Gennaro e la somara

8 08 2009

Gennaro detto il teppista era un uomo zazzeruto, sulla quarantina. Faceva lo stesso mestiere di mio padre allora, in paese. Erano gli unici due titolari di frutterie in tutto il circondario e si davano battaglia tutti i giorni. Gennaro era un impostore: giocava sul peso della merce: ne pesava di più di quella che era in realtà, aggiungendo dei pesi di piombo sulla stadera. Faceva la faccia di bronzo con le clienti, atteggiandosi a conquistatore, con l’occhio maliardo e la parlata avvolgente. La mattina presto, la faccia coperta dal bavero del pastrano, passava davanti alla merce di mio padre e se le mele costavano cento lire, potete star sicuri che lui avrebbe messo il cartellino a novantacinque. Ma le sue di mele erano conservate, scipite, scolorite; quelle di mio padre belle rosse, lustre, polpose. Si incontravano spesso al bar, quando andavano a prendere il caffè e discutevano amichevolmente. Gennaro detto il teppista mostrava due mustacchi spessi, ingialliti dal gran fumare e a causa del fumo, anche quando non aveva la cicca in bocca, gli era comunque rimasto l’atteggiamento. Aveva l’occhio sinistro strizzato e il labbro superiore sollevato. Questo rafforzava l’aria cinica e da teppistello che lo contraddistingueva, anche da uomo fatto. Era trasandato. Sopra le scarpe inzaccherate scivolavano gli orli scuciti di pantaloni leggeri anche d’inverno e il grembiule era tutt’altro che immacolato. In più aveva i capelli ingialliti e intrecciati sulla testa, inestricabili a causa dell’incuria. Sua moglie rimaneva sempre nel piccolo negozio, a sistemar zucchini ed albicocche, solo vestita da un guarnellaccio di trama pesante, la testa coperta da un fazzoletto d’estate, mentre d’inverno raccoglieva i capelli dietro la nuca con degli spilloni di tartaruga. Era infaticabile: a testa bassa spostava cassette colme di merce, che anche un uomo forzuto avrebbe fatto fatica a sollevare. Fu così tutta la vita; per questo in paese la chiamavano “la somara”. Il teppista e la somara erano sposti da venti anni, ma non si parlavano da almeno una quindicina. Semplicemente non avevano nulla da dirsi. Non si guardavano neppure. Scambiavano qualche monosillabo incomprensibile soltanto durante il lavoro.
“sposta” diceva lui.
”mmm” rispondeva lei.
“dà il resto” comandava lui.
“si” rispondeva lei.
Anche questo fu per tutta la vita.

Spesso Gennaro entrava nel negozio di mio padre, squadrava la clientela sempre numerosa e si avvicinava al bancone.
“Eeeee… senti…” chiedeva imbarazzato.
“N’hai mica una cinquantina spicce da dieci…”
“Ancora Gennà?”
“Tu fatti i cazzi tuoi… ce l’hai?”
“E certo!”
Li contava, poi restituiva a mio padre dieci mila lire.
“Queste te le tieni!” gli diceva, tra il sornione e il vergognoso.
Verso l’ora di pranzo poi rientrava, dopo aver fatto per tre o quattro volte quel servizio. Mio padre gli restituiva le quaranta mila lire che lui riponeva in tasca sorridendo e sorridendo faceva dondolare la cicca in bocca, con gli occhi socchiusi.
“Che bisogna fare?” diceva, quasi a giustificarsi.
“Sei forte sei… proprio forte!” lo rimproverava mio padre.
Ad un certo punto, subito appena in strada incrociava una donna, una femmina bolsa e truccata con il petto enorme e le passava di soppiatto le banconote. Poi scansava la tenda sulla soglia e strizzava l’occhio a mio padre, che rideva tanto per ridere.
Gennaro aveva molte amanti, ma questo non per la sua avvenenza o intelligenza, quanto per la sua stolta generosità. Lui con le donne era volubile e di manica larga. Gli piacevano le ciccione, con il seno sproporzionato, forse perché dentro di sé era rimasto quella sorta di bambino giocherellone che mostrava d’essere quando mi sorrideva incontrandomi. In fondo un buon uomo sregolato in tutto, dal cibo alle donne, dal danaro al tabacco.

L’altro giorno io e mio padre passavamo davanti casa sua. Raggiunta l’età della pensione aveva scelto di farsi una casetta in campagna dove coltivava con impegno piante di fiori e molti alberi da frutta. Il suo era un piccolo giardino dell’Eden concimato dal silenzio. Lui e sua moglie continuavano ad ignorarsi anche se vivevano insieme e lei sapeva tutto delle sue passate avventure. Nonostante questo sopportava; un po’ per ragioni d’economia, un po’ perché alla fine dei suoi tradimenti non le importava molto. Aveva fatto del sacrificio una specie di arte perfetta. Quale che fosse il comportamento di Gennaro lei non alzava la testa dal bucato come non l’aveva mai alzata dal bancone della frutteria. Lui al mattino faceva delle brevi passeggiate lungo la strada che conduceva al paese e poi la sera si metteva su una sedia di midollino a fumare una sigaretta.

Mio padre suonò al citofono. Aspettammo un bel po’ prima che questo scattasse ed aprisse il cancelletto. Non mi andava di entrare; mi sembrava di violare una sacralità cinquantennale. Aspettai appena fuori, cercando di vincere l’afa sotto un albero di quercia che sibilava sotto la brezza riscaldata. Non ci volle molto. Vidi mio padre armeggiare con il cancello e poi venirmi incontro, come sempre sorridente; nonostante tutto.
“Accidenti a lui…” esclamò. E notai che per un attimo un velo di malinconia, di consapevolezza del tempo che scorre gli era passato davanti agli occhi celesti.
“Gennaro è morto. E’ stato molto male… gli facevano le trasfusioni… ce le aveva proprio tutte…”
Non dissi niente. Camminando girammo attorno al piccolo giardino. C’erano gli aranci dalle foglie verdi scure, le ortensie rosa e celesti. Il giardino in pieno rigoglio. E questo, nonostante tutto.

Salvo Caramagno

Salvo Caramagno





Lo scemo del villaggio globale

3 04 2009

licenziamentoUn mio collega, che per convenzione chiameremo “Carlo”, sta preparando uno scatolone delle sue robe: dai cassetti tira fuori penne, vecchi blocchi notes, pupazzetti di plastica, calcolatrici elettriche, le “divisumma” che oramai sono diventate cimeli di modernariato.
Gli chiedo che cosa stia facendo: è bianco in volto, si direbbe stanco e più che altro stordito. Interrompe un attimo il suo sfaccendare che più che altro mi appariva chiaramente come un tentativo di non pensare.
“Beh, visto che oramai è alla luce del sole te lo posso dire: mi spostano. Non farò più questo tipo di lavoro”
Io rimango basito. A fare “questo tipo di lavoro” si può dire con una certa dose di certezza che fosse tra i migliori, se non il migliore.
“Ma che dici…” anche se mi rendo conto che la mia è la costatazione del cretino, perché della cosa ero venuto a sapere in via “del tutto confidenziale” dal mio superiore, che mi aveva pregato di tacerne e adesso, coglione dei coglioni, ancora mantenevo questa “riservatezza”.
“Confidenziale” e “Riservatezza”, che possiamo posporre a “Massima”, che quindi diventa “Massima Riservatezza” sono i requisiti più richiesti in una azienda moderna. Cioè si vengono a sapere cose che tutti sanno, ma siccome a tutti viene chiesto di comportarsi come se non sapessero, tutti fanno finta di non sapere. E’ una sorta di “mosca cieca sorda e muta” che ha il sapore della presa per i fondelli.
“E quindi…”
Carlo capisce perfettamente che sono a disagio: una tristezza profonda mi pervade.
“E quindi vado a lavorare su al tredicesimo piano… ma sono contento alla fine. Si, si può dire che vado a fare, in un’altra forma, quello che già facevo. In tutto questo è chiaro che ci vado a perdere qualcosa… però di questi tempi…”
“Di questi tempi” è tra le frasi più usate oggi in una azienda moderna. Assieme ad essa possiamo citare “Speriamo bene”, “Ma d’altra parte si sa che questi fanno gli interessi loro”, “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Quanti anni di versamenti hai” e “può darsi che alla fine tutto si sistemi”. In realtà sappiamo bene che la logica del profitto ha ragioni che la rettitudine morale non ha. Tu immagini che per te o per quelli come te esista una giustizia sociale, un organo di controllo, un “ENTE” che ti preservi dal perdere il lavoro e quindi con esso (pare brutto dirlo) anche la tua dignità; ma questo “ENTE”, questo giudice a tua tutela non esiste! Non l’hai perché gli stessi che dovrebbero proteggerti hanno fatto leggi che ti espongono a questa gogna e perché alla fine (pare strano dirlo, in un paese che si professa democratico) sono loro stessi ad avere aziende e quindi i primi ad avere l’interesse a tagliare i costi (vorrei ricordare che noi, con il nostro carico familiare, la nostra casa comperata con il mutuo, il nostro nonno in carrozzella, la moglie malaticcia e anche noi che non è che stiamo proprio in perfetta forma, noi siamo i “costi” e per giunta “fissi”).
Tutti eravamo felici, stracontenti di entrare in questo comunità; ci piaceva tanto parlare di “villaggio globale” e non capivamo che si trattava proprio di un villaggio: con tanto di capanne, strade polverose, i servizi igienici in strada, la fame incombente…
Vi ricordate che una volta si citava il famoso “scemo del vilaggio”? Ogni paese ne aveva uno: era quello che bonariamente i bambini prendevano in giro; che aveva le sue fisime, che so, blaterava per ore al centro della piazza, parlava con le moto, s’aggirava di notte e ti faceva saltare per la paura, poi lo guardavi, lo riconoscevi e dicevi “ma vattene va, brutto scemo…” quello che per un paio di cento lire ti cantava una intera canzone e che indossava la giacca tre volte più grande, le scarpe che parevano valige. Ebbene, gli scemi del villaggio globale sono una marea. Gli scemi da villaggio globale siamo tutti noi che continuiamo a fare, ad agire, a lavorare (chi può) ad amare e a sposarci, a copulare come se fosse tutto come prima. Continuiamo a correre dietro alle gonnelle, a sognare la macchina di un certo tipo, ad invidiare il giardinetto del vicino. Tutto questo senza protestare, facendo finta che il disagio che sentiamo soltanto latente (tramite i TIGGI, attraverso qualche testimonianza di cassintegrato) a noi non toccherà mai, un po’ come le malattie. Poi, quando ci tocca, allora scoppia la tragedia, l’apocalisse, l’ecatombe! All’improvviso ci rendiamo conto che tutto il resto non era che scempiaggine, perdita di tempo, pinzillacchera. Allora cerchiamo di organizzarci, scriviamo lettere al Sindaco, all’assessore, al politicante. Ci mettiamo anche il cartello sulla panza e andiamo sulla pubblica via a far manifesto il nostro dissenso, la nostra disperazione. Guarda che era lo stesso dissenso e la stessa disperazione che avevi fatto finta di non vedere prima, quando stavi bene… adesso sei solo al centro della crisi di cui avevi sentito parlare ma che avevi affogato dentro una fetta di panettone, stappando la bottiglia dell’ipocrita e cantando “tanti auguri a teeee”…
Ora sei il perfetto “scemo del villaggio globale”. Adesso odi i cinesi perché ci soffiano il lavoro; ogni romeno che vedi lo impaleresti… è normale! E’ questo che si vuole: è questo che si cerca. Io ho una mia teoria su tutto ciò che sta accadendo e che non voglio enunciare, perché non voglio poi fare la parte di quello che afferma “io ve lo avevo detto”. Anche questa è una frase abusata ed è una frase che non sopporto.
Quello che posso dire perché è sotto gli occhi di tutti è che siamo stati e siamo ancora oggetto di appiattimento cerebrale. C’è la manifesta intenzione di farci perfettamente ignoranti e non solo intellettualmente, ma anche e soprattutto rispetto agli accadimenti che avvengono in tempo reale attorno a noi. Sappiamo tutto dello dell’omicidio di Perugia, tutto di Fabrizio Corona, tutto di un po’… direi tutto di un niente. Nessuno mai ci ha spiegato più di tanto sulla crisi economica, sui pericoli dei tanto decantati “termovalorizzatori”, anche se la Comunità Europea ci ha diffidato dall’utilizzare questa terminologia: si devono chiamare quello che sono in realtà, “inceneritori”. Nessuno, se non di sfuggita, ci mette in guardia dalle Banche. Una certa persona che aveva iniziato a parlarci di “signoraggio”, che aveva cominciato a denunciare, fatta la tessera del partito, ha smesso di strillare.
Per carità, non voglio fare la morale a nessuno. Lo dico più per i vostri figli che per voi. Cominciate a spegnere la televisione e a leggere di più, ad informarvi davvero, prendendo le notizie da fonti diverse e non affidandovi alla scelta del colore politico (come se ne esistesse qualcuno oramai…). Avete visto che vi rappresenta politicamente? Franceschini… Garsparri… Alemanno!!! Dai…

Date alla vostra vita dei connotati più degni di quelli dell’attesa della partita domenicale. Oramai del calcio dovreste aver capito due cose se proprio non siete craniolesi: è corrotto (e già questo dovrebbe bastare e avanzare) e fondamentalmente è antisociale, perché si parla di milioni di euro dati a una decina di ventenni quando milioni di persone ne guadagnano mille di euro (quando va bene) e si fanno un culo della miseria tutta la settimana!
Ma queste sono cose che sapete benissimo! Solo ci piace vivere in questa sorta di anestesia, tramite la quale non pensiamo, perché si fa prima e si campa meglio. Ma solo apparentemente. Non facciamo una grande azione a fregercene di quello che ci accade attorno, perché sappiamo benissimo che pur ignorandolo, ci coinvolgerà prima o poi.
Cerchiamo innanzitutto di non arrivare sul patibolo. Ma soprattutto, non ci arriviamo facendo finta di dormire!





Povera Patria!

14 12 2008

Da un pò di tempo tutti mi chiedono preoccupati che ne sarà della nostra vita futura, come se io fossi il mago con la sfera di vetro che predice l’avvenire. Forse perché negli anni sono stato sempre l’unico in famiglia e tra i colleghi a non nutrire affatto speranza nelle decine di governi che si sono succeduti. Mi limito soltanto a far osservare loro una cosa. Da diverso tempo andavo avvisando tutti che la china che aveva preso l’Europa non era da ritenersi sana e salutare. Dalla Tatcher in poi tutta l’economia è stata spinta (una sempre più rapida escalation) in un vortice dal quale sarà ben difficile trarsi fuori.
Nessuna azienda da un decennio a questa parte ha disegnato piani industriali; si è sempre più badato al profitto immediato e per fare questo si è privilegiato un approccio al mercato “mordi e fuggi” e quando si è visto che il mercato non rispondeva come doveva e poteva, si è cominciato a togliere qui e là: tutto meno che i privilegi! I privilegi per pochi, costosi e inutili, sono rimasti. Chi ci ha rimesso pesantemente sono stati gli operai delle fabbriche (spostate in siti più economicamente e fiscalmente convenienti) e i settori dell’industria più facilmente “esportabili”. Per sovvertire la linea del grafico dei profitti che prendeva a scendere vertiginosamente le aziende hanno scelto di ritoccare i prezzi alzandoli, di modo che si potesse “taroccare” il bilancio facendo crescere di una briciola il guadagno anche se le vendite diminuivano. Ma quel che conta sono appunto le vendite e alla lunga, anche questa politica del “rattoppo” non ha retto più. E allora si taglia ancora, si taglia più pietosamente e selvaggiamente di prima, anche quello che allora non fu tolto di mezzo. Le leggi a tutela dei lavoratori se ci fate caso, sempre nell’ultimo decennio sono state decimate mentre sono cresciute quelle che tutelano gli imprenditori. La legge Biagi (che doveva essere perfezionata ma che evidentemente a molti va bene così com’è) permette alle aziende e alle multinazionali cose turche che in passato non erano possibili. Trasferimenti di interi rami di azienda in azienducole con sempre meno dipendenti o addirittura altrove, dove il costo del lavoro è dimezzato o addirittura affidato a società specializzate proprio in questo: rapinarti il lavoro sotto lauto pagamento (un costo comunque minore rispetto allo stipendio ipertassato di un lavoratore in regola).
Loro non licenziano nessuno (ne andrebbe a discapito del loro nome): semplicemente si trasferiscono. E’ una tua scelta non andare in Turchia: loro non te lo hanno certo vietato! E così si lavano le mani del sangue di un povero padre di famiglia e magari gli offrono anche qualche decina di migliaia di Euri, per essere tutti più soddisfatti.
Sta succedendo questo da svariati anni in Italia, ma appare evidente che non se ne parla affatto, se non in una cronaca locale o regionale che si ascolta oramai anestetizzati. Questa schiera di licenziati, mobilitati, cassintegrati va ad alimentare una nuova fetta di società che prima non c’era mai stata. Una specie di sovra proletariato, dove lei si adatta a fare lavori di pulizia e lui si ingegna in doppi e tripli lavori. Stando le cose in questo modo si allarga sempre di più la porzione di coloro che consumano meno e parimenti si estende la fascia di aziende che vedono decrescere in modo pauroso i loro consumi. Questo è sotto gli occhi di tutti.

Una volta poi si poteva contare su una cosiddetta “opposizione”. Oggi, quella che dovrebbe rivestire questo ruolo, è un’accozzaglia di fazioni in disaccordo tra di loro dove il leader della componente più importante (Veltroni) è una sorta di figura virtuale, che c’è ma che non si vede mentre (strano assai) quando era meno importante, si notava molto di più. L’unica voce fuori dal coro è Di Pietro, ma di lui è stata data negli anni dagli organi di informazione sapientemente guidati una immagine da “bifolco divertente” che proprio non riesce a scrollarsi di dosso e pertanto quando Di Pietro parla tutti dicono che ha ragione ma poi non lo pigliano sul serio.
antonio_di_pietro_balla_con_aida_yespica_4Lui poverino fa di tutto per darsi maggior lustro: scrive libri, concede interviste dove riesce anche a parlare filato, senza i vecchi farfugliamenti ed espressioni caserecce. Niente da fare: in Italia quando ti sei o ti hanno creato una etichetta non te la puoi più scrollare di dosso.
Perciò che volete che vi dica sul futuro di questo Paese? Sia l’intera nazione che le aziende sono nella stessa barca, che si vede affondare e dove si affonda. E lo spirito dell’italiano medio è sempre quello di pensare “speriamo che sia io l’ultimo a finire a mollo!”