Il giorno dei morti

31 10 2009

Questa deve sembrarti una seconda casa. La addobberemo di colore e fiori; tutto sarà rosso e ciclamino e tu intorno, avrai le cose che ogni giorni amasti. La foto (solo la foto… lui è altrove) del tuo campione preferito; le tue macchine rosse in miniatura ed i trofei a calcetto. Nessuno toccherà, angelo mio, il tuo piccolo mondo. Ci sono i fiori nel cristallo che tenevi in camera e l’ombra il pomeriggio e tanto sole quand’è inverno, così che tu non debba patire per il troppo freddo. Io, ogni volta che faccio una cosa, la faccio come la farei se ci fossi tu… a volte mi viene da ridere. A tuo padre cucino delle cose che odia! Ma le sopporta perché ricorda che a te piacevano. Da quando tu, da quando è successo, io metto le cose come le mettevi tu: un po’ a casaccio! Se io mettessi tutto in ordine, Dio, mi sembrerebbe che tu non sei in casa. Ma così… così mi pare che mi passi ancora vicino. Che dico! Io ti sento passare! Sento quel profumo che ti mettevi quando uscivi, la sera, la sera del sabato e con la faccia tutta trionfante mi chiedevi “Mamma, ci sta bene questa camicia sopra i jeans?”
Ancora, lo sai bene, fa freddo nel salone. Quando venivi tu e accendevi il camino! Quanto ci manca quel rumore… i cani che ti venivano dietro saltellando, il gelo che facevi entrare perché tu, ricordi? Avevi sempre caldo. Avrai sempre caldo…
Io vorrei sapere come stai. Saperlo una volta almeno. Non mi importa di vivere o morire lo sai, ma vorrei che tu mi dicessi almeno una volta come ti senti. Tutti cercano di non parlarmi di te. Tutti sono gentili. Sono tutti affabili. Ma non possono capire. La loro mente non può arrivare nemmeno a cercare di immaginare e neanche per una frazione di secondo che dico… un niente… cosa si prova. Cosa si prova…

Ad una certa ora me ne andrò. Mi cacceranno. Il custode viene qui con la sua faccia bonacciona. Lui è padre di famiglia. Lui lo sa… mi prende sottobraccio, mi accompagna. Grazie a te mi vogliono tutti bene. Vedono dalla fotografia quanto sei bello! Un figlio così bello, mi hanno detto, non può che esser buono. No, non è vero, non me l’hanno detto… ma certo lo pensano. Ti guardano passando. Ti guardano tutti.
Domani ho detto a Rita, mi deve lasciare quei giglioni rossi. Quelli ti piacciono lo so. Papà dice che costano tanto ma che vuoi che importi… non so più nemmeno cosa valgano i soldi. La cosa che valeva di più non la tengo più accanto. Ad ogni altra cosa non ci penso nemmeno.
Hai visto? Ho fatto i capelli. Non con quel caschetto che a te non piaceva. Questo taglio qui me lo ha fatto la nuova ragazza della parrucchiera. Non voglio più tingerli i capelli. Anche se tuo padre s’arrabbia, io voglio sembrare quello che sono. Una volta mi facevo bella anche per te. Ora sono quello che sono. Una donna morta appresso a te, sono.

E così tutte le cose diventano sentore di garofano, acqua che cola piano dai rubinetti, facce stinte in vecchie foto. I gradini per arrivarci sono scivolosi e consunti. Una vecchia vedova cerca di fare entrare una pianta troppo grossa dentro un contenitore troppo piccolo, da una parte si piange un morto arrivato da poco. Guardandoti attorno, passato del tempo, scorgi sempre più facce che conoscesti. Il tuo andare si fa sempre più timido e insicuro. Questo è un luogo che tutti fingono fi dimenticare, come tutti i luoghi che teniamo dentro infitti nella carne. Perché bisogna pur vivere, prima di morire.

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Foto di Sandro Amici

 

 

 





Incubo numero uno

9 10 2009

Sono in una sala operatoria verde. Sono tutte verdi le sale operatorie? Questa è una sala operatoria verde. Questa luce è ghiaccia sulle mani e sul lenzuolo verde steso davanti a me, su cui poggio le mani. Ma non sono io ad essere sdraiato; io sono in piedi. C’è un uomo sulla lettiga. Girandomi a destra vedo parte della fronte e gli occhi chiusi in un profondo sonno. E’ pallida la sua faccia, a cagione della malattia e delle luce, ghiaccia, che gli frusta la pelle. Sul naso e sulla bocca una maschera nera e trasparente, appannata. Mi guardo intorno. Verde.
Una donna, una dottoressa mi guarda mentre cincischia con dei ferri, delle forbici strane, oblunghe, luccicanti. Io guardo lei. Sembra che aspetti. Vedo che sotto il lenzuolo è stato lasciato libero un ampio tratto di pelle. Bianca. E come risalta questo bianco sotto il verde malevolo del lenzuolo e delle cose attorno. Una porta. A destra una porta. Fuori nel corridoio è scuro. Fuori tutte le luci sono spente.
Dal fondo della sala, come se scivolasse su pattini inesistenti, sorge una seconda figura: un uomo dai capelli bianchi trattenuti dal copricapo verde, la bocca riparata da una benda.
Aspettano e mi guardano. Mi porgono delle lunghe forbici che non ho mai visto, piatte sulla punta. Le schegge di luce sul metallo mi spingono a chiudere gli occhi. Ma non posso dormire. Un lungo, monotono respiro si libera da una macchina che ticchetta la vita dell’uomo sdraiato. Gli occhi celesti dell’uomo mi penetrano. Aspettano.
Ma cosa ci faccio qui… che devo fare…” chiedo alla donna. Siccome è una donna, sarà certo più ben disposta nei miei confronti. Mi spiegherà cosa ci faccio qui, dopo tutta una giornata di lavoro. Cosa ci faccio qui?
Egre… Barabba” dice mentre sorride. Dallo sguardo che fa è come se dicesse “Che dici mai, sciocchino…”
La prego… cosa ci faccio qui!” ora la supplico, colto da un dolore, come quando alla lavagna, interrogato senza aver studiato, cercavo nell’aria una ispirazione divina che non arrivava mai.
Egre… Nzu… Allabban!” Ora sembra arrabbiata.
La prego… io non posso fare questo! Non posso, signora! E lei, lei… lei certo è un dottore! Mi dica cosa ci faccio qui!
L’uomo guarda la donna e guarda me, come se improvvisamente io fossi diventato pazzo; come se mi conoscesse da tempo e ora, improvvisamente, non capisse più quello che dico o faccio.
Amarrau… Cermanua… Azzagg!” Mi mette con rabbia in mano la forbice che nel frattempo avevo lasciato.
Ora provo a scappare, mi dico. Ora di certo proverò a scappare.
Ho le dita nei cerchi della forbice. Non so che farne. Proverò un gesto estremo. Con una mossa inaspettata mi colpisco la faccia: una, due, tre volte, mentre i due mi guardano basiti. Hanno gli occhi fuori dalle orbite e mettono le mani avanti, mentre gocce di sangue macchiano i loro camici, cadono a grappoli sul lenzuolo, insozzano la pelle bianca del malato.
Ohhhh… Marrabah…” grida la donna, mentre corre a prendere da un angolo della stanza delle garze, che ammucchia in una mano. Sento un freddo inospitale, sulle spalle e nello stomaco. Ho freddo e provo dolore, come se fossi l’ultimo delle creature inutili.
Mi dico: a che servo se non servo a chi amo? A che serve la mia vita se non servo a chi mi ama?
Il mio camice non lo merito. Lo strappo via con una solo gesto: saltano i bottoni e i lacci; si sente uno scalpiccio nel corridoio. Urla e grida trafelate, mentre le forze mi abbandonano. Afferro da una mensola quante più cose posso e le porto alla bocca. Il freddo del ferro mi ravviva i sensi. Corro con la bocca piena di ferro verso la porta, la porta oltre la quale le luci sono spente.
Quando mi abbandonerà questo dolore dentro?
Correndo mi ricordo di quella cantante francese morta a Mon Martre e che lasciò un biglietto.
Pardonnez-moi. Ma vie est insupportable
Solo due giorni fa non capivo cosa volesse dire. Ora, correndo per questo corridoio (e corro e corro) lo capisco benissimo. A che servo se non servo a chi amo? A che serve la mia vita se non servo a chi mi ama?





Delgado

23 08 2009

(Una storia vera)

Delgado passeggia sul lungolago con la camicia aperta sul petto. Ha il petto scavato come quello di un deportato. Cammina con passo ondulato, come quello di un jazzista ubriaco, tenendosi a volte sulla balaustra del belvedere. Le scarpe sono molto più grandi del suo piede. Sono quelle che indossava negli anni del benessere: quando sua moglie e il suo bambino gli camminavano davanti spediti. Anche i pantaloni sono quelli: li tiene con una cordicella da pacchi che ogni giorno risica un po’ di più. Camminando guarda gli alberi in alto, che contro la luce del sole agostano sguazzano nella luce angosciosa e immobile. Ogni tanto si ferma per fare le coccole ad un cane; saluta educatamente e si allontana barcollando.
Delgado tutte le mattine si fa scendere dall’autista della linea 41 proprio davanti al Bar dei motociclisti e da lì inizia ad andare, quando il sole non ha ancora superato la sella del monte, in su e in giù per il lungolago. Potrebbe sembrare un pazzo, un solitario, un ebete. E’ solo immensamente triste. E’ triste perché uccise suo figlio, senza volere, una sera di settembre.
Alisa, del bar dei motociclisti è una ragazza ben cresciuta, dal petto diritto, dagli occhi profondi. Stretta nel suo scaldacuore lo aspetta sulla porta e gli allunga, di nascosto, un fagottino. Lui afferra, saluta come se avesse il cappello, si inchina e se ne và.
Davanti al bar ci sono sempre una decina di uomini in tuta e giubbotti massicci. Hanno le braccia tatuate e lo sguardo bruciato, come se indossassero sempre il casco e la visiera. Sono talmente a disagio con la testa scoperta che se la toccano continuamente.
Fanno commenti su questa o quella moto.
“E’ una 800…”
“Ma quel bianco non spara un po’?” dice uno rivolto ad una Harley Davidson da parata.
Delgado li saluta e passa, preso dai suoi pensieri, camminando e sventolando, come una bandiera, al vento che si alza.
Sulla riva hanno messo le sedie a sdraio, ma si paga per entrare. Hanno piantato il prato all’inglese e messo le sdraie in fila. Ci sono seduti tre o quattro vecchi. Il bagnino guarda Delgado da lontano, con le mani sui fianchi, come a interrogarsi. Non sta pensando a lui in realtà. Nessuno pensa a lui da quando sua moglie se ne andò, urlando e sbattendo la porta, otto anni prima. Lui attese che i passi si fossero spenti nell’ultima rampa di scale e poi allungò la mano verso il televisore, spegnendolo. Fine delle trasmissioni. Fine della famiglia. Fine di tutto.
La casa ora la abitano tre o quattro pachistani che a forza di insistere gli danno trecento euro al mese. Lui alle volte non passa nemmeno a ritirarlo, il danaro. Solo la parola danaro gli da fastidio.

Tutte le sere poi, si mette a sedere vicino ad una macchina diversa. Quando nessuno lo vede prende a dare testate sul paraurti. Mica per niente. Pensava che giorno per giorno, testata su testata, sarebbe riuscito a provare il dolore che provò il suo bambino quando la millecento gli sbatté contro, scaraventandolo sul ciglio della strada, qualche metro più in là, in una pozzanghera di sangue.
Tornava dal lavoro. Era una specie di rituale: sua moglie lo aspettava sul marciapiede con il bimbo tenuto per mano. Ogni sera. Lui si sarebbe parcheggiato; sarebbe sceso e avrebbe aspettato che il bambino correndo lo abbracciasse.
Era così. Tutte le sere.

Francis Bacon

Francis Bacon

Quel giorno, non si sa mica perché, le cose furono diverse. Se ci si pensa bene, non sono mai continuamente belle le cose. Ogni tanto ci si deve mettere qualcosa in mezzo a rovinare i piani, a guastare le vite. La vita che il destino devastò quella sera non aveva avuto ancora il tempo di dire, di sapere “questo è bello, questo è brutto… questo mi piace, questo no!” Sentiva solo l’attrazione per quell’omone che tutte le volte scendendo dalla macchina lo issava in cielo e gli regalava caramelle. Solo quell’omone, suo padre, lo sapeva alzare così bene in cielo e lo faceva sentire alto, un gigante.
Ma quella volta, chissà perché il bambino si sfilò dalla madre e corse, corse incontro al suo Dio, questo e quell’altro, a pensarci bene. Delgado cerca ogni volta di ricordare: la penombra (faceva sera), la stanchezza, una cosa lì e una là… scuse. Sentì un tonfo, un botto. Come se una balla di fieno si incastrasse sotto alle ruote. E poi un fischio nelle orecchie, un grido… una sorta di ovatta che gli si frapponeva tra lo sguardo e le cose. Solo una immagine ha conservato: sua moglie dritta davanti a lui, senza parole… come in un incubo provavano a parlare ma non ne usciva suono. Non ne usciva suono…

Delgado passeggia sul lungolago con la camicia aperta sul petto. Ha il petto scavato come quello di un deportato. Cammina con passo ondulato, come quello di un jazzista ubriaco, tenendosi a volte sulla balaustra del belvedere.