Quando si capisce di soffrire per le pene altrui, si comprende di amare. Quando il patimento espresso da un animo diventa tuo, moltiplicato per dieci, ‘si da sentire nel petto una sorta di masso che non scende, abbarbicato con cattiveria allo sterno, dal quale dipendono anche i tuoi battiti cardiaci, allora significa che quel patimento è il tuo, per metà tuo e non avrà requie né pausa finché non percepirai requie o pausa in chi ami.
La sofferenza è più forte delle stagioni: le rende tutte pallidi autunni. Anche oggi, mentre brilla il sole in alto, il cielo è terso, interrotto solo dal rintocco di qualche minima nuvolaglia, intorno a me c’è umido e velame di nebbia. Sono stagioni che partono dal nostro intimo: sono nei passi svogliati, nell’andamento curvo, dall’andare pensoso, dalla poca fame e dalle poche risa. C’è un tempo per tutto mi hanno detto, ma il tempo che si passa dimenticando il tempo è infinitamente più grande ed imponente, capace di gravarti l’anima.
E l’impotenza nel vedere le cose andare come vanno, essere felici per quei minimi barlumi di luce prima di ripiombare in un buio avvolgente. Anche questa è condivisione di passione. E’ così facile l’amore dei tempi felici: quando eravamo bambini e i nostri cari adulti. Più duro, assai più duro è il tempo dei denti gialli, della pelle cadente sopra le ossa, del tanfo di piscio. E’ quello il tempo in cui si misura l’amore; è quello il tempo che conta: l’attimo in cui, terminato lo slancio del giro di tango i volti si avvicinano quasi baciandosi, ma non lo fanno, perché sanno che lo faranno.
Il tempo in cui sollevi chi ti sollevò e che vedesti forte ed ora è solo un frusto di vite, un bastoncello, un flebile e gialliccio arbusto.
Questo momento arriva ed è il più duro. E lo prova solo chi ha davvero amato.


