
Dal film “Bright Star” di Jane Campion
Cara amica,
ogni passo che compio, ogni parola, ogni pensiero che sia lontano dalle cose materiali, grette, insostenibili, mi riporta a te. Non si tratta forse di affetto, ma credo soltanto di desiderio d’esso: eppure è forte e struggente, come quegli inverni lunghi e senza requie che ci costringono a casa; le mura fredde, freddo nelle ossa. Poi quando cominciano a sollevarsi i velami della stagione morta e s’alzano le tende della primavera, cominciano a farsi d’oro i pomeriggi e verde intenso il folto delle ortensie, ecco che questo pensiero malinconico si trasforma in ruggente impotenza. La lontananza, il costatar che passano le ore, le stagioni, gli anni, possono essere dure condanne per chi prova affetti così intensi. La tua sottile grazia e la tua costanza, ferma come è fermo un astro in cielo per millenni; il tuo respiro caldo e quieto, la certezza della tua passione, sono fuoco e insieme ghiaccio qui, ai miei sensi.
Così, visitando la tomba di Keats, proprio nel momento in cui mi trovavo al cospetto di quella sepoltura bianca e lineare, senza orpelli, al centro di un verde cimitero quasi dimenticato in un angolo di Roma, ho deciso di scrivere delle poesie che non leggerai finché non le avrò messe su carta. Al momento si trovano sparse in fogli e foglietti, come i pensieri miei stessi, come i battiti che fa il mio cuore al tuo cospetto. Si chiameranno, questo lo so, “Canti dell’inverno”, in omaggio di quella malinconia che sempre mi vince, compagna costante, triste e insieme leggiadra fucina di parole, idee, sentimento.
Così, mia Fanny, respireremo insieme.
Ogni volta aumenta il gelo