E’ strano come ai miei occhi io non invecchi mai.
La natura ha messo questo benevolo guardiano ai nostri giorni: una sorta di strana nebbiolina che nasconde gli anni che passano, le rughe che si incrociano, i dolori che aumentano.
Mentre, per contrasto, ci ha resi estremamente sensibili al mutamento altrui. Mi accorgo subito di un mutato atteggiamento in una persona che amo; noto subito un suo incespico, un vacillare che ai più non desta l’attenzione.
E’ una sorta di sordida maledizione che ci fa scorgere negli altri nostri congiunti il passare del tempo e che a noi lo cela o lo rende molto meno palpabile, si che si possa cullare l’idea e l’illusione di essere eterni e che si sia sempre in tempo per fare le cose che dobbiamo fare e che si possano sempre rimandare “ad un momento più propizio”.
Questa sorta di velo, di sudario ingannevole cade del tutto la sera, quando, i fronte a tutta la stanchezza di un giorno non si riesce più a reagire con lo spirito di un tempo, nel quale, per rifuggire all’idea della caducità si facevano le ore piccole, ci si sbronzava, si suonava fino a notte tarda e si tirava fino al mattino.
Ora ci si cala nel nostro ruolo di persone “mature” e si compiono tutte azioni “ragionevoli”. Ci si lava, si legge un buon libro (in realtà si passa e si ripassa sullo stesso paragrafo decine di volte, vinti come siamo da altri e più gravosi pensieri), si sta semplicemente a guardare il soffitto senza pensare a nulla. Ci si rimpinza di medicinali senza provare alcun vero malessere, ma soltanto allo scopo di prevenire, si parla un poco, si progettano brevi viaggi non tanto lontano da casa. Perché non lo vogliamo ammettere, ma la nostra casa si è trasformata anche un po’ nella nostra prigione. Essa ci trattiene con maglie invisibili ma tenaci, ogni anno di più e con sempre maggior forza.
La sera quindi, che deprime il malato e il quasi vecchio; il malato per la solitudine che gl’impone, il quasi vecchio perché lo mette di fronte al fatto compiuto: un altro giorno che se ne va, quasi sempre sciupato o trascorso a fare tutte cose secondarie, quasi mai quelle che vorremmo fare veramente.
Se ci pensiamo bene, è vero che siamo ancora giovani e in tempo per fare le cose, ma ci rendiamo perfettamente conto che s’abbrevia il tempo e con l’abbreviarsi del tempo calano anche le forze. Giochiamo con i nostri pari età a salire e scale a tre a tre, ma poi dobbiamo nascondere a noi e agli altri il fiatone che sale, il sudore che ci bagna la fronte, lo sfinimento.
Ai miei occhi non invecchio, ma è come se sentissi dentro di me un odore di foglie muffite; non più quel puzzo giovanile che si spazzava via con una doccia ma un odore che permane, che non svanisce nemmeno dopo decine di docce. E’ un sentore malinconico che s’accompagna alla mia persona. Quello per intenderci che va insieme alla mia nuova intolleranza per il caffè, per le fragole, per il latte, le persone estremamente logorroiche, per il rumore che fanno i bambini, per i mercati affollati, per le luci dei centri commerciali, per il profumo dei deodoranti stick, per l’arbre magique, per la vicina della casa dopo la mia e per la voce stridula della sua bambina. Per i cani che non sono i miei e per i gerani.

Konstantin Antipov - Ritratto di contadino russo
E’ strano che ai miei occhi non invecchi mai, pur essendo perfettamente consapevole di invecchiare e sentendo in questo la colpa per non tentare di rallentare il processo. Vorrei essere sempre giovane, ma non per me: per le persone che amo. Odio non poter fare quello che facevo con entusiasmo un tempo, anche per loro.
Loro dicono di amarmi sempre. Ma vedo nei loro occhi la compassione per qualcuno che conobbero in tempi migliori e che va, senza freno va, verso il decadimento.