(Una storia vera)
Delgado passeggia sul lungolago con la camicia aperta sul petto. Ha il petto scavato come quello di un deportato. Cammina con passo ondulato, come quello di un jazzista ubriaco, tenendosi a volte sulla balaustra del belvedere. Le scarpe sono molto più grandi del suo piede. Sono quelle che indossava negli anni del benessere: quando sua moglie e il suo bambino gli camminavano davanti spediti. Anche i pantaloni sono quelli: li tiene con una cordicella da pacchi che ogni giorno risica un po’ di più. Camminando guarda gli alberi in alto, che contro la luce del sole agostano sguazzano nella luce angosciosa e immobile. Ogni tanto si ferma per fare le coccole ad un cane; saluta educatamente e si allontana barcollando.
Delgado tutte le mattine si fa scendere dall’autista della linea 41 proprio davanti al Bar dei motociclisti e da lì inizia ad andare, quando il sole non ha ancora superato la sella del monte, in su e in giù per il lungolago. Potrebbe sembrare un pazzo, un solitario, un ebete. E’ solo immensamente triste. E’ triste perché uccise suo figlio, senza volere, una sera di settembre.
Alisa, del bar dei motociclisti è una ragazza ben cresciuta, dal petto diritto, dagli occhi profondi. Stretta nel suo scaldacuore lo aspetta sulla porta e gli allunga, di nascosto, un fagottino. Lui afferra, saluta come se avesse il cappello, si inchina e se ne và.
Davanti al bar ci sono sempre una decina di uomini in tuta e giubbotti massicci. Hanno le braccia tatuate e lo sguardo bruciato, come se indossassero sempre il casco e la visiera. Sono talmente a disagio con la testa scoperta che se la toccano continuamente.
Fanno commenti su questa o quella moto.
“E’ una 800…”
“Ma quel bianco non spara un po’?” dice uno rivolto ad una Harley Davidson da parata.
Delgado li saluta e passa, preso dai suoi pensieri, camminando e sventolando, come una bandiera, al vento che si alza.
Sulla riva hanno messo le sedie a sdraio, ma si paga per entrare. Hanno piantato il prato all’inglese e messo le sdraie in fila. Ci sono seduti tre o quattro vecchi. Il bagnino guarda Delgado da lontano, con le mani sui fianchi, come a interrogarsi. Non sta pensando a lui in realtà. Nessuno pensa a lui da quando sua moglie se ne andò, urlando e sbattendo la porta, otto anni prima. Lui attese che i passi si fossero spenti nell’ultima rampa di scale e poi allungò la mano verso il televisore, spegnendolo. Fine delle trasmissioni. Fine della famiglia. Fine di tutto.
La casa ora la abitano tre o quattro pachistani che a forza di insistere gli danno trecento euro al mese. Lui alle volte non passa nemmeno a ritirarlo, il danaro. Solo la parola danaro gli da fastidio.
Tutte le sere poi, si mette a sedere vicino ad una macchina diversa. Quando nessuno lo vede prende a dare testate sul paraurti. Mica per niente. Pensava che giorno per giorno, testata su testata, sarebbe riuscito a provare il dolore che provò il suo bambino quando la millecento gli sbatté contro, scaraventandolo sul ciglio della strada, qualche metro più in là, in una pozzanghera di sangue.
Tornava dal lavoro. Era una specie di rituale: sua moglie lo aspettava sul marciapiede con il bimbo tenuto per mano. Ogni sera. Lui si sarebbe parcheggiato; sarebbe sceso e avrebbe aspettato che il bambino correndo lo abbracciasse.
Era così. Tutte le sere.

Francis Bacon
Quel giorno, non si sa mica perché, le cose furono diverse. Se ci si pensa bene, non sono mai continuamente belle le cose. Ogni tanto ci si deve mettere qualcosa in mezzo a rovinare i piani, a guastare le vite. La vita che il destino devastò quella sera non aveva avuto ancora il tempo di dire, di sapere “questo è bello, questo è brutto… questo mi piace, questo no!” Sentiva solo l’attrazione per quell’omone che tutte le volte scendendo dalla macchina lo issava in cielo e gli regalava caramelle. Solo quell’omone, suo padre, lo sapeva alzare così bene in cielo e lo faceva sentire alto, un gigante.
Ma quella volta, chissà perché il bambino si sfilò dalla madre e corse, corse incontro al suo Dio, questo e quell’altro, a pensarci bene. Delgado cerca ogni volta di ricordare: la penombra (faceva sera), la stanchezza, una cosa lì e una là… scuse. Sentì un tonfo, un botto. Come se una balla di fieno si incastrasse sotto alle ruote. E poi un fischio nelle orecchie, un grido… una sorta di ovatta che gli si frapponeva tra lo sguardo e le cose. Solo una immagine ha conservato: sua moglie dritta davanti a lui, senza parole… come in un incubo provavano a parlare ma non ne usciva suono. Non ne usciva suono…
Delgado passeggia sul lungolago con la camicia aperta sul petto. Ha il petto scavato come quello di un deportato. Cammina con passo ondulato, come quello di un jazzista ubriaco, tenendosi a volte sulla balaustra del belvedere.
Tutte le cose lontane e luminose brillano in modo più invitante di quelle vicine. Siano esse stelle o semplici lampioni su stradine anonime, il loro fascino è sempre intatto, magico, sospeso. Intorno alle pendici del lago s’allungano strisce di luci che vanno dal giallo del quarzo al turchese e si riflettono nelle acque immote e torbide. Si fanno strada attraverso le chiome fitte ed inestricabili dei cipressi e quelle regali e generose dei pini; luccicano nel torpore della sera agostana, accompagnate dal vago frinire di un grillo.
