V come Al(v)iero

5 12 2009

E’ di nuovo tornato il sole dopo un giorno di pioggia pesante. Il cielo è così terso che le cose sbucano sorprendendoti dalle ombre. Ti fa sobbalzare di piacere tutta questa esterrefatta luce, questa baldanza di tonalità e di contrasti. Sto aspettando che il gommista si tolga il soprabito dopo aver aspettato che facesse colazione e che parlasse della partita di ieri con quel simpatico della ferramenta, che più guadagna più s’ammusonisce.
Gli spiego che la ruota sembra sgonfiarsi. Gli s’avvicina, la palpa, scuote la testa.
- Hanno fatto il lavoro fatto male… si vede che è bucata da una parte e loro l’hanno tappata da un’altra… tocca smontare e vedere! –
Dieci euro, come niente! Penso.
- Va bene; in tutti i casi io sono al bar. Torno tra poco. –
Mi fa cenno di si con la testa: s’accuccia e infila il cric.

kandinsky

Il bar è proprio lì accanto. Questi bar di piccoli paesi ostentano arredamenti da gran parata ma sono gestiti sempre dagli stessi tarpani. Siccome pensano che tutto gli sia dovuto, quando entri non ti salutano nemmeno. Lei avrà sessant’anni: si tinge la testa di un rossiccio slavato e indossa una maglia turchina con le maniche tirate su. Lui è più ben messo: tipo un impiegatino del catasto che la moglie ha costretto dietro al bancone di un bar. Mi guarda in maniera timida: allunga il dito verso di me.
- Lei aveva chiesto… – e si interrompe. In realtà non avevo ancora chiesto. Ecco, mi dico, perché i bar hanno questo successo. Sono caldi comunque, profumati e accoglienti anche se chi li gestisce se ne frega di te. Una sorta di meretricio anche questo, se ti metti a riflettere. Qui entri perché ti va, anche sapendo che al barista non interessa minimamente di te, che è lo stesso tipo di rapporto che ha il cliente con la puttana, a ben vedere. In più sei consapevole che la schiuma del cappuccino ti ammazza il colon e che il cornetto ti squaglia il fegato. La colazione al bar, a ben vedere, è una delle più grandi forme di oltraggio che ci è rimasta da consumare, a noi poveri nessuno.
- Un cappuccino… – gli rispondo. In realtà non mi va. Ecco: un’altra cosa che c’è da dire sui bar è che la gente alle volte ci va non avendo voglia di andarci. Si dice: “Ti andrebbe un caffè?” quell’altro fa una faccia quasi scocciata, storce la bocca. Pare che ti fa un favore. Poi aggiunge: “Massì! E prendiamoci questo caffè!”
Accanto a me prendono la colazione completa due novelle mamme. Mia moglie mi ha insegnato a riconoscere le donne che hanno la grana da quelle che ne sono sprovviste. Queste sono benestanti: hanno lo stivale tono su tono con il pastrano e la borsa di quelle fatte a carta geografica che, Dio mi perdoni, non ho mai capito perché hanno successo. Per dire: ma perché quelle piacciono e magari, quelle che hanno un altro tipo di decorazione no? Io lo so il motivo, ma anche qui mia moglie dice che non è vero, che sono prevenuto, che sono orso… il motivo è che siccome piace a molte, diventa un oggetto di culto. No, perché a dire il vero, sono sinceramente brutte! E quel motivo lì lo hanno riprodotto su portachiavi, trusse per il trucco, cinture, camicie!!! Addirittura sulle camicie!!!
Queste signorine addanarate si guardano intorno mentre solluccherano il cappuccino. Sono soddisfatte: si vede. Hanno accompagnato i bimbi a scuola (abitano a trecento metri ma sono venute con il SUV) e ora sorbiscono la colazione con gusto, chiacchierando.
- Quando in questa scuola c’era Suor Mirta era tutta un’altra cosa! Anche io partecipavo con più entusiasmo! –
- Cara mia! Che non lo sai che quando le cose cambiano non cambiano mai per il meglio? –
- E’ vero! Non cambiano mai per il meglio! Mi ricordo che c’era la festa dell’albero, la festa dell’orfanello, la festa del miserando… ora non fanno più niente! Si portava ognuno una cosa. I bambini vivevano di più la scuola in quel modo lì… io non lo so… io non lo so… -
- Ti ricordi quando venivano i bambini da Kiev e stavano con noi l’intera estate? Arrivavano bianchi in faccia, morti di fame… quando tornavano in Russia erano rifioriti… e poi io sentivo in cuor mio di aver fatto del bene… almeno per due mesi avevano mangiato, s’erano vestiti… erano stati al mondo! –
Sentendo questa sorta di rammarico per i bambini sfortunati della Terra la signora mordicchia il suo cornetto con la marmellata giocherellando con il solitario che ha al dito.Oggi c’è il Vescovo e tutti sono in subbuglio. Nessuno lo sopporta epperò, in quanto Vescovo, non si può mancare di fargli omaggio. La cittadina frigge di traffico; sono tutti presi a correre in qui e in là. E poi la giornata luminosa e frizzante mette voglia di vivere di farsi vedere… Io bevo in fretta il mio latte e caffè (lo sento bruciare in gola, mentre scende) e già immagino lo sconquasso che potrà provocare al mio povero intestino. Intanto le due donne sono uscite al fresco, si siedono al tavolo e iniziano a fumare. Le donne benestanti si vedono anche dal fatto che accavallano le gambe. Voi avete mai visto una donna del popolo accavallarle? Le donne del popolo stanno sedute un po’ curve, infagottate nei loro pastrani “verdone”, a “quadri” e sono sul chi vive, si vogliono sbrigare, pare che quella sosta al bar è troppo lusso per loro. Si sentono in colpa. In genere le donne comuni hanno con sé la sporta della spesa. Non saprebbero proprio dove metterla. E fumare? Fumare non se ne parla proprio.
Accavallano le gambe e quando gettano la sigaretta lo fanno con noncuranza, senza preoccuparsi dove questa va a cadere. Quella io lo so, rotola in un tombino, finisce in un angolo sbagliato della grata, s’infila in un pertugio che corrisponde ad un condotto del gas. Il calore viaggia per qualche centinaio di metri e fa esplodere un appartamento dove vivono costipate e malaticce una anziana pensionata di Napoli e sua figlia che non s’è mai voluta sposare. Colte nell’ultimo sonno dall’eplosione non si sono accorte di nulla. Come si suol dire? Passate dalla vita alla morte!

Il mio cappuccino è finito. Quel che ne resta si raggruma in fondo ad una tazza marrone. Pago e vado senza salutare, corrisposto. Fuori c’è più freddo. Si è alzato di più il sole. Il gommista sta chino e rimonta la ruota.





Frammenti di racconti (una parte dell’episodio della stanza d’albergo)

24 07 2009

Sto scrivendo un romanzo breve o un racconto lungo (dicendo così mi sento più vicino alla Linea d’ombra e al suo immenso autore e mi monto da solo la testa)…
Questo è un frammento del secondo capitolo. Sono a buon punto. Soprattutto, per la prima volta, ho in mente per filo e per segno quello che voglio raccontare.

Ne condivido qualche riga con voi.

La stanza silenziosa era madida di profumi e puzze che salivano dalla moquette, sprigionavano dalle pareti. Si sentiva l’afrore della pelle selvatica e di quella sudata; di scarpe di bambini, di lucido da scarpe. Se si stava attenti si poteva intuire anche il profumo di docce fatte di corsa, per rispettare un appuntamento subito dopo o per rincasare di fretta, con il magone del tradimento sul petto. La stanza silenziosa viveva in una penombra gialla. Gialla per le pareti senape e per la moquette marrone. Solo una lampada era accesa di là, nel breve disimpegno.
I suoi piedi sulla moquette. Se lo vedesse sua madre, con i piedi puliti sulla moquette! Si tratta di piedi adulti; hanno persino dei peli sul dorso degli alluci! Si tratta di piedi magri di uomo adulto. E le ginocchia: ossute e le cosce, salendo, solo leggermente più in carne ma in quella luce malaticce e stente, come di un prigioniero in tempo di guerra. E’ nudo. Il suo sesso, ridicolmente infimo, si muove con il respiro dell’addome. Attorno ai piccoli capezzoli, anche lì, una corona di peli neri e bianchi. Quarant’anni! Si accarezza il collo. Sul collo ci sono, qua e la, delle piccole bollicine, residui di barba malfatta, pieghe della pelle. E queste piccolezze, queste esiguità sotto le dita appaiono enormi: delle vere e proprie mostruosità.
Allora, per una associazione di idee si passa la lingua nella bocca e lì, percorrendo, trova anfratti, buche, afte, irregolarità e pensa che oramai quella è una bocca da uomo adulto, da uomo già abbastanza avanti con l’età, ma gli sembra, dopotutto, che questo fatto dell’età non lo riguardi direttamente.
Poi si alza, cercando di fare piano, per andare a sollevare la tenda. Il fatto di essersi alzato di scatto dal letto gli fa provare un senso di vertigine. Una volta accanto alla finestra, con un dito solleva il lembo della tenda.
Pomeriggio d’estate. I pomeriggi d’estate non hanno nulla da dire. Si tratta invariabilmente di ore torride in cui ogni cosa è immota e non aspetta altro che un nuovo giorno. Si tratta di ore che vorremmo sinceramente dimenticare; si tratta di un tempo inutile, passato ad attendere il suo trascorrere. I pomeriggi d’estate sono luce bianca e viola se attorto ad un muro c’è un rampicante. Sono di metallo rovente e di ombre nette e senza ristoro. In quel lacerto di strada, cinto da bianchi oleandri, non una persona. Solo macchine parcheggiate, torride, luminose da chiudere gli occhi. E questa è un’ora di pomeriggio presto! Quanto avrà dormito? Non più di venti minuti. Si ricorda solo di aver chiuso gli occhi, dopo essersi voltato e poi più nulla, vinto dallo stolido stordimento che danno tutti gli atti meccanici come quello.

Schiele

Schiele

Poi si ricorda di lei e si volta. Lei dorme. Da quando vive, da quando fa l’amore, lui non ha mai dormito, dopo. Invidia un poco quegli uomini che si staccano da un corpo ancora ansimante e TAC, staccano la spina. Hanno finito, chiuso, terminato. Accendono una sigaretta e fissano il soffitto. Hanno compiuto la loro funzione, che lei ne sia soddisfatta o no. A quel punto l’istinto bestiale, primario, crudele ha avuto il suo acme e si è spento. Lui non sente più attrattiva per lei che in quel momento è soltanto un pezzo di carne stravolta senza alcun interesse. Semplicemente non ci pensa più e non la pensa più.
Oppure si alzano nudi, atletici, saltellanti e vanno a fare la doccia, cantando, mentre lei ancora languida non guarda, ma tiene gli occhi chiusi verso il nulla, convinta che sia stato bello.
Da quando vive, da quando fa l’amore, c’è sempre stata lei che dorme e lui che si sveglia con questo senso addosso di insoddisfazione. Si perché attorno a questo momento aveva costruito castelli di aspettative; ci aveva sognato, ci aveva fantasticato. E ora? Ora è tutto normale. Tutto sarà da adesso in poi immutabile ed immutato rispetto ad una volta fa, tre volte fa, dieci volte fa nella medesima situazione. Ci sarà un risveglio: lui che si sente in dovere di accostarsi a lei pieno di attenzioni. Ci saranno dei baci, delle carezze e dei sorrisi ad occhi chiusi. Tutto inesorabilmente uguale: tutto uguale a tre, cinque o dieci volte fa. Ci saranno poi delle promesse non mantenute, pronunziate proprio nel momento in cui lei si starà rivestendo, indossando quel vestito grigio e attillato. Lei profumerà di crema per la pelle. Metterà i suoi ninnoli e lui le scruterà la schiena. Alcune volte la voglia si riaffaccia e lui la afferra nuovamente, intestardito la ghermisce e lei si lascia fare, sentendosi lusingata di piacere, non tanto di piacergli. Altre volte invece lei si scansa sorridendo per non essere offensiva. Masticando una gomma gli dirà che va di fretta, che ha delle cose da fare. Intanto avrà passato le mani nei capelli perché vorrà essere bella, uscendo. Non bella per lui, ma bella in assoluto; perché di lui, dopo, non le importa più molto.
Così, nudo, tra una stanza da letto di un albergo di un posto di mare nel pomeriggio presto e una finestra. Da lontano non vengono suoni, ma borboglii indistinguibili come dal fondo di un acquario. Ci sono radio che cantano, bambini che guardano la TV: qualcuno passeggia per il corridoio.
Le cose di lei sono appoggiate sullo schienale della sedia, non sono mica sparpagliate in terra. Significa che hanno fatto tutto studiatamente, che sapevano entrambi che avrebbero fatto sesso già nel momento in cui lui aveva aperto la portiera della macchina e l’aveva vista, cinta dal suo esiguo abito grigio con i fiori di seta rosa sullo scollo. Quindi tutto quello che c’era stato in mezzo: il parlare cortese in macchina (addirittura il darsi del “lei”), l’aperitivo che lei aveva in un primo momento rifiutato; il fatto che gli avesse fatto vedere le foto dei figli e la sua fatica per avvicinarsi e baciarla sul collo…
Tutto mortalmente uguale a due, cinque, dieci volte fa.
Cosa cambia? Qualche stupido particolare? Cambiano i profumi, i gridolini, i gemiti di piacere? E per tutto questo poco c’è da fare tanta immane fatica? E dopo tutta questa immensa fatica, cosa rimane?
Piano piano indossò le mutande e poi i pantaloni. Lei dormiva riversa, con la guancia sul cuscino e un mare di capelli neri allargati intorno. C’era in lei la penombra della sera e l’infinito delle femmine. Però a lui non era toccato. A lui era toccata una briciola di tutto quel mondo, di quell’universo. Quella mezz’ora di carne nella carne non era valsa che a possedere una briciola, una parte infinitesimale di tutta lei. A che era valso allora?





La sera di San Valentino

27 06 2009
kokoschka

kokoschka

Accompagnandoti a casa vivevo in una sorta di trance. Un albero un vuoto un albero un vuoto un albero un vuoto una panchina un palo

Luce

Luce

Luce

Un albero

Un vuoto

Un albero

Un vuoto

E la strada che si apriva davanti a noi come la bocca sdentata di un cane vecchio, malilluminata dai fari, contavo i chilometri, le centinaia di metri, le decine, i passi che ci separavano da casa tua. E lì, per la prima volta sperimentai il dolore al petto che pare mordere; una sorta di cupo ingorgo che si forma alla bocca dello stomaco e si sfoga nel pianto. Ma ancora non piangevo, perché volevo sfruttare fino all’ultimo il fatto di stare con te, di essere con te. Le tue gambe lunghe, che intravedevo nel balugino della luce intermittente, il tuo collo ambrato nella semi oscurità, gli orecchini a cerchio che brillavano ondulanti e la testa fitta di capelli profumati.
Si: ero ancora con te.
Quando fummo sotto casa tua tu ti girasti. Avevi sul volto l’espressione soddisfatta dell’amante sazia che aveva avuto soltanto un antipasto. Ancora ricordo le curve morbide delle tue guance, gli occhi neri e penetranti, la bocca disegnata come una nuvola d’alba. Le dita lunghe mi accarezzarono il volto, proprio come si fa con un amico. Mi guardasti piena di comprensione; colma di compassione mi desti un rapido bacio sulle labbra girandoti subito dopo e uscendo dalla macchina, non prima di aver lasciato che la coscia bianca svettasse dall’abitino corto, alla luce della luna.
Non farmi andare via così! Fammi un sorriso!
M M…” dissi io, piegando leggermente le labbra.

Era la sera di San Valentino.
Rifeci la strada a ritroso maledicendo ogni sasso, ogni siepe, ogni cane che incontravo. Erano i sassi, le siepi e i cani del ritorno. Di quando di te c’era solo il profumato ricordo; il sapore rimasto in bocca della tua bocca, i lampi della tua carne nel tritacarne del rammentare, che mischiava ansimi a silenzi, baci a carezze, fughe con il pensiero e cose taciute, vigliaccherie…
Vigliaccherie si… il fatto che ora tu non fossi con me ma stessi già baciando il tuo caro e fedele fidanzato, che come tutti i cari e fedeli fidanzati non sapeva nulla, nulla immaginava.
Lui era un ragazzo dai mille interessi. Pacato, riflessivo, amante dei viaggi e della libertà. Più bello di me cento volte; molto più interessante. Ma non aveva dentro sé quel tarlo, quel fugace lampo imprevedibile, lo sguardo rabbuiato ed i dolori che avevo io dentro lo spirito. Un uomo certo da sposare lui, questo si; una sorta di assicurazione per la vecchiaia. Sapeva riparare le cose rotte: tubature, infissi e per tutti aveva un saggio consiglio. Sapeva quel che fare se ti scadeva l’assicurazione e già si era iscritto ad una cooperativa per l’assegnazione della casa. Io? Io scrivevo poesie e libricini senza senso. Io passavo intere giornate a guardar piovere, quando a novembre pioveva per giorni e ad ascoltar musica. Quello io ero. Ma sapevo stringerti fino a farti perdere il fiato; sapevo dirti quanto ti desideravo con parole che ti facevano battere forte il cuore (tu me lo dicesti). Io ero il volo, la perdizione, il tormento, il rosso, la cenere che cova la fiamma, un abito scuro, il battere dei colpi sulla porta, il telefono che suona di notte.
Ero l’ora blu, l’effetto notte… non ero nulla.
Lui un buon ragioniere; la macchina come nuova, con tanto di accessori pagati assai. Mi facesti vedere anche le foto: le foto che si fanno tutti i fidanzatini. Sulla scogliera, davanti ad una ruota panoramica con tanto di zucchero filato. Io risi compiaciuto ma avrei desiderato che da quella ruota egli fosse caduto giù tutto ridotto a polpette. Mi desti anche una foto, che la tenessi, dove con il tuo solito sguardo scuro, in un costume castigato, prendevi il sole su una spiaggia della Corsica.
Un amico vedendola sulla scrivania mi disse “Si vede che ti ama da come ti guarda mentre la fotografi”.
Che cretino: la foto l’aveva scattata l’altro, non io.
Tutto quello che avevo di te era di seconda mano. I baci, le parole e la pelle… tutto già usato. E qualunque cosa io facessi, non avresti mai preferito me a lui, perché io ti avrei imprigionato. Avresti perso la libertà che lui ti concedeva.
Perciò da allora la festa di San Valentino per me è soltanto la ricorrenza di una strage.