L’autunno è una parabola in do minore. Un arco che partendo dalla calma piatta dell’estate, dalle sue sere afose, dalla sua notte d’umido, sale e sale fino a raggiungere un malinconico culmine: quello che abbiamo trascorso sulla spiaggia guardando arrivare i temporali dalla Spagna e quindi dalla Sardegna, frustati dal libeccio freddo mentre ancora indossavamo la maglietta leggera. Si trattava di giornate tristi e di passaggio, per strade su cui rotolavano fruste di pini, matasse di foglie strappate. E poi sarebbe ricominciata la scuola. E il pensiero che mi coglieva allora era fatto d’un suono melanconico e continuo: simile ad un’unica nota d’archi protratta nel tempo. Questo suono mi seguiva ovunque: dentro la piccola cucina della casa al mare che odorava sempre di pesce, sul balcone che dava verso la spiaggia e dal quale si godeva la vista di un mare appena celestino sotto un cielo velato. Poi sarebbe diventato plumbeo sotto il cielo nero e la sabbia bianca, immobile e invadente.
La nostra casa di cortina rossa all’apparire della fine dell’estate diveniva un ostile falanstero. Gli oleandri, che fino a qualche giorno prima avevano diffuso bagliori bianchi e cremisi nell’aria erano ora sferzati dal vento marino e le foglie, prima verdi di un verde vivo, ora le vedevi cinerine e secche.
Il giardino cinto dai pitosfori non rimandava più quegli odori densi, ristagnanti delle tarde mattinate estive, la luce a picco sulle cose, lo zampillio della fontana con i pesci rossi che ora, ai miei occhi di studente intristito, appariva simile ad un minuscolo padule malsano.
C’erano stati innamoramenti, il loro dolore nelle viscere s’andava lentamente quietando, perché quella è l’età in cui sofferenza e gioia si provano con maggior intensità ma svaniscono anche prima, spinte da altre emozioni che s’accalcano. Una biondina scialba era stata il mio tormento quell’estate. Non avevamo mai parlato: era timida e ritrosa. Tuttavia leggevo nel suo sguardo anche troppo asservito alla brezza di mare una sordida miscela esplosiva, del tutto frutto della mia fantasia, che me la faceva assomigliare ad una sorta di cortigiana sotto mentite spoglie. La guardavo apparire il pomeriggio tardi: magra, i piccoli piedi in altrettanto risicati sandaletti, una tonachella di preferenza nera o di colore scuro comunque. I capelli scialbi e riccioletti sparsi sulle piccole spalle. Guardava in silenzio e sorrideva, un po’ come una gentile statua, partecipando solo di riflesso alle nostre discussioni.
Carla si chiamava. A settembre inoltrato, quando io ancora mi aggiravo per quei viali marini annusando davvero il profumo salato del mare che saliva dalle vie traverse lei era già in città, chiusa in chissà quale piccolo appartamento tutto di cemento e vetrate, affacciata su un piccolo giardino interno di palmette e camelie verdi e forse stava pensando proprio al mare, a questo mare sempre più grigio e di cavalloni bianchi che appena quietati, lasciavano nell’aria un suono frizzante ed un profumo di cordame e di mitili morti.
Quindi si: l’autunno è una parabola in do minore. E’ una tonalità triste, ma che si intuisce presto porterà ad un culmine più leggiadro di suoni. Quel do minore è il proemio ad una tonalità più ilare e distesa e quella tristezza carica si muterà in allegria leggiadra.
Non sarà così?
Forse, non sarà così.