Chi può darti torto?

11 12 2009

Dici il falso e per te è un vanto
E ridi se bisogna ridere
E sei serio se è la circostanza

Insomma, in tutti i casi sei… adeguato.
Misuri le parole, conti i passi
E mostri d’esser aggressivo il giusto
Da meritare la tua promozione.
Sei un caprone
Ma se basta la tua astuta cattiveria
A garantirti la sopravvivenza
Allora chi può darti torto?

Già sei morto
Ma che importa se hai la targa
Sulla porta
Che ti frega se la gente al tuo passare vomita
O si gratta
E ti tratta come fossi sordido liquame
Sei adeguato, questo
Non si può certo negare.
Ti diverti se conviene e diventi molto triste se è un vantaggio
O mostri ineffabile coraggio
Allorquando si presenti l’occasione.

Sei un caprone
Ma se basta la tua stupida ignoranza
Per l’aumento a fine mese
E per le spese
Allora, darti torto non si può.





Bailamme

26 11 2009

C’è una sorta di bailamme nella mia testa, un vortice inesprimibile di concetti che molte persone riterrebbero morti e decomposti e che invece nella mia mente battono e battono, come il sesso di una pazza “all’alga” scuote la porta nel reparto delle agitate. Uscendo dai cancelli, accostandomi alle moderne chiese coi cristi colorati in modo hippy, tornando verso casa (casa quale poi. Nessuno ha casa se non in se stesso. Non esistono luoghi che accolgono abbastanza a lungo da sentirsi, da percepirsi come case) contavo le cose inespresse, i vortici non urlati e le sibilanti offese ricevute in un solo misero giorno di esistenza mia, cosa che ritengo invero grama ed insignificante! Sono tanti: sono vergognosamente tanti! Come ad esempio le albe negate: le luci d’oro alle quali si è rinunciato perché “c’era qualcosa di urgente da fare!”  Come ad esempio le cose dette e non dette (non dette da me e non sentite dire) perché “non è costumato”… “perché non è educazione”! Quante volte avremmo voluto offendere pesantemente, perdere tutto, fare tabula rasa di ogni cosa per poterla riguadagnare (non certo la stessa), insomma, per poter riguadagnare almeno quel poco di faccia, ‘si da potersela guardare allo specchio senza vergogna! Eppure “C’era sempre qualcosa di urgente da fare!”

Ora ho un padre senza più denti e un’anima fiacca e tremante. Ho un sentimento incerto che m’incatena i giorni senza essere di fuoco (piuttosto una fiammella), ho mille aspettative da un corpo che non può concedermi più di tanto. Sto invecchiando. Si: era per dire questo che ho scritto le venti righe precedenti. Non si tratta, vi deluderò, di un fatto anagrafico. Degli anni non mi importa nulla. Si tratta della linfa che vien meno, dell’energia che scema non per gli anni ma per la noia. Ci sono cose da fare, milioni di cose da fare e invariabilmente finiamo sempre per fare le stesse, le più brevi e le più comode: le più sicure. Soltanto quando sentiamo minacciato il nostro povero podere allora insorgiamo, battagliamo, perdiamo.
E quindi dicevo?… ah si, questo bailamme nella testa che farfuglia, inciampa, stride e strappa. Non guardavo stasera le luci in cielo: percorrevo la strada di sempre con la pacata quiete di chi non vuol far ritorno. Molte volte ho pensato di andare oltre, di non girare quella curva ma di andare nel verso contrario, di non fare più ritorno. Ma come ho detto sopra? Invariabilmente finiamo sempre per fare le stesse cose: le più brevi e le più comode. Le più sicure. C’erano alti palazzi di fango e vetro luccicante, piazze adorne di già per il Natale. Ce lo impongono così in anticipo che non sappiamo più quand’è che viene per davvero. Studiosi del Natale (esistono degli studiosi che passano anni e anni chini sulle carte a decifrare codici antichi, nel tentativo di capire quando è davvero Natale) ci dicono che è più in là nel calendario; ma non si esprimono più precisamente. Saggiamente pensano che più ci tengono sulla corda, più loro potranno passare i loro beati giorni a guardare i codici antichi, saporosamente retribuiti. Intanto i metalmeccanici di Cagliari vengono a battagliare e a perdere il loro lavoro. Hanno intaccato il loro piccolo podere. Poi toccherà ai giardinieri di Postano, poi agli studenti di Caltanisetta, poi alle vedove dei carabinieri di Cefalù… ma mai tutti insieme, mai davvero incazzati, incazzati sul serio, mi raccomando!
Continua: questo bailamme continua! Né si può calmare tornando a casa (qualche casa…). C’è gente che se ne va, gente che torna. Gente nuova, mai vista. Gente vecchia che ricaccia come i noccioli dopo la colta. Mia moglie in mezzo a tutto questo andare e venire mi fa cenno da lontano che è viva, che ancora c’è. Si, ma non c’è tempo: c’è sempre bisogno di fare cose, di fare cose. Devo fare questo, devo fare quest’altro… ed è di nuovo già l’alba; un’altra alba negata, con gli stop rosso fuoco di un utilitaria che segue un’altra utilitaria che ne segue un’altra. E così fino al lavoro. E mi dicono: meno male che ancora ce l’hai (i metalmeccanici di Cagliari).





Gennaro e la somara

8 08 2009

Gennaro detto il teppista era un uomo zazzeruto, sulla quarantina. Faceva lo stesso mestiere di mio padre allora, in paese. Erano gli unici due titolari di frutterie in tutto il circondario e si davano battaglia tutti i giorni. Gennaro era un impostore: giocava sul peso della merce: ne pesava di più di quella che era in realtà, aggiungendo dei pesi di piombo sulla stadera. Faceva la faccia di bronzo con le clienti, atteggiandosi a conquistatore, con l’occhio maliardo e la parlata avvolgente. La mattina presto, la faccia coperta dal bavero del pastrano, passava davanti alla merce di mio padre e se le mele costavano cento lire, potete star sicuri che lui avrebbe messo il cartellino a novantacinque. Ma le sue di mele erano conservate, scipite, scolorite; quelle di mio padre belle rosse, lustre, polpose. Si incontravano spesso al bar, quando andavano a prendere il caffè e discutevano amichevolmente. Gennaro detto il teppista mostrava due mustacchi spessi, ingialliti dal gran fumare e a causa del fumo, anche quando non aveva la cicca in bocca, gli era comunque rimasto l’atteggiamento. Aveva l’occhio sinistro strizzato e il labbro superiore sollevato. Questo rafforzava l’aria cinica e da teppistello che lo contraddistingueva, anche da uomo fatto. Era trasandato. Sopra le scarpe inzaccherate scivolavano gli orli scuciti di pantaloni leggeri anche d’inverno e il grembiule era tutt’altro che immacolato. In più aveva i capelli ingialliti e intrecciati sulla testa, inestricabili a causa dell’incuria. Sua moglie rimaneva sempre nel piccolo negozio, a sistemar zucchini ed albicocche, solo vestita da un guarnellaccio di trama pesante, la testa coperta da un fazzoletto d’estate, mentre d’inverno raccoglieva i capelli dietro la nuca con degli spilloni di tartaruga. Era infaticabile: a testa bassa spostava cassette colme di merce, che anche un uomo forzuto avrebbe fatto fatica a sollevare. Fu così tutta la vita; per questo in paese la chiamavano “la somara”. Il teppista e la somara erano sposti da venti anni, ma non si parlavano da almeno una quindicina. Semplicemente non avevano nulla da dirsi. Non si guardavano neppure. Scambiavano qualche monosillabo incomprensibile soltanto durante il lavoro.
“sposta” diceva lui.
”mmm” rispondeva lei.
“dà il resto” comandava lui.
“si” rispondeva lei.
Anche questo fu per tutta la vita.

Spesso Gennaro entrava nel negozio di mio padre, squadrava la clientela sempre numerosa e si avvicinava al bancone.
“Eeeee… senti…” chiedeva imbarazzato.
“N’hai mica una cinquantina spicce da dieci…”
“Ancora Gennà?”
“Tu fatti i cazzi tuoi… ce l’hai?”
“E certo!”
Li contava, poi restituiva a mio padre dieci mila lire.
“Queste te le tieni!” gli diceva, tra il sornione e il vergognoso.
Verso l’ora di pranzo poi rientrava, dopo aver fatto per tre o quattro volte quel servizio. Mio padre gli restituiva le quaranta mila lire che lui riponeva in tasca sorridendo e sorridendo faceva dondolare la cicca in bocca, con gli occhi socchiusi.
“Che bisogna fare?” diceva, quasi a giustificarsi.
“Sei forte sei… proprio forte!” lo rimproverava mio padre.
Ad un certo punto, subito appena in strada incrociava una donna, una femmina bolsa e truccata con il petto enorme e le passava di soppiatto le banconote. Poi scansava la tenda sulla soglia e strizzava l’occhio a mio padre, che rideva tanto per ridere.
Gennaro aveva molte amanti, ma questo non per la sua avvenenza o intelligenza, quanto per la sua stolta generosità. Lui con le donne era volubile e di manica larga. Gli piacevano le ciccione, con il seno sproporzionato, forse perché dentro di sé era rimasto quella sorta di bambino giocherellone che mostrava d’essere quando mi sorrideva incontrandomi. In fondo un buon uomo sregolato in tutto, dal cibo alle donne, dal danaro al tabacco.

L’altro giorno io e mio padre passavamo davanti casa sua. Raggiunta l’età della pensione aveva scelto di farsi una casetta in campagna dove coltivava con impegno piante di fiori e molti alberi da frutta. Il suo era un piccolo giardino dell’Eden concimato dal silenzio. Lui e sua moglie continuavano ad ignorarsi anche se vivevano insieme e lei sapeva tutto delle sue passate avventure. Nonostante questo sopportava; un po’ per ragioni d’economia, un po’ perché alla fine dei suoi tradimenti non le importava molto. Aveva fatto del sacrificio una specie di arte perfetta. Quale che fosse il comportamento di Gennaro lei non alzava la testa dal bucato come non l’aveva mai alzata dal bancone della frutteria. Lui al mattino faceva delle brevi passeggiate lungo la strada che conduceva al paese e poi la sera si metteva su una sedia di midollino a fumare una sigaretta.

Mio padre suonò al citofono. Aspettammo un bel po’ prima che questo scattasse ed aprisse il cancelletto. Non mi andava di entrare; mi sembrava di violare una sacralità cinquantennale. Aspettai appena fuori, cercando di vincere l’afa sotto un albero di quercia che sibilava sotto la brezza riscaldata. Non ci volle molto. Vidi mio padre armeggiare con il cancello e poi venirmi incontro, come sempre sorridente; nonostante tutto.
“Accidenti a lui…” esclamò. E notai che per un attimo un velo di malinconia, di consapevolezza del tempo che scorre gli era passato davanti agli occhi celesti.
“Gennaro è morto. E’ stato molto male… gli facevano le trasfusioni… ce le aveva proprio tutte…”
Non dissi niente. Camminando girammo attorno al piccolo giardino. C’erano gli aranci dalle foglie verdi scure, le ortensie rosa e celesti. Il giardino in pieno rigoglio. E questo, nonostante tutto.

Salvo Caramagno

Salvo Caramagno