La prima morte

3 08 2009

Io trascorrevo il tempo giocando nel cortile di mattonelle rosse.
Quella era una giornata di un’estate che scemava, trovando di tanto in tanto frammenti di sole. Qualcuno mi venne incontro, con le palme aperte. Correvano le persone attorno: convergevano tutte in un punto.
Ricordo un aprirsi di cancelli e un precipitarsi fuori, tra lo scirocco e le matasse di pino, verso la casa di fronte. Sull’uscio di questa casa in cortina verde una donna gridava. Gridava talmente forte che era una immensa bocca divaricata, senza più forma. Con le dita s’allargava la bocca, graffiandosi e gridando. Ad un tratto si perse sulla terra, simile ad un cencio, grigia e verde, come fatta di cortina: dello stesso colore della casa.
Qualcuno mi corse incontro, con le palme aperte. Era chi mi amava. Non voleva che io assistessi alla morte. Anche se sapeva che prima o poi sarebbe stato.
Ma io giocavo in giardino, sopra le mattonelle rosse.
Mi portarono a casa, al riparo dell’ombra e qualcuno mi disse che Antimo, il gentile Antimo, per qualche strano motivo, non c’era più. E io non capivo, chiedevo:
“perché non c’è più! Come fa a non esserci più, che prima c’era?”
E non sapevano dirmi il perché di questa cosa strana, enorme, che non funzionava.
E venne la mamma, trafelata. Con le mani mi copriva la testa e la baciava, tanto che io sentivo il calore della sua bocca sopra i capelli. E poi arrivò il nonno, con le mani enormi, rideva amaro dicendo “Non è niente… non è niente, sai?”
Allora si allontanarono, poi tornarono a me, nella sala in penombra dove alla sera si giocava a carte. Ora era una stanza triste, ventosa. Fuori si spostavano gli alberi. Si sentiva prossimo l’autunno. Poi arrivò una sirena, si sentirono passi affrettati… gente che parlava forte, qualcuno che gridava.
Rubai per qualche istante immagini. Vidi che verso la casa correvano uomini bianchi. Correvano e poi si fermavano a parlare sulla porta. Una donna era appoggiata sulla spalla di uno di loro, che si guardava intorno. Lampeggiava aritmicamente il faro blu dell’ambulanza, lustra come se fosse stata lavata da poco. Ogni tanto andava e veniva il sole, attraversato da cumuli neri, che s’addossavano ai monti.
morte3ioTutta la nostra casa, trafitta dallo scirocco, vibrava come un vascello in preda ai marosi.
Fuori dell’uscio, chi mi amava, aveva dipinto lo stipite con il sangue dell’agnello. L’angelo della morte non sarebbe passato per noi, quel giorno. Passò però per la casa di cortina e portò Antimo, antimo gentile, con sé lontano.





Le solite vecchie storie

17 07 2009

A smentire quello che avevo scritto qualche giorno fa.

Atmosfera di vetro fuso l’avrebbe chiamata Marquez. Girano in continuazione le pale dei ventilatori e il ritmo dei motori che si inceppano punteggia il pomeriggio. Tutto è fermo, dormiente, disteso. Le stoppie gialle della campagna romana si allargano fino ai confini dei giardini curati, dell’erba verde, dei rosai. Il metallo rovente cinge le coltri intorpidite, rimanda il suo riverbero sulle mura, sotto i pergolati, nelle stanze con le persiane chiuse, addosso alle mura bianche delle camere da letto.
Con questo clima è facile che la mia mente vada ai ricordi, grazie anche a Pina e al suo pensiero di ieri. Mia nonna trovava refoli d’aria sotto gli oleandri, presso le gerbere, al riparo della boungavillea che cresceva rosa sulla facciata esposta a sud. Si sedeva come un monumento enorme e placido sulla sua sedia preferita e respirava piano, dopo aver dato da mangiare a dieci, dodici cristiani in quelle giornate d’afa atroce che si trascorrevano al mare. Gli uomini andavano a riposare nei letti ariosi e in penombra. Le donne, una volta finito di rassettare, trovavano il tempo per stare un po’ assieme a chiacchierare o magari per prendere un po’ di sole. Lei no: lei aveva superato queste fasi. La vanità, la bellezza del corpo, l’armonia lei non l’aveva mai perseguite perché era stata sempre bella di natura. S’abbronzava in campagna: era donna di terra, ben piantata. Mal sopportava il mare e i suoi venti salati. Ma di buon grado s’era sottoposta al sacrificio perché suo marito aveva sempre avuto il sogno di una casa vicina alla spiaggia; lui che il mare lo aveva visto da giovinetto, arrivando in bicicletta, dopo una pedalata di venticinque chilometri e che aveva sempre conservato nel cuore la visione di quella vastità punteggiata di liquide stelle presso l’ora del tramonto.

Salvo Caramagno_due contadini

Salvo Caramagno

Il pomeriggio dunque. Per ogni ora la nonna aveva un angolo della casa propizio agli spifferi, alle correnti d’aria. Alle tre sapeva che il vento si levava da terra, da nord. Allora trascinava la sedia e la accostava all’angolo, vicino al gazebo. Alle quattro era ancora lì, con gli occhi socchiusi e la pancia prominente e morbida come un caldo giaciglio. Alle cinque riprendeva la brezza e quindi si metteva di faccia al tramontare, verso ovest e infine, verso le sei, quando s’appiattiva su tutto una sorta di bonaccia, entrava dentro casa e s’adattava nello stanzino a piano terra, quello che stava in ombra tutto il giorno. Cominciava a rivivere decentemente soltanto dopo cena, quando tutti ci si disponeva a trascorrere la giornata in chiacchiere, arrampicati sulle sedie a dondolo, sotto l’ombrellone con le frange che al nonno serviva da barometro. Le frange erano immobili? L’indomani sarebbe stato un giorno torrido. Erano vibrate dalla brezza di terra? Una giornata sopportabile. Venivano scosse da un certo ventarello di mare? Niente barca e giornata ventosa.
A quell’ora era persino facile che si mettesse l’abito carino di tessuto stampato, tutto decorato a fiori e le scarpe eleganti, beige, con la fibietta dorata da una parte e quell’orologio che tanto amavo, d’argento, con il quadrante tempetato di diamantini. Non aveva impegni mondani, ma l’eleganza, a quel tempo era prerogativa di tutti, poveri e ricchi. Il nonno indossava i pantaloni e la camicia, che lasciava un po’ aperta sul petto, l’orologio d’oro e le scarpe a mocassino di tela intrecciata. Gli piaceva mettersi sul cancello a sentire i passanti che tessevano elogi per quelle rose così gonfie, quelle margherite così carnose, quei gerani tanto vellutati.
Non sapevano loro che non esiste miglior concime dello stallatico di cavallo mischiato alla terra! Non sapevano mica il profumo di secco che si alza dopo che, alla sera, si getta l’acqua tra le cannucce dei pomodori e sugli zucchini! Loro avevano impianti automatici. Per loro, diceva il nonno, “la terra stava troppo in basso”. Li chiamava “sti damerini del cavolo!” ed erano gli avvocati, i dottori, gli imprenditori cui si erano fatti la villa dove mio nonno, dieci anni prima, costruì la sua. Piano piano colonizzarono tutti i dintorni. I nonni ai loro occhi conservarono sempre un’aura di mistero e di rispetto. Erano quelli “che ci sono sempre stati!”. Un po’ come nei miei ricordi, riflettevo. Quale che sia il mio gesto quotidiano, quale che sia la mia preoccupazione di apparire, di non dispiacere, mi viene alla mente la loro schietta regalità, la loro signorilità contadina per nulla ostentata, ma presente nei gesti, nelle abitudini, nell’educazione, nel rispetto che davano e che ricevevano.Questo mondo di calzoncini corti, di infradito e di girocollo Dolce e Gabbana non li avrebbe sedotti. Lo avrebbero guardato sogghignando come facevano loro, dandosi di gomito.

Roma, 17/07/2009





Alfredo (piccola elegia di un figlio di pescatori)

24 06 2009

Schizzi_ScugnizziI

E quindi corremmo a chiamare Alfredo.
Viveva con la madre e i nonni in una casetta bianca circondata dalla buganvillea. La chiamavamo “la casa rossa” perché d’estate era di quel colore e anche di un viola intenso quando scemava la luce solare. Il padre non s’era più visto da dopo che era nato perché, almeno così diceva Alfredo, al padre piaceva viaggiare. Ci aspettava fuori dal giardino, con quel sorriso intenso e gioviale, nel fondo del quale ci trovavi una sorta di tristezza. Non a caso Alfredo lo chiamavamo “piangi e ridi”. Era attraversato da scosse di ilarità che diventavano, di lì a poco, febbrili tristezze, durante le quali non gli si poteva rivolgere la parola. Ma era un ineguagliabile compagno di giochi. Lucido di sudore con le sue improbabili magliette a fiori sapeva piroettare con la palla come pochi. Distaccato dalle cose mondane, portato alla contemplazione, con lui si poteva parlare per ore di stelle e pianeti perché, almeno così diceva Alfredo, anche a lui come al padre piaceva viaggiare.
“Io quando sarò grande non vorrò un figlio se poi devo viaggiare! Che senso ha avere un figlio, ma anche una moglie, se poi devi viaggiare? E’ stupido!”
Alfredo era alto alto e magro, nervoso come un tronco di vite, abbronzato tutto l’anno. Lo avevo conosciuto un giorno su al convento alto dei Salesiani, quello tutto giallo che ha le porte bucherellate. Eravamo seduti sotto l’ombra dei pini e contavamo i pinoli. Quando lo vidi arrivare mi colpirono i suoi piedi, vivaci e irrequieti: prendeva a calci una pigna e i pezzi ci schizzavano in faccia. Lui, incurante, rideva.
“E finiscila!” qualcuno gli disse. Ma lui aumentava, schizzando schegge da tutte le parti e ridendo. Divertì anche me questo menefreghismo ilare.
“Ti andrebbe di contare i pinoli?” gli chiesi.
“E a che serve contare i pinoli?” rispose.
“Serve a che poi li dividiamo e ce li mangiamo!”
”Mangiateveli assieme, senza dividerli!”
E così facemmo, perché ci sembrò un consiglio giusto.
Qualcuno disse:
“Ma qualcuno ne mangerà di più e altri meno!”
”E che fa?” rispose lui facendo spallucce e menando un gran calcio ad un pigna e riempiendoci di schegge. Si fece una grassa risata.
“Ma finiscila!” gridò qualcuno.
Alfredo era così, eccessivo e saggio. Sono due caratteristiche che possono sembrare diverse, ma in realtà l’una non esclude l’altra, credo.
Ci aspettava fuori di casa con il suo pallone sotto il braccio. Era un pallone arancione con i rombi neri. Era il suo pallone ed era impossibile anche solo chiedergli di giocare con un altro.
“Questo ha delle traiettorie strane. Se riesci e governare questo pallone significa che sei bravo a giocare. Questo” e faceva la faccia intensa “disorienta i portieri”.
Quindi poggiava il pallone in terra e colpiva forte. La sfera seguiva dapprima un itinerario logico, poi d’improvviso ad una folata di brezza piegava in alto e subito dopo ricadeva in basso, più simile ad una foglia secca.
“Avete visto? Disorienta i portieri!”

Quel giorno scendemmo dalla calata che conduce all’imbarco turistico, che ancora era chiuso. A qualche decina di metri di distanza dondolavano pigre le barche dei pescatori. Il cielo era azzurro scuro. C’era il Grecale.
Eravamo dieci: un numero perfetto per giocare al calcio.
C’era Gnafetto, quello grasso, Armandino, Marco e Salsiccia e tanti altri che adesso non ricordo. Forse anche qualcuno che s’era aggiunto così, per strada. Raggiunto che fu lo spiazzo dove d’estate si mettevano ad asciugare le reti, ci mettemmo in circolo. Alfredo parlò:
“Allora, le regole sono queste: cinque contro cinque e il capitano lo decido io. La palla esce quando va in mare e i rigori, chi li tira lo decido io…”
Ci guardò a tutti, non aspettando minimamente una protesta.
“Tu vieni da me!” mi disse. Ebbi un tonfo di felicità al cuore.
“Anche Gnafetto, che sta in porta, Marco e Aldino. Gli altri stanno di là!” e fece un cenno con la faccia, alzando il mento, indicando un di là.
Quindi cominciammo a giocare sotto il sole cocente delle dieci. La grande spianata si stendeva dalle prime case salnitrose fino al molo, che correva per un centinaio di metri fino all’entrata del piccolo golfo. Come linea laterale avevamo da una parte il muro che separava la spianata dall’abitato, dall’altra null’altro che la distesa verde delle acque placide del porticciolo. Molte volte la palla cadde in acqua e molte volte ci tuffammo subito appresso per riprenderla, sbuffando come foche felici. Correvamo bagnati e provavamo un gusto immenso dal fresco che ci scorreva sulla pelle che ci s’asciugava addosso come una guaina salata. Si può dire che il gioco ad un certo punto consisteva nel gettare di proposito la palla in acqua per tuffarsi a riprenderla, uno alla volta oppure uno dietro l’altro, gridando e ridendo come impazziti.
Alfredo si tuffò come tutti noi e a lungo aspettammo di vederlo risalire tirando indietro la testa sprizzante acqua e sbuffando come un folletto. A lungo aspettammo.

II

Il muro di cinta della casa di Alfredino era bianco di calce. Dava sollievo sedersi all’ombra di quel muro quando l’afa del pomeriggio ti angustiava la vita. La fitta buganvillea a quell’ora era rossa in modo stupefacente: pareva che volesse incendiare la casa. Eravamo tristi si, ma ogni tanto ci pigliavamo a spinte, ci davamo dei gran pestoni sulla testa. Qualcuno diceva parolacce. Poi tornavamo tristi.
La mamma di Alfredo uscì dalla casa e ci venne incontro con un piatto di crispeddi dolci che prendemmo uno alla volta, senza affannarci o spingerci. La mamma di Alfredo aveva un abito neto, le calze nere e la faccia pallida. Ci guardò ad uno ad uno e ci carezzò una guancia dicendoci “Belli”, oppure “Cari”. Poi vidi che una lacrima le saliva agli occhi. Lei parve destarsi: corse in casa, chiuse la porta.
Era ora di tornare.