior lustro: scrive libri, concede interviste dove riesce anche a parlare filato, senza i vecchi farfugliamenti ed espressioni caserecce. Niente da fare: in Italia quando ti sei o ti hanno creato una etichetta non te la puoi più scrollare di dosso.
Perciò che volete che vi dica sul futuro di questo Paese? Sia l’intera nazione che le aziende sono nella stessa barca, che si vede affondare e dove si affonda. E lo spirito dell’italiano medio è sempre quello di pensare “speriamo che sia io l’ultimo a finire a mollo!”