
Fotografia: Sandro Amici
Questa casa è colma di ricordi. Qui dove sto provando a scrivere, come in ogni buona casa borghese, sono appoggiate le foto di una intera esistenza. Momenti ora allegri (forse) e forse tristi, ma che nella bruma del ricordo si avvolgono tutti indiscriminatamente d’un alone di dolcezza. Oppure si tratta soltanto di indifferenza. La stessa fredda indifferenza che oggi, a distanza di quindici anni mi spinge a rivedere le cose con un altro sguardo, del tutto diverso.
Tutto si accartoccia in un viluppo senza giocosità e senza soddisfazioni e se dovessi dire, non so nemmeno com’è cominciato, tutto.
Sarebbe stato molto meglio non iniziare nulla: rimanere liberi, ariosi, svincolati. Guardando queste foto, questi frammenti di carne rosa fredda, che non rimanda emozioni, mi chiedo a cosa sia servita tanta fatica e tanto sacrificio cieco. Nulla di me è restato nelle cose e nelle persone! Alcun mio tratto, niente della mia impronta è restato sul cotto immutabile di questo pavimento, di questa superficie ocra che riveste ogni stanza, che accompagna i miei passi invisibili.
Nessuno più di me è stato passeggero e osservatore; spettatore ininfluente di uno spettacolo pazzo (vita altrui più che mia) che si è snodato senza una regia: animato da attori privi di canovaccio e, quel che purtroppo è peggio, senza alcun talento.
Abbiamo provato nel corso dei giorni e degli anni a far vibrare di qualche emozione lo stantio andare delle ore. Ma sono stati sprazzi, fiammelle, scoppiettii infimi che non hanno dato nessuna soddisfazione. Semmai, aumentarono i rimpianti.
Vedere il fiume amato prendere un corso del tutto diverso da quello benefico e virtuoso che avremmo immaginato non è il massimo per un uomo che crede a dei principi. Ma questo è avvenuto e forse proprio per colpa sua. Arroccato come fu alla sua turrita posizione; convinto di essere nel giusto; ipocritamente chiuso nel suo bozzolo di buone maniere ereditate egli non ha visto il mondo evolvere. Quando questa evoluzione prendeva vita egli non se ne avvide minimamente e quando, d’un colpo, gli parve chiaro il crollo di tutto, non poté far altro che assistervi con la rabbia impotente e tremante di un uomo che assiste al di là di una gabbia al tradimento della persona amata.
Ora, quando tutto ormai è avvenuto, non resta che raccogliere i detriti, quel po’ che resta e fare finta che con una ruota sola la macchina possa procedere lo stesso.
Ammettere il fallimento, toccare il fondo; capire questo è sintomo di consapevolezza e la consapevolezza, per quanto mi riguarda, deve venire prima di tutto.
Ci raduneremo intorno al tavolino della domenica; stapperemo una bottiglia (in una casa di ex contadini non manca mai una bottiglia di bianco) e santificheremo le feste.
Ognuno di noi sarà più vecchio e guardando indietro vedrà più fallimenti che trionfi. Sarà così che capiremo di far parte del gran numero, della massa. Sarebbe stato troppo elevarci in qualche maniera, distinguerci. Sarebbe stata una manifestazione di eccessiva civiltà e di troppa dignità. Rendersi conto di esser stati sconfitti dall’enorme, schiacciante forza della ban


