Alle cinque della sera

5 06 2009

Il malato è riverso sul letto da mesi. Ha imparato le crepe nel muro, le macchie di muffa e il profumo di menta e di urina che si spande per la stanza in penombra.
Sulla specchiera, tra le cornici d’argento ci sono i flaconi per le flebo; agli angoli, dei macchinari che occhieggiano ritmicamente di rosso e di giallo, collegati all’uomo disteso tramite tubicini trasparenti.
Il malato ha imparato tutto di tutte le ore del giorno. Ha imparato a distinguerle dal rumore che fanno le cose e le persone per strada: da un certo aprirsi di saracinesca, da un vocio, da un certo rumore di macchina che parte, sempre quello, sempre alla stessa ora. Il momento in cui è più felice è quello in cui, verso le cinque del pomeriggio, liberati dal peso dei compiti quotidiani, i bambini scendono in strada. Li sente correre, nascondersi, giocare con i gatti randagi.
Li sente vivere.
A quell’ora sua moglie gli porta una tisana dal vago sapore di camomilla, che però non è camomilla. Nella testa della donna quella tisana dovrebbe essere qualcosa di risolutivo, di miracoloso e lui la lascia fare. Manda giù lentamente la mistura tiepida e poi lascia cadere la testa sopra il cuscino. Quella si spande nell’esofago, preme dolorosamente contro il petto e va a perdersi, chissà dove, in quel corpo malato.
La donna fa tutto in silenzio: sa che lui vuole ascoltare i bambini che giocano in strada. Gli si accosta, solleva con il palmo della mano la nuca fiacca e leggera dell’uomo e con l’altra avvicina la tazza alla bocca con gesti perfettamente misurati dalla consuetudine. Poi esce, e la porta si chiude piano, con la lentezza esasperante della gentilezza e della cautela. E l’uscio è dapprima una voragine nera, poi un sottile spicchio buio che brulica di polvere rossa che danza. Poi rimane la sagoma bianca della porta chiusa, senza un cigolio, senza un rumore. E lui rimane in silenzio.
“no, tocca a te a te a te!”
“Corriiiiiiii!”
“Chi mi prende? Chi mi prende?”
Si ripensa bambino.
Sono quelli gli unici attimi in cui dimentica tutto e si rivede con le ginocchia sbucciate e i pantaloni corti che la mamma ricavava da quelli lunghi non più buoni da indossare. Si rivede seduto sulla soglia del negozio, giù in strada. Risente il richiamo delle mamme, alle otto di sera, dai balconi.

Ma oggi è un giorno diverso.
Ci sono voci in corridoio ma non riesce a distinguere bene di chi si tratta. In queste occasioni si sente infastidito e impotente. Percepisce dal tono che la voce della donna è ossequiosa e gentile. Sicuramente si tratta di un personaggio di un certo rilievo se si comporta così. Poi una pausa di silenzio che si inserisce in una fitta al fianco. Un attimo in cui tutto si concentra nel suo corpo. La fitta gli lascia la bocca amara, le braccia stanche, gli occhi appannati. Riprende a respirare.
La porta questa volta si apre più lesta del solito. La donna entra a grandi passi.
“Dai su che oggi è venuto Don Brazzi! S’avvicina Pasqua e va per le case a benedire! Ti viene a trovare. Sei contento?”
Vorrebbe dire no, ma non cambierebbe nulla: la donna direbbe che è il solito orso, che non ci si comporta così e che la presenza di un prete in casa è un affare raro e santo. Direbbe “raro e santo”… già l’immagina.
La donna sbuffa davanti a sé, cercando di allontanare l’aria malata. Apre le tende con un gesto teatrale e poi le imposte, facendo entrare la luce abbagliante.
Assieme alla luce entra anche aria leggera, agra, frizzante. E’ l’aria che segue la pioggia, di terra e d’erba.
L’uomo allarga le narici e lascia che l’aria entri dentro di sé e per un attimo sembra stare bene.
“Venga venga Don Brazzi! Venga a vedere chi abbiamo qui!”
Segue una pausa di silenzio. Gli pare, ma è solo un illusione, di udire il garrito di una rondine. Poi passi ordinati, ravvicinati e veloci, uno dietro l’altro, come uno che cammini con il sedere contratto. Non ci si può fidare di chi cammina con il deretano contratto. Si tratta di persone infide.
Eccolo lì, Don Brazzi, sulla soglia della porta, che dritto lo guarda con la faccia senza espressione. Don Brazzi è un prete piccolo e magro, con la faccia lunga che inizia in una fronte ampissima (in questo unico caso non è indice di intelligenza) e termina in un mento lungo e grinzoso, da uomo avvezzo alla lamentela, al pianto, alla lagna. E’ rivestito dell’abito talare nero che termina con una tunica fino a terra e c’è qualcosa d’oro finto che riluce sulla stoffa. Indossa le scarpe “mocassino”; quelle con la pelle leggermente rugosa, nero opaco, anonime. Tutto Don Brazzi si può definire anonimo.
Strano che sia solo. In genere fa coppia con Don Uliano, grosso tre volte tanto e con la pappagorgia. E’ insomma la classica coppia di comici trasferita in ambito clericale.
“Insomma, eccolo qui!” esclama la donna, come se stesse presentando al prete l’ospite di una trasmissione di successo.
“Come va?” chiede Don Brazzi.
“M…” risponde l’uomo malato.
“E’ Pasqua, Don Brazzi… il giorno di Cristo Risorto! Ci lasci una preghiera… una preghiera nel giorno di Pasqua può fare il miracolo!”
All’uomo malato viene da piangere. Non tanto per la rabbia, che pure prova, ma per il fatto di essere lui a vivere quella situazione! Immobile nel letto, del tutto disinteressato al prete e il prete, visibilmente agitato e a disagio che non sa mettere in fila di parole di falso conforto.
Il prete si rifugia in una preghiera bisbigliata, non udibile, non accessibile. Abbassa il mento sulle mani giunte e inizia a mugugnare, mentre la donna, di sua iniziativa, si mette a recitare una Ave Maria.
“Allora è proprio grave!” pensa il malato. “Altrimenti non si metterebbe a pregare con tanta enfasi…” e poi si sente percorso da un lunghissimo brivido dietro la schiena, che gli fa sembrare il letto un giaciglio di ghiacci. A quel punto prova fastidio: prova fastidio a causa di lei, a causa del prete, a causa di quell’aria fredda che proviene dalla finestra, a causa delle tende che svolazzano bianche, quando fino a pochi minuti fa erano di un celeste caritatevole e tiepido. Ora è tutto così… messo in luce!
Si fa forza per non urlare qualcosa. Rimane in silenzio nel letto, immobile.
“Eccosissia… pertuttiisecolideisecoliamen…”
La donna pare come rinvenire; si precipita verso il prete, gli prende le mani nelle sue.
“Grazie Don Brazzi… grazie! Che dono ci ha fatto Don Brazzi!”
“E che vuole… sono momenti della vita… tutto fa parte della vita… le cose buone, le cose meno buone… e che vuole… è così!”
“Ha ragione Don Brazzi! Ha proprio ragione! Che dono ci ha fatto! Venga che la accompagno!”
“Buone cose e… coraggio!” Esclama il prete rivolto all’uomo, che tiene il lenzuolo fin sotto gli occhi.
La stanza illuminata è invasa dai rumori della strada. Un guizzo di lmalatouce contro il muro: qualcuno del palazzo di fronte ha aperto una finestra. Il sole batte sulle cose. E tutto parla di vita.





Soliloquio

10 02 2009

Lo scrittore scrive di sé.

Giuseppe Viola - Lo scrittore

Giuseppe Viola - Lo scrittore

Mente quando afferma che le storie che racconta non lo riguardano. Egli si siede alla scrivania, con il cane ai piedi e si guarda allo specchio, facendo finta che tutto quello che narra sia appartenuto ad un altro e che sia accaduto in un tempo diverso dal suo. Quando scrive sente che il torrente della sua coscienza si svuota e ascolta sgorgare dal petto una sorgiva sorridente e schietta, a volte dolente, a volte ancora penosa e la sente scendere in terra, spargersi ai suoi piedi. Percepisce il suo animo lavato, almeno per il tempo che impiegano le parole a scendere sul foglio. Quando avrà smesso, una sorta di fumo grigiastro ricomincerà ad accumularsi nel suo petto e lo sentirà premere sullo sterno, al centro del costato e dovrà di nuovo vomitarne fuori una buona parte. Il tutto, per continuare a vivere.
La maggior parte di chi scrive si professa non credente ma scrivendo non fa che colmare il suo desiderio di rendersi eterno. Egli (come chi ha fede) non sopporta l’idea di scomparire e quindi crede di eternarsi attraverso l’inchiostro, novello olio benedetto che lo salva dall’oblio.
Chi scrive in maniera quasi parossistica non fa che tentare di crearsi un appiglio alla caduta estrema. La scrittura è un immenso atto di egoismo, il più attraente che esista.
Alcuni potevano immaginare addirittura di sovvertire la realtà, quando asserivano che la vita è sogno e viceversa (Pascal); alcuni hanno potuto persino attraversare l’oltremondo e tornare indietro, ma lo hanno fatto come lavacro della propria anima, non certo per il prossimo loro.
Non vi è nulla di Santo nella scrittura. Quella onesta mette a nudo le nefandezze che si celano nell’animo umano. E quell’animo è quasi sempre di chi ne ha scritto, poiché l’autore non conosceva che il suo di animo, e nemmeno profondamente.

L’altro giorno, in macchina, facevo l’esercizio di raccontare quello che vedevo intorno a me, dettando semplicemente un elenco di cose: “Sto attraversando una strada di periferia ai cui lati stazionano le puttane. Più in là un venditore di palloncini parlotta con un vigile urbano… ci sono delle mulatte alla fermata del tram…” Lo facevo perché è difficile parlare degli altri: gli altri non li conosciamo che esteriormente e fondamentalmente non ci interessa nulla di loro. Ecco perché dico che nessuno scrive se non di se stesso; perché solo se stesso conosce e di se stesso solo una minima parte.