Ricordo ancora la luna tra le canne lacustri; la sua faccia fatta e disfatta a causa del leggero vento che alle canne scompigliava le cime, facendole dondolare.
E la luna era tanto chiara da non mostrare stelle. Campeggiava sola centro del cielo, come solo le primedonne sanno fare. Una luna chiara, senza macchie visibili, piena di luce e di giugno. Non ricordo di aver visto mai più una sfera così chiara e candida, tale che tutte le cose sulla Terra ne erano illuminate e fatte d’un celeste incorporeo ed irreale: le calette silenziose del lago, i boschi che da esso salivano fino alle cime delle colline, i paesi lontani sulla cresta, anch’essi lattiginosi e dormienti a quell’ora di notte.
E ricordo che la mia emozione vibrava come il sommo delle canne alla brezza notturna. Ti avevo per la prima volta vicina: potevo sentire il tuo profumo inaudito, mai sentito prima; potevo intuire il tuo respiro guardando di sottecchi il tuo seno gonfiarsi sotto la maglietta scollata. Potevo vedere la tua pelle scura (ancor più scura sotto gli effetti cangianti della luna accesa, come erano accesi i miei sensi). Potevo sentire ogni nostro respiro. E pensavo a cosa mai tu stessi pensando. Alla mia timidezza o alla mia scontrosità; tutte cose che mi avevi fatto bellamente notare mentre bevevamo un caffè e il caffè non era altro che una scusa, un pretesto, per guardarci reciprocamente bere: veder bagnate le nostre labbra; vederle socchiudersi e serrarsi ancora, dietro una pudicizia tutta mostrata ma non pensata. In realtà la tua, la mia mente erano già concentrate su quello che sapevamo bene sarebbe avvenuto dopo. Sarebbe avvenuto che noi lo volessimo o no, perché erano la nostra pelle, le nostre ossa, i gangli stessi dei nostri corpi che lo reclamavano.
Poi ti avevo condotta nel luogo che amavo di più. La donna che più amavo nel luogo più amato. E mi pareva di essere né in cielo né in terra. Quelle emozioni che si provano soltanto a venti anni perché più in là sono mitigate e frenate non solo dagli anni, ma dal fatto di averle già provate, di averne su per giù il gusto già in bocca.
Ma allora per me la tua bocca poteva sapere di crema pasticcera, di caramello o di Cacao a grossi chicchi. Allora la tua bocca era come una dolce dispensa imbandita che poteva avere i mille sapori inverosimili che il mio desiderio le diceva di avere. La tua bocca era una sorta di gemma immacolata dentro la quale solo avrei potuto avere la rivelazione dei misteri più immaginati ma meno conosciuti. Una sorta di sogno appalesato! Ma quand’anche questo sogno si fosse scoperto troppo in fretta la mia voglia di sognare, a venti anni, non si sarebbe esaurita in un sol colpo. Troppe volte ancora avrei voluto quella bocca; troppe volte ancora (tanto l’amavo) l’avrei solo guardata, osservata a lungo, in ogni piccola screpolatura, in ogni piccolo lucore che ne partiva quand’era illuminata da una luce.
E ti sentivo accanto a me, poco dopo che tu, già donna, m’avevi detto senza incrinare la voce che tanto, prima o poi, noi avremmo finito per amarci.
Ma io non ero capace, di amare. Ti tenevo accanto e questa per me, da parte tua, era la più grande concessione che mi potevi fare. Era già tutto. Non sapevo ancora che v’erano mille altre cose appresso, che quella beatitudine non era che il minimo bagliore quasi invisibile che lascia il Paradiso sulla Terra e che il tuo Paradiso non aveva inizio e non aveva fine ed era meraviglioso e io non avevo il coraggio di sfiorarlo.
Poi fosti tu ad appoggiare la testa sulla mia spalla. Sentii crescere dentro di me un dolore. Già la tristezza di sapere che tutto questo aveva una durata e che sarebbe passato mi struggeva. Il fatto di sapere che ci sarebbe stato un domani, un giorno senza quella testa sulla spalla, quel profumo di lavato, quel tepore, mi rendeva triste. Allora chiusi gli occhi come per non far passare il tempo; come fa il soldato consapevole che stanno per occupare la trincea ma rimane lo stesso nascosto dentro di essa e prova gli ultimi brividi prima di morire, ben sapendo che dovrà morire.
Tutto era immobile e quei momenti eterni. Ho fatto bene a serrare le ciglia perché quel momento è serbato in me, chiuso in un forziere e mai sarà scordato.
Girasti un po’ la testa e la tua bocca fu accanto alla mia si che potevo sentirne il fiato. Morto, quasi morto di gioia e paralizzato dalla gioia stessa! Non osavo voltare la faccia ma amavo sentire i tuoi riccioli sulla mia guancia, il tuo braccio aderente al mio e nella semi oscurità le tue ginocchia che si facevano languide.
Poi quasi tremando anche io mi voltai, un poco. E quel poco fu una sorta di viaggio interstellare, mentre sentivo venir meno le forze e salire lungo il corpo un fuoco che dava gelo. Fu lunghissimo quel poco mio voltarmi e quasi per miracolo (no, fu un miracolo!) le nostre labbra si toccarono, senza muoversi o socchiudersi o ritrarsi. Le tue labbra delle quali percepivo la piccola escrescenza un po’ birbante di quando ridevano o la leggera peluria che le circondava, impercettibile e biondastra, che solo io vedevo per averle fissate per intere ore. Poi s’accompagnarono, labbra con labbra, aprendosi come di stupore e toccandosi con più vigore, fino a percepirle umide e ad entrare ognuno nel proprio intimo umore. E fu quasi per miracolo (no, fu per miracolo!) che in questa danza non ci furono disarmonie. Tu ed io avemmo gli stessi movimenti, come se fossimo parte di un’orchestra e con le bocche ci abbracciammo. Ricordo ancora la luna tra le canne lacustri e le tue ginocchia scure per il cangiare della luce in cielo.