Gennaro detto il teppista era un uomo zazzeruto, sulla quarantina. Faceva lo stesso mestiere di mio padre allora, in paese. Erano gli unici due titolari di frutterie in tutto il circondario e si davano battaglia tutti i giorni. Gennaro era un impostore: giocava sul peso della merce: ne pesava di più di quella che era in realtà, aggiungendo dei pesi di piombo sulla stadera. Faceva la faccia di bronzo con le clienti, atteggiandosi a conquistatore, con l’occhio maliardo e la parlata avvolgente. La mattina presto, la faccia coperta dal bavero del pastrano, passava davanti alla merce di mio padre e se le mele costavano cento lire, potete star sicuri che lui avrebbe messo il cartellino a novantacinque. Ma le sue di mele erano conservate, scipite, scolorite; quelle di mio padre belle rosse, lustre, polpose. Si incontravano spesso al bar, quando andavano a prendere il caffè e discutevano amichevolmente. Gennaro detto il teppista mostrava due mustacchi spessi, ingialliti dal gran fumare e a causa del fumo, anche quando non aveva la cicca in bocca, gli era comunque rimasto l’atteggiamento. Aveva l’occhio sinistro strizzato e il labbro superiore sollevato. Questo rafforzava l’aria cinica e da teppistello che lo contraddistingueva, anche da uomo fatto. Era trasandato. Sopra le scarpe inzaccherate scivolavano gli orli scuciti di pantaloni leggeri anche d’inverno e il grembiule era tutt’altro che immacolato. In più aveva i capelli ingialliti e intrecciati sulla testa, inestricabili a causa dell’incuria. Sua moglie rimaneva sempre nel piccolo negozio, a sistemar zucchini ed albicocche, solo vestita da un guarnellaccio di trama pesante, la testa coperta da un fazzoletto d’estate, mentre d’inverno raccoglieva i capelli dietro la nuca con degli spilloni di tartaruga. Era infaticabile: a testa bassa spostava cassette colme di merce, che anche un uomo forzuto avrebbe fatto fatica a sollevare. Fu così tutta la vita; per questo in paese la chiamavano “la somara”. Il teppista e la somara erano sposti da venti anni, ma non si parlavano da almeno una quindicina. Semplicemente non avevano nulla da dirsi. Non si guardavano neppure. Scambiavano qualche monosillabo incomprensibile soltanto durante il lavoro.
“sposta” diceva lui.
”mmm” rispondeva lei.
“dà il resto” comandava lui.
“si” rispondeva lei.
Anche questo fu per tutta la vita.
Spesso Gennaro entrava nel negozio di mio padre, squadrava la clientela sempre numerosa e si avvicinava al bancone.
“Eeeee… senti…” chiedeva imbarazzato.
“N’hai mica una cinquantina spicce da dieci…”
“Ancora Gennà?”
“Tu fatti i cazzi tuoi… ce l’hai?”
“E certo!”
Li contava, poi restituiva a mio padre dieci mila lire.
“Queste te le tieni!” gli diceva, tra il sornione e il vergognoso.
Verso l’ora di pranzo poi rientrava, dopo aver fatto per tre o quattro volte quel servizio. Mio padre gli restituiva le quaranta mila lire che lui riponeva in tasca sorridendo e sorridendo faceva dondolare la cicca in bocca, con gli occhi socchiusi.
“Che bisogna fare?” diceva, quasi a giustificarsi.
“Sei forte sei… proprio forte!” lo rimproverava mio padre.
Ad un certo punto, subito appena in strada incrociava una donna, una femmina bolsa e truccata con il petto enorme e le passava di soppiatto le banconote. Poi scansava la tenda sulla soglia e strizzava l’occhio a mio padre, che rideva tanto per ridere.
Gennaro aveva molte amanti, ma questo non per la sua avvenenza o intelligenza, quanto per la sua stolta generosità. Lui con le donne era volubile e di manica larga. Gli piacevano le ciccione, con il seno sproporzionato, forse perché dentro di sé era rimasto quella sorta di bambino giocherellone che mostrava d’essere quando mi sorrideva incontrandomi. In fondo un buon uomo sregolato in tutto, dal cibo alle donne, dal danaro al tabacco.
L’altro giorno io e mio padre passavamo davanti casa sua. Raggiunta l’età della pensione aveva scelto di farsi una casetta in campagna dove coltivava con impegno piante di fiori e molti alberi da frutta. Il suo era un piccolo giardino dell’Eden concimato dal silenzio. Lui e sua moglie continuavano ad ignorarsi anche se vivevano insieme e lei sapeva tutto delle sue passate avventure. Nonostante questo sopportava; un po’ per ragioni d’economia, un po’ perché alla fine dei suoi tradimenti non le importava molto. Aveva fatto del sacrificio una specie di arte perfetta. Quale che fosse il comportamento di Gennaro lei non alzava la testa dal bucato come non l’aveva mai alzata dal bancone della frutteria. Lui al mattino faceva delle brevi passeggiate lungo la strada che conduceva al paese e poi la sera si metteva su una sedia di midollino a fumare una sigaretta.
Mio padre suonò al citofono. Aspettammo un bel po’ prima che questo scattasse ed aprisse il cancelletto. Non mi andava di entrare; mi sembrava di violare una sacralità cinquantennale. Aspettai appena fuori, cercando di vincere l’afa sotto un albero di quercia che sibilava sotto la brezza riscaldata. Non ci volle molto. Vidi mio padre armeggiare con il cancello e poi venirmi incontro, come sempre sorridente; nonostante tutto.
“Accidenti a lui…” esclamò. E notai che per un attimo un velo di malinconia, di consapevolezza del tempo che scorre gli era passato davanti agli occhi celesti.
“Gennaro è morto. E’ stato molto male… gli facevano le trasfusioni… ce le aveva proprio tutte…”
Non dissi niente. Camminando girammo attorno al piccolo giardino. C’erano gli aranci dalle foglie verdi scure, le ortensie rosa e celesti. Il giardino in pieno rigoglio. E questo, nonostante tutto.

Salvo Caramagno