Bailamme

26 11 2009

C’è una sorta di bailamme nella mia testa, un vortice inesprimibile di concetti che molte persone riterrebbero morti e decomposti e che invece nella mia mente battono e battono, come il sesso di una pazza “all’alga” scuote la porta nel reparto delle agitate. Uscendo dai cancelli, accostandomi alle moderne chiese coi cristi colorati in modo hippy, tornando verso casa (casa quale poi. Nessuno ha casa se non in se stesso. Non esistono luoghi che accolgono abbastanza a lungo da sentirsi, da percepirsi come case) contavo le cose inespresse, i vortici non urlati e le sibilanti offese ricevute in un solo misero giorno di esistenza mia, cosa che ritengo invero grama ed insignificante! Sono tanti: sono vergognosamente tanti! Come ad esempio le albe negate: le luci d’oro alle quali si è rinunciato perché “c’era qualcosa di urgente da fare!”  Come ad esempio le cose dette e non dette (non dette da me e non sentite dire) perché “non è costumato”… “perché non è educazione”! Quante volte avremmo voluto offendere pesantemente, perdere tutto, fare tabula rasa di ogni cosa per poterla riguadagnare (non certo la stessa), insomma, per poter riguadagnare almeno quel poco di faccia, ‘si da potersela guardare allo specchio senza vergogna! Eppure “C’era sempre qualcosa di urgente da fare!”

Ora ho un padre senza più denti e un’anima fiacca e tremante. Ho un sentimento incerto che m’incatena i giorni senza essere di fuoco (piuttosto una fiammella), ho mille aspettative da un corpo che non può concedermi più di tanto. Sto invecchiando. Si: era per dire questo che ho scritto le venti righe precedenti. Non si tratta, vi deluderò, di un fatto anagrafico. Degli anni non mi importa nulla. Si tratta della linfa che vien meno, dell’energia che scema non per gli anni ma per la noia. Ci sono cose da fare, milioni di cose da fare e invariabilmente finiamo sempre per fare le stesse, le più brevi e le più comode: le più sicure. Soltanto quando sentiamo minacciato il nostro povero podere allora insorgiamo, battagliamo, perdiamo.
E quindi dicevo?… ah si, questo bailamme nella testa che farfuglia, inciampa, stride e strappa. Non guardavo stasera le luci in cielo: percorrevo la strada di sempre con la pacata quiete di chi non vuol far ritorno. Molte volte ho pensato di andare oltre, di non girare quella curva ma di andare nel verso contrario, di non fare più ritorno. Ma come ho detto sopra? Invariabilmente finiamo sempre per fare le stesse cose: le più brevi e le più comode. Le più sicure. C’erano alti palazzi di fango e vetro luccicante, piazze adorne di già per il Natale. Ce lo impongono così in anticipo che non sappiamo più quand’è che viene per davvero. Studiosi del Natale (esistono degli studiosi che passano anni e anni chini sulle carte a decifrare codici antichi, nel tentativo di capire quando è davvero Natale) ci dicono che è più in là nel calendario; ma non si esprimono più precisamente. Saggiamente pensano che più ci tengono sulla corda, più loro potranno passare i loro beati giorni a guardare i codici antichi, saporosamente retribuiti. Intanto i metalmeccanici di Cagliari vengono a battagliare e a perdere il loro lavoro. Hanno intaccato il loro piccolo podere. Poi toccherà ai giardinieri di Postano, poi agli studenti di Caltanisetta, poi alle vedove dei carabinieri di Cefalù… ma mai tutti insieme, mai davvero incazzati, incazzati sul serio, mi raccomando!
Continua: questo bailamme continua! Né si può calmare tornando a casa (qualche casa…). C’è gente che se ne va, gente che torna. Gente nuova, mai vista. Gente vecchia che ricaccia come i noccioli dopo la colta. Mia moglie in mezzo a tutto questo andare e venire mi fa cenno da lontano che è viva, che ancora c’è. Si, ma non c’è tempo: c’è sempre bisogno di fare cose, di fare cose. Devo fare questo, devo fare quest’altro… ed è di nuovo già l’alba; un’altra alba negata, con gli stop rosso fuoco di un utilitaria che segue un’altra utilitaria che ne segue un’altra. E così fino al lavoro. E mi dicono: meno male che ancora ce l’hai (i metalmeccanici di Cagliari).





Delgado

23 08 2009

(Una storia vera)

Delgado passeggia sul lungolago con la camicia aperta sul petto. Ha il petto scavato come quello di un deportato. Cammina con passo ondulato, come quello di un jazzista ubriaco, tenendosi a volte sulla balaustra del belvedere. Le scarpe sono molto più grandi del suo piede. Sono quelle che indossava negli anni del benessere: quando sua moglie e il suo bambino gli camminavano davanti spediti. Anche i pantaloni sono quelli: li tiene con una cordicella da pacchi che ogni giorno risica un po’ di più. Camminando guarda gli alberi in alto, che contro la luce del sole agostano sguazzano nella luce angosciosa e immobile. Ogni tanto si ferma per fare le coccole ad un cane; saluta educatamente e si allontana barcollando.
Delgado tutte le mattine si fa scendere dall’autista della linea 41 proprio davanti al Bar dei motociclisti e da lì inizia ad andare, quando il sole non ha ancora superato la sella del monte, in su e in giù per il lungolago. Potrebbe sembrare un pazzo, un solitario, un ebete. E’ solo immensamente triste. E’ triste perché uccise suo figlio, senza volere, una sera di settembre.
Alisa, del bar dei motociclisti è una ragazza ben cresciuta, dal petto diritto, dagli occhi profondi. Stretta nel suo scaldacuore lo aspetta sulla porta e gli allunga, di nascosto, un fagottino. Lui afferra, saluta come se avesse il cappello, si inchina e se ne và.
Davanti al bar ci sono sempre una decina di uomini in tuta e giubbotti massicci. Hanno le braccia tatuate e lo sguardo bruciato, come se indossassero sempre il casco e la visiera. Sono talmente a disagio con la testa scoperta che se la toccano continuamente.
Fanno commenti su questa o quella moto.
“E’ una 800…”
“Ma quel bianco non spara un po’?” dice uno rivolto ad una Harley Davidson da parata.
Delgado li saluta e passa, preso dai suoi pensieri, camminando e sventolando, come una bandiera, al vento che si alza.
Sulla riva hanno messo le sedie a sdraio, ma si paga per entrare. Hanno piantato il prato all’inglese e messo le sdraie in fila. Ci sono seduti tre o quattro vecchi. Il bagnino guarda Delgado da lontano, con le mani sui fianchi, come a interrogarsi. Non sta pensando a lui in realtà. Nessuno pensa a lui da quando sua moglie se ne andò, urlando e sbattendo la porta, otto anni prima. Lui attese che i passi si fossero spenti nell’ultima rampa di scale e poi allungò la mano verso il televisore, spegnendolo. Fine delle trasmissioni. Fine della famiglia. Fine di tutto.
La casa ora la abitano tre o quattro pachistani che a forza di insistere gli danno trecento euro al mese. Lui alle volte non passa nemmeno a ritirarlo, il danaro. Solo la parola danaro gli da fastidio.

Tutte le sere poi, si mette a sedere vicino ad una macchina diversa. Quando nessuno lo vede prende a dare testate sul paraurti. Mica per niente. Pensava che giorno per giorno, testata su testata, sarebbe riuscito a provare il dolore che provò il suo bambino quando la millecento gli sbatté contro, scaraventandolo sul ciglio della strada, qualche metro più in là, in una pozzanghera di sangue.
Tornava dal lavoro. Era una specie di rituale: sua moglie lo aspettava sul marciapiede con il bimbo tenuto per mano. Ogni sera. Lui si sarebbe parcheggiato; sarebbe sceso e avrebbe aspettato che il bambino correndo lo abbracciasse.
Era così. Tutte le sere.

Francis Bacon

Francis Bacon

Quel giorno, non si sa mica perché, le cose furono diverse. Se ci si pensa bene, non sono mai continuamente belle le cose. Ogni tanto ci si deve mettere qualcosa in mezzo a rovinare i piani, a guastare le vite. La vita che il destino devastò quella sera non aveva avuto ancora il tempo di dire, di sapere “questo è bello, questo è brutto… questo mi piace, questo no!” Sentiva solo l’attrazione per quell’omone che tutte le volte scendendo dalla macchina lo issava in cielo e gli regalava caramelle. Solo quell’omone, suo padre, lo sapeva alzare così bene in cielo e lo faceva sentire alto, un gigante.
Ma quella volta, chissà perché il bambino si sfilò dalla madre e corse, corse incontro al suo Dio, questo e quell’altro, a pensarci bene. Delgado cerca ogni volta di ricordare: la penombra (faceva sera), la stanchezza, una cosa lì e una là… scuse. Sentì un tonfo, un botto. Come se una balla di fieno si incastrasse sotto alle ruote. E poi un fischio nelle orecchie, un grido… una sorta di ovatta che gli si frapponeva tra lo sguardo e le cose. Solo una immagine ha conservato: sua moglie dritta davanti a lui, senza parole… come in un incubo provavano a parlare ma non ne usciva suono. Non ne usciva suono…

Delgado passeggia sul lungolago con la camicia aperta sul petto. Ha il petto scavato come quello di un deportato. Cammina con passo ondulato, come quello di un jazzista ubriaco, tenendosi a volte sulla balaustra del belvedere.





La prima morte

3 08 2009

Io trascorrevo il tempo giocando nel cortile di mattonelle rosse.
Quella era una giornata di un’estate che scemava, trovando di tanto in tanto frammenti di sole. Qualcuno mi venne incontro, con le palme aperte. Correvano le persone attorno: convergevano tutte in un punto.
Ricordo un aprirsi di cancelli e un precipitarsi fuori, tra lo scirocco e le matasse di pino, verso la casa di fronte. Sull’uscio di questa casa in cortina verde una donna gridava. Gridava talmente forte che era una immensa bocca divaricata, senza più forma. Con le dita s’allargava la bocca, graffiandosi e gridando. Ad un tratto si perse sulla terra, simile ad un cencio, grigia e verde, come fatta di cortina: dello stesso colore della casa.
Qualcuno mi corse incontro, con le palme aperte. Era chi mi amava. Non voleva che io assistessi alla morte. Anche se sapeva che prima o poi sarebbe stato.
Ma io giocavo in giardino, sopra le mattonelle rosse.
Mi portarono a casa, al riparo dell’ombra e qualcuno mi disse che Antimo, il gentile Antimo, per qualche strano motivo, non c’era più. E io non capivo, chiedevo:
“perché non c’è più! Come fa a non esserci più, che prima c’era?”
E non sapevano dirmi il perché di questa cosa strana, enorme, che non funzionava.
E venne la mamma, trafelata. Con le mani mi copriva la testa e la baciava, tanto che io sentivo il calore della sua bocca sopra i capelli. E poi arrivò il nonno, con le mani enormi, rideva amaro dicendo “Non è niente… non è niente, sai?”
Allora si allontanarono, poi tornarono a me, nella sala in penombra dove alla sera si giocava a carte. Ora era una stanza triste, ventosa. Fuori si spostavano gli alberi. Si sentiva prossimo l’autunno. Poi arrivò una sirena, si sentirono passi affrettati… gente che parlava forte, qualcuno che gridava.
Rubai per qualche istante immagini. Vidi che verso la casa correvano uomini bianchi. Correvano e poi si fermavano a parlare sulla porta. Una donna era appoggiata sulla spalla di uno di loro, che si guardava intorno. Lampeggiava aritmicamente il faro blu dell’ambulanza, lustra come se fosse stata lavata da poco. Ogni tanto andava e veniva il sole, attraversato da cumuli neri, che s’addossavano ai monti.
morte3ioTutta la nostra casa, trafitta dallo scirocco, vibrava come un vascello in preda ai marosi.
Fuori dell’uscio, chi mi amava, aveva dipinto lo stipite con il sangue dell’agnello. L’angelo della morte non sarebbe passato per noi, quel giorno. Passò però per la casa di cortina e portò Antimo, antimo gentile, con sé lontano.