Sto scrivendo un romanzo breve o un racconto lungo (dicendo così mi sento più vicino alla Linea d’ombra e al suo immenso autore e mi monto da solo la testa)…
Questo è un frammento del secondo capitolo. Sono a buon punto. Soprattutto, per la prima volta, ho in mente per filo e per segno quello che voglio raccontare.
Ne condivido qualche riga con voi.
La stanza silenziosa era madida di profumi e puzze che salivano dalla moquette, sprigionavano dalle pareti. Si sentiva l’afrore della pelle selvatica e di quella sudata; di scarpe di bambini, di lucido da scarpe. Se si stava attenti si poteva intuire anche il profumo di docce fatte di corsa, per rispettare un appuntamento subito dopo o per rincasare di fretta, con il magone del tradimento sul petto. La stanza silenziosa viveva in una penombra gialla. Gialla per le pareti senape e per la moquette marrone. Solo una lampada era accesa di là, nel breve disimpegno.
I suoi piedi sulla moquette. Se lo vedesse sua madre, con i piedi puliti sulla moquette! Si tratta di piedi adulti; hanno persino dei peli sul dorso degli alluci! Si tratta di piedi magri di uomo adulto. E le ginocchia: ossute e le cosce, salendo, solo leggermente più in carne ma in quella luce malaticce e stente, come di un prigioniero in tempo di guerra. E’ nudo. Il suo sesso, ridicolmente infimo, si muove con il respiro dell’addome. Attorno ai piccoli capezzoli, anche lì, una corona di peli neri e bianchi. Quarant’anni! Si accarezza il collo. Sul collo ci sono, qua e la, delle piccole bollicine, residui di barba malfatta, pieghe della pelle. E queste piccolezze, queste esiguità sotto le dita appaiono enormi: delle vere e proprie mostruosità.
Allora, per una associazione di idee si passa la lingua nella bocca e lì, percorrendo, trova anfratti, buche, afte, irregolarità e pensa che oramai quella è una bocca da uomo adulto, da uomo già abbastanza avanti con l’età, ma gli sembra, dopotutto, che questo fatto dell’età non lo riguardi direttamente.
Poi si alza, cercando di fare piano, per andare a sollevare la tenda. Il fatto di essersi alzato di scatto dal letto gli fa provare un senso di vertigine. Una volta accanto alla finestra, con un dito solleva il lembo della tenda.
Pomeriggio d’estate. I pomeriggi d’estate non hanno nulla da dire. Si tratta invariabilmente di ore torride in cui ogni cosa è immota e non aspetta altro che un nuovo giorno. Si tratta di ore che vorremmo sinceramente dimenticare; si tratta di un tempo inutile, passato ad attendere il suo trascorrere. I pomeriggi d’estate sono luce bianca e viola se attorto ad un muro c’è un rampicante. Sono di metallo rovente e di ombre nette e senza ristoro. In quel lacerto di strada, cinto da bianchi oleandri, non una persona. Solo macchine parcheggiate, torride, luminose da chiudere gli occhi. E questa è un’ora di pomeriggio presto! Quanto avrà dormito? Non più di venti minuti. Si ricorda solo di aver chiuso gli occhi, dopo essersi voltato e poi più nulla, vinto dallo stolido stordimento che danno tutti gli atti meccanici come quello.

Schiele
Poi si ricorda di lei e si volta. Lei dorme. Da quando vive, da quando fa l’amore, lui non ha mai dormito, dopo. Invidia un poco quegli uomini che si staccano da un corpo ancora ansimante e TAC, staccano la spina. Hanno finito, chiuso, terminato. Accendono una sigaretta e fissano il soffitto. Hanno compiuto la loro funzione, che lei ne sia soddisfatta o no. A quel punto l’istinto bestiale, primario, crudele ha avuto il suo acme e si è spento. Lui non sente più attrattiva per lei che in quel momento è soltanto un pezzo di carne stravolta senza alcun interesse. Semplicemente non ci pensa più e non la pensa più.
Oppure si alzano nudi, atletici, saltellanti e vanno a fare la doccia, cantando, mentre lei ancora languida non guarda, ma tiene gli occhi chiusi verso il nulla, convinta che sia stato bello.
Da quando vive, da quando fa l’amore, c’è sempre stata lei che dorme e lui che si sveglia con questo senso addosso di insoddisfazione. Si perché attorno a questo momento aveva costruito castelli di aspettative; ci aveva sognato, ci aveva fantasticato. E ora? Ora è tutto normale. Tutto sarà da adesso in poi immutabile ed immutato rispetto ad una volta fa, tre volte fa, dieci volte fa nella medesima situazione. Ci sarà un risveglio: lui che si sente in dovere di accostarsi a lei pieno di attenzioni. Ci saranno dei baci, delle carezze e dei sorrisi ad occhi chiusi. Tutto inesorabilmente uguale: tutto uguale a tre, cinque o dieci volte fa. Ci saranno poi delle promesse non mantenute, pronunziate proprio nel momento in cui lei si starà rivestendo, indossando quel vestito grigio e attillato. Lei profumerà di crema per la pelle. Metterà i suoi ninnoli e lui le scruterà la schiena. Alcune volte la voglia si riaffaccia e lui la afferra nuovamente, intestardito la ghermisce e lei si lascia fare, sentendosi lusingata di piacere, non tanto di piacergli. Altre volte invece lei si scansa sorridendo per non essere offensiva. Masticando una gomma gli dirà che va di fretta, che ha delle cose da fare. Intanto avrà passato le mani nei capelli perché vorrà essere bella, uscendo. Non bella per lui, ma bella in assoluto; perché di lui, dopo, non le importa più molto.
Così, nudo, tra una stanza da letto di un albergo di un posto di mare nel pomeriggio presto e una finestra. Da lontano non vengono suoni, ma borboglii indistinguibili come dal fondo di un acquario. Ci sono radio che cantano, bambini che guardano la TV: qualcuno passeggia per il corridoio.
Le cose di lei sono appoggiate sullo schienale della sedia, non sono mica sparpagliate in terra. Significa che hanno fatto tutto studiatamente, che sapevano entrambi che avrebbero fatto sesso già nel momento in cui lui aveva aperto la portiera della macchina e l’aveva vista, cinta dal suo esiguo abito grigio con i fiori di seta rosa sullo scollo. Quindi tutto quello che c’era stato in mezzo: il parlare cortese in macchina (addirittura il darsi del “lei”), l’aperitivo che lei aveva in un primo momento rifiutato; il fatto che gli avesse fatto vedere le foto dei figli e la sua fatica per avvicinarsi e baciarla sul collo…
Tutto mortalmente uguale a due, cinque, dieci volte fa.
Cosa cambia? Qualche stupido particolare? Cambiano i profumi, i gridolini, i gemiti di piacere? E per tutto questo poco c’è da fare tanta immane fatica? E dopo tutta questa immensa fatica, cosa rimane?
Piano piano indossò le mutande e poi i pantaloni. Lei dormiva riversa, con la guancia sul cuscino e un mare di capelli neri allargati intorno. C’era in lei la penombra della sera e l’infinito delle femmine. Però a lui non era toccato. A lui era toccata una briciola di tutto quel mondo, di quell’universo. Quella mezz’ora di carne nella carne non era valsa che a possedere una briciola, una parte infinitesimale di tutta lei. A che era valso allora?


